Una comunità che cura: il modello della Fondazione Giuseppe Costantino
Direttore Costantino racconta la nascita, l’evoluzione e le nuove sfide della Fondazione che da oltre 35 anni unisce accoglienza, innovazione e inclusione sociale.

Nata come risposta a un vuoto istituzionale e sociale, la Fondazione Giuseppe Costantino C.R.C.R.C. rappresenta oggi una realtà complessa e dinamica capace di integrare cura, formazione, sperimentazione e inclusione. In questa intervista, il Direttore Costantino ripercorre le origini della Fondazione, le trasformazioni nel tempo, i risultati ottenuti e le sfide presenti, offrendo uno sguardo lucido sul ruolo delle comunità nella costruzione di una società più attenta e accogliente.
Come nasce la Fondazione Giuseppe Costantino C.R.C.R.C. Onlus e quale è stata l’evoluzione dall’originaria associazione C.R.C.R.C. e dalla Cooperativa Sociale Arti e Mestieri?
La Fondazione Giuseppe Costantino C.R.C.R.C. Onlus nasce oltre 35 anni fa come naturale evoluzione della Cooperativa Arti e Mestieri e del primo Centro di Ricerca e Cura. In quegli anni, a Pavia mancavano completamente servizi capaci di accompagnare i giovani in difficoltà, soprattutto coloro che vivevano situazioni legate alla dipendenza.
Con l’amico Lorenzo Boschetti ci rendemmo conto che tra istituzioni e società esisteva un vuoto enorme: non c’era alcun percorso che permettesse agli assistiti di rientrare nella vita quotidiana e nel lavoro dopo l’avvio di una terapia. In quel periodo fu fondamentale anche il confronto con realtà già attive sul territorio, come Don Enzo Boschetti, fondatore della Casa del Giovane, che rappresentava un punto di riferimento etico e operativo per chi, come noi, credeva in una presa in carico che unisse cura, dignità e responsabilità personale.
Così iniziammo con azioni concrete sul territorio, come ripulire insieme ai ragazzi l’area VUL, e parallelamente li accompagnavamo ai servizi sanitari. Il vero problema era però il “dopo”.
Da qui l’idea del primo laboratorio di ergoterapia nell’Allea, sostenuto dall’allora assessore Andrea Astolfi, che comprese immediatamente il valore di un’alleanza tra pubblico e privato sociale. Quell’esperienza dimostrò che quando le istituzioni sanno ascoltare e sostenere le iniziative dal basso, si possono creare risposte innovative e durature.
Cominciammo a dialogare con artigiani e imprese, arrivando perfino a costruire macchinari industriali per rispondere alle esigenze del mercato. Nel tempo le attività crebbero: gestione del verde, montaggi, collaborazioni con aziende come Benetton e perfino la creazione di prodotti innovativi come la trapunta monoago.
L’avvento della concorrenza manifatturiera cinese segnò la fine di quel ciclo e ci costrinse a reinventarci, dando vita alla Fondazione come struttura più solida e competente per affrontare le nuove fragilità sociali.
Quali sono stati i passaggi fondamentali che hanno portato la Fondazione a sviluppare un modello integrato di accoglienza, cura e inclusione sociale, fino alla nascita del Social Bistrot?
La Fondazione nasce come un luogo capace di mettere insieme servizi diversi in modo strutturato. Dopo la legge Basaglia, l’Italia si trovò a gestire la chiusura dei manicomi senza essere realmente pronta. Molte persone rischiavano di rimanere senza sostegno e senza un futuro.
In questo contesto, il dialogo continuo con altre esperienze significative del privato sociale — come quella avviata da Don Enzo Boschetti — ci ha aiutato a rafforzare l’idea che la cura non potesse essere solo sanitaria, ma dovesse includere relazioni, lavoro e comunità.
Per questo abbiamo iniziato a occuparci della sofferenza psichica, costruendo uno staff di professionisti dedicato a programmi terapeutici individuali e continui, e offrendo allo stesso tempo accoglienza alle famiglie. Abbiamo creato una residenza, superando anche limiti normativi — come l’età massima di degenza — grazie alla collaborazione con la Regione, dimostrando ancora una volta come la rete tra enti pubblici e realtà private sia fondamentale per rispondere ai bisogni reali delle persone.
Una volta consolidata la parte terapeutica, era essenziale portare gli assistiti in attività lavorative e sociali reali. I nostri laboratori hanno permesso di creare esperienze concrete, ma non bastava. Serviva un luogo aperto, sociale, capace di creare scambio con la cittadinanza.
Così è nato il Social Bistrot: uno spazio di aggregazione dove si può mangiare insieme, fare musica, organizzare eventi e costruire relazioni. È diventato anche un punto di riferimento per giovani artisti e per anziani che desiderano proporre iniziative culturali: un luogo vivo, dove inclusione e creatività si incontrano.
Quali sono state le principali soddisfazioni nel vostro percorso e quali sfide vede oggi, soprattutto nell’ambito educativo e nel rapporto tra giovani e nuove tecnologie?
Le soddisfazioni sono tante, ma quella che sento più mia è l’essere sempre stati “alternativi”. La cura non può essere standardizzata: deve tenere conto della persona e delle trasformazioni della società. Questo approccio, condiviso da molte realtà con cui abbiamo fatto rete nel tempo, ci ha permesso di ottenere ottimi risultati, ad esempio nell’autismo e nella depressione, grazie alla ricerca e all’apertura verso nuovi metodi terapeutici.
Oggi la sfida più grande riguarda il mondo educativo. Le nuove generazioni stanno cambiando e la tecnologia non può essere vista solo come un ostacolo. Se affiancata bene, diventa un’enorme risorsa. Capita di vedere ragazzi in difficoltà nello studio dell’inglese, che però parlano fluentemente giocando online con coetanei di tutto il mondo.
I programmi ministeriali sono fondamentali, ma devono procedere insieme a nuove metodologie di apprendimento. Qui, ancora una volta, il dialogo tra pubblico, privato sociale e comunità educante diventa decisivo.
In che modo la comunità può sostenere la Fondazione e contribuire alla crescita di una vera cultura della socializzazione e dell’inclusione?
La comunità può contribuire partendo da uno slogan che rappresenta il mio pensiero: “Non credete a Costantino, ma venite a vedere.” Solo partecipando, osservando e vivendo il quotidiano si capisce davvero il nostro lavoro e si costruisce una comunità.
L’esperienza ci insegna — anche grazie a esempi come quello di Don Enzo Boschetti e al sostegno di amministratori illuminati come Andrea Astolfi — che i cambiamenti reali nascono quando persone, associazioni e istituzioni smettono di lavorare in modo isolato e iniziano a fare rete.
Il coinvolgimento delle persone — sul piano morale, sociale e intellettuale — per noi è fondamentale. Naturalmente, anche il sostegno economico è importante: il 5 per mille, ad esempio, rappresenta un aiuto prezioso per continuare la ricerca e migliorare le strutture.
Le collaborazioni sono altrettanto essenziali. Oggi, grazie alle partnership con diverse associazioni sportive, i nostri ragazzi possono praticare attività fisica in modo continuativo.
Il mio desiderio è che cresca una socializzazione reale: perché solo insieme, con spirito di aggregazione e corresponsabilità tra pubblico e privato, possiamo cambiare davvero la nostra società.
Intervista a cura di Matteo Filippi

