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Il Collegio Borromeo

Il Collegio Borromeo - Spendiamo a Pavia

Storia e Cultura del Collegio Borromeo a Pavia

Nel 1559, Carlo Borromeo ricevette la laurea dottorale a Pavia, e concepì l’idea di erigere un collegio per facilitare lo studio ai giovani di scarsi mezzi di fortuna. Della erezione incaricò l’architetto Pellegrino Pellegrini, che gli scrisse “ L’ opera tornerà magnifica, bella e ben composta”; e riuscì infatti uno dei più grandiosi edifici che vanti Pavia, e il più splendido monumento della munificenza del Borromeo. Lo ricorda il Manzoni nel cap. XXII dei Promessi Sposi.

La prima pietra fu collocata dal vescovo di Pavia Ippolito Rossi il 19 giugno 1564. Per governo del collegio, affidato prima ai Somaschi, poi agli Oblati, aveva cominciato già san Carlo a dare qualche regola; ma le costituzioni definitive furono date dal Cardinal Federigo Borromeo.

La parte migliore dell'edificio è l’ampio cortile interno, cinto di portici, in loro semplicità eleganti, a doppio ordine di colonne. Un elegante cancello di ferro battuto chiude il giardino. La facciata del palazzo è grandiosa; ma sovraccarica d’ornamenti comincia a risentire del gusto barocco. Quanto durasse la fabbrica non è ben noto. Sappiamo che l’ 1 febbraio 1578 il fondatore interpellava i nunzi di Francia, Spagna,Germania per conoscere l’indirizzo di collegi consimili, e per avere una copia dei loro regolamenti. Nel 1580 vi erano gia ventiquattro alunni, tra cui Federigo Borromeo. A compiere l’ edifizio mancava parte del lato meridionale: onde nel 1818 fu indegnamente demolita la vetusta basilica di S. Giovanni in Borgo ( la cui facciata somigliava a quelle di S. Michele e S. Pietro in Ciel D’Oro); e il palazzo fu compiuto nel 1820, come rilevo dai disegni dell’ arch. Giuseppe Pollack, che si conservano nella Biblioteca Universitaria.

Ora, saliti gli ampi scaloni alla loggia superiore, entriamo nella vasta sala. Già compiuta nel 1583, adorna di vivaci affreschi , illustranti, per volere di Federigo, le principali gesta del fondatore del collegio. Pochi cenni su questi affreschi, da noi descritti altrove. Essi furono eseguiti da Cesare Nebbia D’ Orvieto e da Federico Zuccari di S. Angelo in Vado: al primo spetta tutta la dipintura della volta , di magnifico effetto decorativo, e il gran quadro della parete minore, che ritrae la peste di Milano; al secondo il quadro dell’altra parete minore. Coloritore più vivace il Nebbia, più corretto disegnatore lo Zuccari; tutti e due grandissimi compositori. Il Nebbia , invitato da Federigo Borromeo, che lo aveva conosciuto a Roma, venne a iniziare i lavori nell’ aprile del 1603, e il 3 luglio 1604 ebbe  il saldo di tutta la decorazione della volta, la quale, oltre che di motivi decorativi e di figure allegoriche, è adorna di cinque quadri, rappresentanti la traslazione fatta da San Carlo di reliquie di santi, la visita di San Carlo al santuario di Varallo, la fondazione di alcuni collegi istituiti dal santo, l’accoglienza fatta a san Carlo dai duchi di Savoja, le esequie del santo. Avendo il Nebbia chiesto al cardinale il permesso di interrompere il lavoro per tornare in patria, il cardinale si rivolse allo Zuccari, il cui nome, dopo il marzo 1604, appare nei registri del  Collegio sempre unito a quello del Nebbia per i dipinti nel salone. Mentre il Nebbia lavorava all’affresco rappresentante la peste di San Carlo, lo Zuccari dava opera al quadro di riscontro, rappresentante l'imposizione del cappello cardinalizio a san Carlo e i due quadri furono finiti nell’ottobre 1604. Il quadro dello Zuccari è dunque una delle ultime opere di quel ferocissimo e ancor vigoroso ingegno (1609). Disgraziatamente rimasero ignude le pareti maggiori.

 Fonte: Pavia e i suoi monumenti

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