Dazi Usa sul vino, il mondo attende il “giorno della liberazione al contrario”
Trump avverte: «Se la Corte Suprema boccia le tariffe, per l’America sarà un disastro totale»

Dopo il cosiddetto Liberation Day del 2 aprile, data in cui l’amministrazione Trump ha dato il via alle nuove tariffe commerciali contro gran parte dei partner internazionali, il settore agroalimentare globale guarda ora a un possibile evento speculare: l’abolizione di quei dazi. Un momento che, per produttori ed esportatori – vino in primis – potrebbe segnare una vera e propria liberazione.
Tutto ruota attorno alla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della strategia tariffaria adottata dal 47° presidente americano. Il nodo centrale è l’utilizzo della legge di emergenza economica del 1977 (Ieepa), invocata da Trump per giustificare l’imposizione dei dazi sulle importazioni.
Una sentenza che non arriva
Il verdetto era atteso inizialmente per la scorsa settimana, poi per mercoledì 14, ma continua a essere rinviato. Un’attesa che alimenta tensioni e ipotesi contrastanti. Già lo scorso novembre, l’orientamento dei giudici – sia dell’area conservatrice sia di quella progressista – sembrava indicare scetticismo verso la linea della Casa Bianca. Anche i mercati delle scommesse riflettevano questo clima: fino a poche settimane fa, la probabilità di una conferma dei dazi veniva stimata intorno al 30%.
Tuttavia, i continui slittamenti della sentenza stanno facendo crescere l’idea che la Corte possa concedere più spazio alle ragioni dell’esecutivo.
Quanto hanno incassato gli Usa dai dazi sul vino
Nel frattempo, i numeri raccontano l’impatto concreto delle tariffe. Dopo l’annuncio iniziale di dazi al 25% in primavera, si è passati a una fase transitoria con aliquote ridotte al 10%, fino all’entrata in vigore definitiva del 15% da agosto per i vini europei.
Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio del vino di Unione Italiana Vini su dati delle Dogane statunitensi, tra gennaio e settembre Washington avrebbe incassato complessivamente 305,8 milioni di dollari dai dazi sul vino importato. L’Italia risulta il Paese più colpito, con 112,4 milioni di dollari, pari al 37% del totale. Seguono la Francia con 109,7 milioni (36%), la Nuova Zelanda con 24,3 milioni (8%) e la Spagna con 20,8 milioni (7%).
Prezzi in calo per assorbire i dazi
L’effetto sui listini è stato evidente. Il prezzo medio dei vini italiani sdoganati negli Stati Uniti è progressivamente sceso sotto i livelli pre-pandemia: a settembre si attestava a 5,2 dollari al litro, contro i 6,4 dollari registrati a inizio anno. Un segnale chiaro di come produttori e importatori abbiano scelto di ridurre i margini, di fatto autoassorbendo il peso delle tariffe per evitare un aumento dei prezzi al consumo.
Il timore dei rimborsi
La decisione della Corte Suprema potrebbe però aprire uno scenario ancora più complesso. In caso di annullamento dei dazi, il governo americano sarebbe chiamato a restituire quanto incassato, con il rischio di dover affrontare richieste di risarcimento ben più ampie.
Donald Trump ha espresso apertamente la propria preoccupazione su Truth Social, parlando di un possibile «disastro totale». Secondo il presidente, l’eventuale bocciatura delle tariffe comporterebbe rimborsi per «molte centinaia di miliardi di dollari», includendo anche le richieste avanzate da aziende e Paesi che hanno investito in nuovi impianti produttivi per aggirare le barriere doganali.
Trump ha inoltre sottolineato come un’operazione di rimborso di tale portata sarebbe estremamente complessa, se non addirittura irrealizzabile nel breve periodo. «Potrebbero volerci anni solo per capire chi deve essere pagato, quando e in quale misura», ha scritto, aggiungendo una frase dal tono apocalittico: «Se la Corte Suprema si pronuncia contro gli Stati Uniti su una questione di sicurezza nazionale, siamo fregati».
Fonte Gambero Rosso
