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Southlands: vent’anni di rock, radici e nebbia. Una band oltrepadana che continua a cambiare pelle senza perdere l’anima

Dal 2001 a oggi, tra sale prove affacciate sulle cascine, festival nazionali, dischi nati lungo gli argini del Po e un nuovo album in arrivo, i Southlands raccontano un percorso fatto di amicizia, costanza e un’identità sonora unica.

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Nati nel cuore dell’Oltrepò pavese nel 2001, i Southlands sono una band che ha costruito la propria identità mescolando rock americano, cantautorato d’autore e una lunga esperienza live tra Italia e Svizzera. Dopo l’esordio con The Morning Sky e un lungo percorso fatto di collaborazioni, palchi importanti e nuovi innesti nella formazione, nel 2024 pubblicano Still Play’n, un album che segna una nuova maturità artistica e li porta a vincere il BorgoSound Festival come miglior band. Oggi lavorano a nuovi brani, pronti ad aprire un nuovo capitolo.
Li abbiamo incontrati per farci raccontare passato, presente e futuro dei Southlands.

Il territorio dell’Oltrepò quanto ha influito sulle vostre sonorità?

Il territorio ha influito moltissimo. La realtà agricola pavese, per certi versi, ricorda l’atmosfera del sud degli Stati Uniti: grandi spazi, campi, paesaggi che sembrano sospesi. Anche la nebbia ha avuto un ruolo: negli assoli più “polverosi”, soprattutto del primo disco, c’è tutta l’umidità e l’immaginario degli argini del Po, dove sono nati diversi brani. La nostra sala prove si affacciava su una cascina e l’ambiente, quando fai musica, entra inevitabilmente dentro quello che suoni.

All’inizio proponevate molte reinterpretazioni di brani american rock. Cosa vi affascina ancora oggi di quel mondo?

Ci piace quella schiettezza tipica dell’American rock: niente fronzoli, niente virtuosismi superflui. Solo passione, ispirazione e verità. Un cantautore al centro, certo, ma con una band fondamentale per creare un’armonia piena, “vera”.

C’è stato un momento in cui avete capito che la band stava prendendo una direzione seria?

Sì, tra il 2005 e il 2006. Sono stati anni molto proficui per il repertorio, per la crescita e per la consapevolezza che i Southlands non erano più solo un progetto tra amici.

The Morning Sky vi ha portati sul palco del Pistoia Blues: che esperienza è stata?

Salire su quel palco è stato fondamentale per farci sentire davvero professionisti. È il palco su cui sono passati fenomeni come B.B. King: per noi un onore, un’emozione irripetibile.

 

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Tra le collaborazioni, ce n’è una che considerare decisiva?

Sicuramente quella con Massimo Visentin. Fonico, tecnico, arrangiatore straordinario: ha creduto in noi, ha valorizzato le nostre idee e ci ha aiutato moltissimo nella crescita artistica.

Avete partecipato a diversi dischi tributo organizzati ai tempi di Spazio Musica. Che ricordo avete di quel periodo?

Erano anni spettacolari. Spazio Musica organizzava eventi e dischi tematici dedicati ai grandi della musica, e molte band pavesi venivano coinvolte.
È doveroso ricordare anche il lavoro incredibile di Downtown di Guido Tronconi, che in quegli anni si faceva in quattro gratuitamente per raccogliere le band, coordinarle e produrre quei dischi, poi venduti proprio a Spazio Musica. Un impegno enorme, fondamentale per la scena locale.
Per quanto riguarda l’omaggio a John Lennon, l’arrangiamento che abbiamo scelto è stato reinterpretato per rispecchiare il sound della band.

In oltre vent’anni ci sono stati cambiamenti nella formazione. Come li avete vissuti?

Il quintetto è rimasto stabile tranne che nel ruolo del chitarrista. All’inizio non è stato facile, ma col tempo si è rivelata una scelta vincente: oggi siamo in sintonia totale.

L’ingresso stabile di Fabrizio Sgorbini nel 2023 cosa ha portato?

Tantissimo, sotto vari aspetti. Non solo a livello musicale ma anche comunicativo e promozionale. Ha dato nuova energia e nuove prospettive.

Still Play’n è arrivato dopo un lungo lavoro. Qual è stato l’aspetto più complesso?

È stato un progetto impegnativo perché è nato proprio durante il cambiamento del chitarrista e perché aveva un sound più complesso del solito.
Inoltre abbiamo voluto inserire una voce femminile, Sara Cantatore, che ci ha permesso di sperimentare un territorio nuovo.

Nel disco compaiono molti musicisti pavesi e oltrepadani. Quanto conta il senso di comunità?

Tantissimo. L’Oltrepò e la provincia di Pavia hanno una quantità enorme di band e musicisti con voglia di fare e collaborare. Per noi è vitale e rappresenta una ricchezza per tutto il territorio.

Come descrivereste il suono di Still Play’n?

È un disco “poliglotta”, nato da anni di idee che sono cambiate e maturate. Dentro c’è un mix di ballate e rock americano, un percorso che racconta i vari momenti della nostra evoluzione.

Perché avete scelto Carl Saff a Chicago per il mastering?

Per avvicinare ancora di più il sound a quello americano e ricordare lo stile dei dischi anni ’90 prodotti ad Austin. È stata una collaborazione preziosa.

Nel 2024 avete vinto il BorgoSound Festival. Che valore ha per voi?

Una bellissima esperienza. Il concorso valuta solo il live, in piazza, senza filtri: siamo riusciti a convincere la giuria con la nostra musica, pur trovandoci davanti band molto forti e giovani. È stata una grande soddisfazione.

Notate differenze tra il pubblico pavese e quello di altre regioni o della Svizzera?

Ogni luogo risponde in modo diverso, ma la Svizzera ci ha sempre accolto con grande calore e curiosità. Lì la dimensione live è molto valorizzata.

C’è un concerto che considerate una svolta?

Sì, ce ne sono stati alcuni che ci hanno fatto capire di essere cresciuti e di avere un’identità solida. Momenti che ti confermano che la strada intrapresa è quella giusta.

State lavorando a nuovi brani: che direzione immaginate per il prossimo album?

Sarà più blues, più crudo, meno articolato. L’influenza di Bicio si sente e vogliamo un disco più personale e identitario. Vogliamo mettere al centro la nostra passione.

Preferite la dimensione live o quella in studio?

Le idee migliori nascono sempre in sala prove. È lì che si vive il vero processo creativo, senza pressioni, senza sovrastrutture.

Che messaggio volete dare ai giovani musicisti dell’Oltrepò e di Pavia?

Non mollate. Ci vogliono costanza, passione e tempo. Il panorama pavese non è facile, anche per la mancanza di spazi live. I giovani dovrebbero vivere di più la musica e non cercare l’esplosione immediata tramite i social: le esperienze contano molto di più. I social aiutano, ma spesso isolano. E per un artista non è un bene.

Se doveste descrivere i Southlands con tre parole?

Amicizia, esperienza, flessibilità.

Con chi sognate una collaborazione?

Ci sono tanti artisti, locali e non, con cui ci piacerebbe lavorare. Tenetevi pronti: chissà cosa succederà nei prossimi anni.

 

Intervista di Matteo Filippi