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![Porta Cavour e il Signor Ambrogio Necchi: Il boom delle fabbriche nei primi del Novecento - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Porta_Cavour_e_il_Signor_Ambrogio_Necchi/Illustration-min.jpg)

## [ Porta Cavour e il Signor Ambrogio Necchi: Il boom delle fabbriche nei primi del Novecento ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/porta-cavour-e-il-signor-ambrogio-necchi-il-boom-delle-fabbriche-nei-primi-del-novecento)

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Ambrogio Necchi nasce il **2 gennaio 1860**, un anno prima dell’Unità d’Italia.

E prima di altri capisce che i tempi stanno cambiando. Eredità del nonno e del padre un’officina di fonderia e soprattutto la passione per il lavoro. A vent’anni si dedica all’azienda che aveva sedi nei pressi del Collegio Germanico – Ungarico, oggi Cairoli.

La fonderia Necchi lavora la ghisa, e ancora nessuno conosce il suo nome, a parte chi è nel settore. Ambrogio è un tecnico esperto e vigoroso organizzatore , fiuta l’aria che gonfia le vele dell’industria in espansione e si imbarca coraggiosamente nell’impresa di trasformare in qualcosa di più grande l’eredità paterna

Nel **1903** inizia la produzione della cosiddetta ghisa malleabile, molto usata per pezzi di ricambio di macchine, radiatori per riscaldamento, raccordi. L’idea sembra funzionare, la vecchia sede della fabbrica non basta più ad accogliere tutte le macchine e, via via, la manodopera che serve per fa decollare la ditta.

La sua azienda , che a fine Ottocento dà già lavoro a un centinaio di operai, si espande insieme ai confini della città.

Anche Pavia infatti fra la fine del vecchio secolo e l’inizio del nuovo, è in fermento. Il nuovo stabilimento, viene ultimato nel **1907**. E sorge fuori porta Cavour, vicino al ponte di Pietra, strategicamente accostato alla ferrovia, che prende il nome di Riccardo.

La ditta cambia nome e si chiamerà, d’ora in avanti, società anonima fonderie Ambrogio Necchi.

![unnamed.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/unnamed.jpg)

*Ambrogio Necchi*

Il Comune, in questo periodo favorisce, anzi spinge a investire chi ha inventiva e coraggio.

E il signor Ambrogio non si tira indietro. Così un altro stabilimento è aperto subito dopo nell’attuale viale Trieste, detto Circonvallazione, e ancora oggi ne sopravvive la palazzina direzionale in piazza Dante.

Ambrogio Necchi dimostra l’attaccamento alla sua creatura che cresce, costruendo la casa di famiglia accanto al primo nucleo dell’azienda, in corso Cairoli: è lo stabile, dalle linee di un liberty borghese, oggi occupato dal Collegio Marianum. Dopo il matrimonio con Emilia Carcano, qui crescono i figli Gigina, Nedda, Vittorio.

Lo sguardo è sempre lungimirante, il passo deciso: nel **1911** acquista una enorme area nella zona dell’antica piazza d’Armi, sull’attuale sponda dei Navigli, per espandere e razionalizzare la produzione, ma l’idea resta sospesa momentaneamente a causa della guerra.

Lo sviluppo procederà bipartito. Dal **1925-26**, nelle sue aziende indipendenti Neca *(diretta da Angelo Campiglio, marito di Gigina)* e Necchi Macchine per cucire, fondata da Vittorio.

Intanto i dipendenti passano da **860** a **1150**. La storia dei Necchi resta indissolubilmente legata a quella di Pavia. Nemmeno la grande guerra ferma l’affetto di Ambrogio per la città. Il suo nome è citato spesso accanto a consistenti contributi per le varie iniziative di assistenza che fioriscono nella “città ospedale”.

Pavia è incredula quando, il **18 aprile 1916**, viene dato l’annuncio della morte del primo, vero imprenditore moderno pavese. La presenza ai funerali di altri grandi nomi dell’imprenditoria, come Ercole Marelli ed Edoardo Bianchi, dimostra l’importanza dell’uomo e dell’opera.

Il comando passa in mano al figlio. Vittorio, tornato dal fronte al termine del conflitto. Assume la guida dell’azienda di famiglia e decide di affiancare alla tradizionale attività la produzione di macchine per cucire uso famiglia. Nel **1919** costituisce le Industrie Riunite Italiane con 50 dipendenti, che l’anno successivo arrivano a produrre un totale di duemila macchine, legando per sempre il maschio Necchi a quel prodotto.

Il nome del fondatore, Ambrogio, ha campeggiato fino a pochi anni fa su quello che si poteva considerare il suo vero monumento, la Scuola Professionale. Iniziata dal Comune nel **1917** nella ex Casa di Industria, convento di Santa Maria delle Cacce, nell’attuale via Scopoli, ha una sede moderna e grandiosa progettata dall’architetto Carlo Morandotti, viene costruita ne **1938-40** nella nascente Città giardino. Cioè nel nuovo quartiere di fronte all’istituto di Maria Ausiliatrice.

L’inaugurazione, che avviene nel **1941**, vede come madrina la figlia Nedda, che in quell’occasione rappresenta non solo la memoria del padre ma anche la cospicua partecipazione della famiglia alle spese di costruzione. Ma nel **1994** la scuola , nella quale si sono formati generazioni di ottimi operai specializzati e tecnici, muta quel nome così storicamente significativo, con quello del matematico Luigi Cremona.

Resta, sull’ingresso, l’antica insegna, brunita nel tempo che insieme all’intitolazione di un viale semiperiferico compone un bel piccolo risarcimento alla memoria di un personaggio che ha legato il suo nome a questa città.

Ma Necchi non è l’unico protagonista di questa epopea industriale pavese.

Si ritorna verso Porta Cavour, a ridosso di quella che oggi si chiama piazzale Minerva. Qui apre la fabbrica del ghiaccio artificiale , mentre la Ditta Malgara, rivela il cappellificio artigianale De Silvestri e lo trasforma, grazie all’introduzione di macchinari , in un’azienda per l’epoca all’avanguardia.

L’attuale via Nazario Sauro, fa parte della zona , che agli inizi del novecento è nota come bastione della Villetta. Qui, l’ingegner Pietro Cattaneo, con il fratello Angelo, installa la prima fabbrica di essiccatoi per cereali.

Gli anni Dieci vedono la trasformazione della società pavese da prettamente agricola ad industriale.

Accanto a Necchi, sorgono infatti altre fonderie, come quella dell’ing. Moncalvi &amp; C.

Ci si trova ancora nella zona ovest della città. Ci sono i campi ,come del resto anche oggi , quando la Ditta Moncalvi acquista oltre duemila metri quadrati di terreno per aprire una fabbrica che ripara macchine agricole, motori a scoppio e a vapore.

Questa azienda rappresenta in pieno il cambiamento in atto e la trasformazione da società agricola e industriale , mantenendo la propria attività a cavallo fra le due epoche.

La vecchia città, quella all’interno delle mura spagnole, inizia a perdere la propria centralità.

Nel **1905**, sempre grazie alla spinta delle amministrazioni comunali che offre anche vantaggiose condizioni di offerta, la ditta Pacchetti, una grande società milanese per la manifattura di crine animale, sceglie Pavia per ‘apertura di un nuovo stabilimento. L’area è quella dell’attuale zona nord della città. Appena fuori quella che oggi si chiama Porta Milano.

Si resta sulla direttrice Pavia – Milano. In quella zona che oggi è la trafficatissima ex statale dei Giovi. La ditta Pirola chiede spazio per avviare una fabbrica per la lavorazione della pasta del legno.

La concorrenza c’è, ed è spietata anche allora. Nel giro di pochi anni, la fonderia simbolo della città ingloba le due vicine, Pacchetti e Pirola appunto, per dare vita a un maxi polo industriale di 190 mila metri quadrati.

E’ tra l’attuale viale Indipendenza e la linea ferroviaria Milano- Genova, che nel **1917**, a un anno dopo la morte del fondatore , Ambrogio, prende vita la collocazione della fabbrica destinata a rimanere, con alterne vicende, fino a qualche decennio fa.

Nel frattempo un’altra area viene interessata all’industrializzazione. E’ quella ovest della città, fuori dall’attuale Porta Garibaldi. E’ ben servita da strade , ferrovie, e idrovie, grazie al Naviglio.

Nel **1907** la Società Italiana per la lavorazione della seta artificiale apre un grande stabilimento in località Dossino. La conseguenza è anche abitativa. Nei pressi della chiesa di Santa Teresa, qualche anno più tardi,e cioè nel **1925**, iniziano a sorgere le prime villette per impiegati, poco distante dall’attuale cimitero di San Giovannino. Gli imprenditori prendono letteralmente d’assalto le aree ancora agricole appena fuori città.

Nella grande epopea pavese iscrive il suo nome anche la già citata ditta Moncalvi, seguita dalla Cester, nella zona di Porta Cairoli. In questo periodo apre i battenti anche la Snia Viscosa. Nel **1925** è la prima società italiana con un capitale sociale pari a un miliardo di lire, oltre che la prima ad essere quotata in una borsa estera. *(Londra e New York)*.

I fermenti del decennio fanno registrare cifre da capogiro: la sola Pavia ha **492** imprese industriali che impiegano oltre seimila addetti. Ma non saranno tutte rosa e fiori. Industrializzazione vuol dire manodopera, manovalanza, operai. Vuol dire le prime battaglie per i diritti nelle fabbriche.

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Scritto da Redazione

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Pubblicato: 30 Agosto 2024

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![la nascita degli orfanotrofi e la storia di cesare mori: il “prefetto di ferro” - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Via_foro_Magno_e_la_citta_divisa_in_due/Banner%201-min.jpg)

## [ Via foro Magno e la città divisa in due ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/via-foro-magno-e-la-citta-divisa-in-due)

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Proprio dietro piazza del municipio, sede del palazzo comunale, si nasconde una stradina dal nome oggi altisonante : via Foro Magno. Mai toponomasticamente trasse più inganno. E non parliamo solo di semplici cittadini, o visitatori e turisti, ma in alcuni casi anche di storici.

Secondo qualche interpretazione infatti, proprio in questo tratto avrebbe trovato posto il foro dell’antica Ticinum. Come si è visto , invece, i pochi scavi effettuati hanno dimostrato con quasi assoluta certezza che il *“cuore”* della città romana si trovasse in realtà qualche centinaio di metri spostata più in là, vale a dire nell’attuale Piazza Vittoria.

**Perché allora quel nome?**

A dispetto delle apparenza , l’indicazione deriva da *“Farammannia”*. Tratto dalla tradizione orale tipicamente longobarda. I Longobardi scelgono di sistemarsi nella zona nord-orientale della città. Quella, cioè. Che dall’attuale via Negri prosegue verso piazza Leonardo Da Vinci.

Cuore della porzione di territorio scelta dai nuovi dominatori, è il quadrilatero dove si trova adesso piazza del Collegio Ghislieri, attraversato da via Defendente Sacchi e Corso Cairoli e corso Carlo Alberto.

Non a caso in piazza Leonardo Da Vinci è possibile vedere quello che rimane della chiesa di Sant’Eusebio, cioè la cripta, realizzata fra il V e il VI secolo.

Seduti sulle panchine vicino all’università, il salto indietro nella storia emoziona, osservando spuntare dal terreno quel che resta della cattedrale ariana voluta, si dice, dal re più illustre che questo popolo abbia mai avuto: Rotari.

Ci si trova nella parte più lontana dal Ticino, la cui area rimane invece abbinata dagli antichi discendenti di Roma. E’ appurato che i due popoli , decidano di vivere”separati” in casa. Naturalmente le tracce della civiltà che sceglie Ticinum come propria capitale non si limitano alla zona più settentrionale. Si percorre in senso longitudinale la città,uscendo allora dal *“quartiere latino”*. Si ritorna in via Boezio.

Proprio qui c’è ancora la chiesa dei santi Gervasio e Protasio, ritenute da Peter Hudson i fulcri *“della religione cattolica romana”*, nella zona nord-occidentale di Ticinum.

Saranno molte le chiese che verranno costruite poi dai successori di Alboino, a partire da Agilulfo *(la moglie Teodolinda, peraltro, diventerà cattolica.)* Pur rimanendo ariano, il re longobardo farà erigere le chiese di San Giovanni Battista, di San Pietro in Vincoli *(oggi nella zona di via Volturno),*di San Romano, *(nell’attuale corso Mazzini)* e di Sant’Ambrogio *(nei pressi della più nota Basilica di San Michele).*

Il popolo longobardo non sarà mai nazione, o Stato. Mancherà sempre una unità politica , di intenti e soprattutto la fedeltà incondizionata alla corona.

Dopo la morte di Agilulfo,la pace sociale sarà per sempre un’incognita per le frequenti rivolte o congiure dei vari duchi. Ma un sovrano riuscirà a lasciare il segno dei libri di storia, e in particolare in quella di Ticinum: Rotari.

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 30 Agosto 2024

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![la nascita degli orfanotrofi e la storia di cesare mori: il “prefetto di ferro” - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/la_nascita_degli_orfanotrofi/Banner.jpg)

## [ La nascita degli orfanotrofi e la storia di Cesare Mori: il “prefetto di ferro” ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-nascita-degli-orfanotrofi-e-la-storia-di-cesare-mori-il-prefetto-di-ferro)

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Le continue guerre e soprattutto le frequenti pestilenze del **XVI secolo** lasciano una scia di morte e desolazione in città lungo tutto l’arco della dominazione spagnola.

Ma i tempi duri non impediscono la nascita di alcuni intellettuali pavesi come Bernardo Sacco, diplomatico, latinista e autore del *“Historia Ticinensis”*, Stefano Breventano, anche lui autore di una *“Historia dell’antichità, nobiltà et cose notabili della città di Pavia”*, e Teseo degli albonesi, che firma una traduzione del Vangelo in arabo.

Lo stato di estrema indigenza in cui si trova a vivere la maggior parte della popolazione fa registrare una forte presenza di orfani e bambini abbandonati.

Cerca di provvedere il comune , ma non basta. Nei primi decenni del Cinquecento in soccorso dell’ente pubblico arriva la carità privata.

Nascono due orfanotrofi , uno femminile e uno maschile. Via Del Muto dell’Accia al Collo è una strettissima stradina proprio dietro l’attuale sede del tribunale. Basta percorrere corso Cavour e girare a destra per raggiungerla.

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Non è cambiato nulla , da allora, tranne i palazzi rifatti di recente.

A poche centinaia di metri c’è l’istituto zoologico Spallanzani. Girando per le strade della Pavia spagnola., magari di notte, approfittando del buio e del silenzio, si sarebbe vista una donna che furtivamente abbandona un fagotto davanti alla porta di un edificio che i pavesi di allora conoscevano bene. E’ il monastero di San Gregorio, sede dell’orfanotrofio femminile, chiuso poi nel **1799**. Più noto invece, anche perché attivo fino in epoca moderna , è l’orfanotrofio maschile la colombina. A fondarlo, nel **1534**, è un nobiluomo veneziano, Gerolamo Miani. Miani, promotore degli orfanotrofi nelle città d’Italia, era stato chiamato a Pavia proprio per organizzare la raccolta e l’assistenza di fanciulli senza genitori e con il contributo di nobili concittadini come Angelo Marco e Vincenzo ‘de Conti Gambarana.

Trova la sede della struttura nella chiesa che sorge nella zona attuale fra via Gambini e via Romagnoli, detta dello Spirito Santo, che secondo la tradizione cristiana è rappresentato da una colomba. Da cui il nome dell’orfanotrofio. Ed è per questo che a Pavia gli orfani vengono chiamati *“Colombini”*.

Nel **1810** la Colombina cesserà di essere sede dell’orfanotrofio per diventare l’attuale Palazzo di giustizia. Un filo rosso lega la destinazione attuale dell’edificio alla sua antica funzione di ricovero per neonati senza famiglia. Il più illustre di loro, oltre tre secoli dopo, sarà Cesare Mori, passato alla storia come il ***“prefetto di ferro”.***

Bisogna ora fare un salto in avanti , lasciando per un momento la Pavia della dominazione Spagnola. E’ il primo gennaio del **1872**. E’ da poco passata la mezzanotte. Il primo bambino a venir deposto dentro la ruota del nuovo orfanotrofio della città, ricavato nell’ex monastero di San Felice, soppresso poi nel XVII secolo e attualmente in Via Cavallotti, è destinato a lasciare un segno indelebile nella storia d’Italia. All’orfanello viene dato il nome di Primo Nerbi, secondo quanto annotato scrupolosamente nei registri , dal sorvegliante Mario Perelli, visto appunto che era il primo orfano preso in carico dall’istituto.

Qualche anno più tardi, il *“Colombino”* pavese viene incaricato da Benito Mussolini di combattere la mafia in Sicilia in qualità , appunto, di prefetto. Sarà tra i pochi a riuscire a mettere davvero in ginocchio Cosa Nostra, al punto quasi di scrivere la parola fine alla criminalità organizzata più temuta di sempre. La sua vita non è facile. Primo vive in orfanotrofio fino all’esatto compimento degli otto anni perché il bambino è frutto di un rapporto fuori dal matrimonio . Solo quando i suoi genitori naturali, l'ingegner Felice Mori e la moglie Rachele Pizzamiglio, regolarizzano la loro unione con il matrimonio lo riprendono a casa. E solo allora gli viene cambiato il nome in Cesare.

E’ il maggio del **1924.** Mussolini è appena rientrato da un viaggio di 15 giorni in Sicilia. Giusto il tempo di maturare una convinzione : contro la mafia occorrono misure straordinarie. Prende una decisione : mobilitare l’esercito e inviare qualcuno in grado di dominare la situazione. Chiede un uomo estraneo al contesto, capace, inflessibile, *“esperto di cose siciliane senza essere siciliano”*. Il gerarca Emilio De Bono non ha dubbi: il prefetto Cesare Mori è la persona che ci vuole. Impermeabile a compromessi, indifferente alle lusinghe, inesorabile nel far applicare la legge. In una parola, incorruttibile. Il curriculum del pavese è di prim’ordine, del resto. Vincitore , primo su 107 candidati , di un concorso per *“alunno di 2 classe”* nella pubblica sicurezza – era il **1898**, aveva solo 26 anni – Mori si ritrova a dirigere la prefettura di Bologna nel **1921**,con un sorprendente curriculum di trasferimenti e promozione. Quella in Sicilia è l’ennesima tappa di una carriera costellata di riconoscimenti ma anche di accuse per i suoi metodi che non ammettono mezze misure.

![Cesare_Mori_portrait.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Cesare_Mori_portrait.jpg)

Mori , soprattutto, non è fascista, al contrario di quanto si crede. Si considera un servitore dello Stato . E in quell’ epoca lo Stato è Mussolini. E’ lo stesso capo del fascismo a sfatare il mito del prefetto nero.

*“Spero che questo Mori sarà altrettanto duro con i mafiosi quanto lo stato è con i miei squadristi a Bologna”*, dice firmando il decreto d’incarico. A ottobre del **1925** il prefetto trasferisce il suo quartier generale a Palermo. In assenza di garanzie costituzionali. Mori cinge d’assedio paesi, taglia acquedotti , affama e asseta gli abitanti per stanare i latitanti.

L’assedio di Gangi – paese delle Madonie sposato alla mafia- svolto con gran schieramento di militari, è la firma indelebile che il prefetto lascia in una Sicilia dove la criminalità è radicata nelle campagne , nei feudi sconfinati nell’entroterra. Capitale agricolo e povertà. Nobiltà e bassa manovalanza. Braccianti e aristocrazia.

Il prefetto di ferro è implacabile con chiunque.

Tutto fila liscio fin quando non comincia a estendere le sue indagini, a colpire più in alto , coerente con la sua fama di duro che non guarda in faccia a niente e nessuno. Il **3 dicembre 1927** la Camera concede l’autorizzazione a procedere contro l’onorevole Alfredo Cucco, accusato di collusione con i capi mafia. E’ l’inizio della fine. Mussolini invita Mori a lasciare le ricerche negli archivi giudiziari. Il prefetto continua invece. Il duce allora lo nomina senatore e lo manda in pensione.

La mafia – afferma Mussolini – è stata debellata. Una bugia , ovviamente. Ma da servitore dello stato quale si sente ed è , il *“Colombino”* Pavese obbedisce agli ordini e lascia l’isola.

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Scritto da Redazione

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Pubblicato: 30 Agosto 2024

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![Un giro fra le case gialle di via Tasso: Nascono i quartieri popolari - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Un_giro_fra%20_e_case_gialle_di_via_Tasso/Illustration.jpg)

## [ Un giro fra le case gialle di via Tasso: Nascono i quartieri popolari ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/un-giro-fra-le-case-gialle-di-via-tasso-nascono-i-quartieri-popolari)

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Si vede ancora oggi, entrando nei cortili delle palazzine gialle fra via Tasso e via Grassi, l’occhio lungimirante dei progettisti che nel **1929** pensano a un’edilizia popolare che non sia un ghetto dove ammassare chi non può permettersi casa all’interno del centro storico.

Sono palazzine basse, all’interno c’è un gradevole giardino con panchine. Nulla a che vedere con le baracche che sempre in questo periodo, si vanno formando nei suburbi urbani delle grandi metropoli di allora. La fine della Prima Guerra Mondiale, il boom delle fabbriche, cambia per sempre il volto di Pavia.

Il primo passo per quella che verrà definita, in seguito, edilizia popolare, ha radici agli inizi del secolo. Come stimolo, anche, all’ iniziativa privata, nel **1906** viene stabilita l’esecuzione dal dazio sui materiali per la costruzione delle abitazioni operaie. E parte la corsa alle richieste all’amministrazione comunale e l’assalto ai terreni, ancora vergini, della periferia nord e sud della città.

A ponte Pietra, Crosione, Borgo Ticino *(Dietro il nucleo storico delle case che si affacciano sul fiume)* i terreni costano poco.

Bisognerà aspettare solo qualche anno più tardi, attorno agli anni Venti, per assistere però al boom, grazie all’arrivo delle società cooperative. Nel **1921** viene fondato anche a Pavia L’ente autonomo per le case popolari al quale il comune cede la proprietà di alcuni terreni per la realizzazione di due case che sorgeranno fra le attuali viale Gorizia e via Luino. In questo modo lo Iacp, come verrà chiamato, può dare attuazione al vecchio progetto di avviare altri lavori in viale Trieste.

Se ci si aggira ancora oggi in questa parte periferica della città, a ridosso del Naviglio si osserva l’impronta urbanistica intatta.

L’istituto pensa a gruppi di grandi edifici, organizzati in quartieri chiusi, autosufficienti, abbelliti da recinzioni e giardinetti interni. Le nuove case vengono decentrate rispetto al nucleo urbano per ovvi motivi di spazio e di costi.

Sorgono anche le case del ceto medio, non solo operaio. Ancora oggi sono visibili i primi due edifici nati con questo scopo, in viale Lodi e in Viale XI Febbraio. Soprattutto quest’ultimo è più ricercato . E un motivo c’ è. La vicinanza con il Castello obbliga una maggiore accortezza urbanistica.

In questo periodo sorge un altro edificio, di grandi dimensioni, fra piazza San Pietro in Ciel D’Oro e il baluardo Villetta *(oggi via Nazario Sauro)*. La storia di queste costruzioni comporta, in alcuni casi, il definitivo abbattimento dell’antico salone visconteo per il gioco della palla. Una decisione che provocherà discussioni e polemiche. Ma l’espansione non si ferma.

In strada nuova, nel **1923**, viene realizzato un primo gruppo di quattro edifici di medie dimensioni a tre piani, dall’aspetto decorativo curato. Ma in altre zone della città, la realizzazione di edilizia economica-popolare è una rarità.

Fra il **1926** e il **1929** l’area compresa fra la Vigentina, l’attuale via Tasso, e lo stabilimento Moncalvi *(Dove attualmente c’è la redazione del quotidiano locale la provincia pavese)* che dà lavoro a centinaia di operai viene interamente coperta dall’edilizia popolare. Oltre agli edifici di viale Lodi, realizzati fra il **’26** e il **’27**, nel **1929** sorge per iniziativa della Iacp un vasto quartiere in cui cuore è proprio via Tasso.

Ancora, nel **1940**, viene realizzato un gruppo sei edifici, abitati ancora oggi, nell’attuale via Libero Grassi. Si danno da fare anche le fabbriche, per accogliere i numerosi operai che lavorano all’interno dei loro capannoni. Sin dal **1906** la ditta Pacchetti costruisce per le sue maestranze alcuni edifici nell’area del complesso industriale. La Snia, vent’anni dopo, fa la stessa cosa costruendo ben 11 edifici in viale Montegrappa.

Viene presentato in questi anni un progetto per erigere un villaggio operaio sugli orti del Collegio Borromeo. Ma dopo polemiche e critiche , è respinto. L’espansione segue la linea del Naviglio, in direzione del Ticino. Si attraversa allora viale Campari e ci si addentra in questa zona di Pavia, ancora uguale al secolo scorso. A fine Ottocento, proprio in questo tratto di strada il padre di Albert Einstein, Hermann, aveva aperto una fabbrica: sono le officine Elettrotecniche Nazionali Einstein-Garrone che daranno lavoro a un centinaio di persone.

Al numero civico 11 di Via Foscolo c’è l’austero palazzo Corlazzoli, sul muro esterno c’è una doppia lapide. Ricorda il soggiorno, proprio in questo edificio, del grande poeta, che qui abitò fra il **1808** e il **1809**, quando insegnò all’università e curiosamente, sempre nella stessa abitazione che ospitò Ugo Foscolo, ma un centinaio di anni dopo, si fermò, ancora studente, anche lo scienziato Albert Einstein. Era il **1895.**

La passeggiata prosegue tra le case ancora immerse nel verde. La zona, infatti, non viene cementificata. La tendenza a creare quartieri residenziali omogenei, destinati a diverse fasce socioeconomiche (non solo operai, ma anche colletti destinati a diverse fasce socioeconomiche *( non solo operai, ma anche colletti bianchi)* che si concretizza in alcune lottizzazioni limitare, sono le caratteristiche della periferia di Pavia.

L’area compresa fra viale Vittorio Emanuele II, viale Cesare Battisti , via Montini si popola di case sin dal **1921**. Stessa sorte per la zona di viale Gorizia, coperta tra il **1923** e il **1926** da villette di edilizia economica ma non prive comunque di un certo stile. Nasce l’area Mettica, ampliata poi nella zona nota oggi come Città Giardino.

Con quest’ultimo intervento, si registrano anche i primi casi di speculazione. La realizzazione del progetto, infatti, si discosta e non di poco da quello originario dando avvio a un fenomeno che nei decenni successivi troverà repliche anche altrove.

L’espansione della città crea anche nuovi bisogni per una popolazione in continua espansione. E’ così che l’antica rete fognaria romana viene adeguata a partire dagli anni Venti.

Negli anni Trenta, invece, c’è da registrare l’apertura del nuovo acquedotto. Ma la struttura urbana, a causa della ridotta dimensione delle strade, non si adatta come altrove allo sviluppo del trasporto urbano. Alla prima forma di collegamento tra l’attuale stazione e piazza del Municipio, avviata nei primi decenni del secolo con carrozze a cavallo gestite da una società privata, si sostituisce nel **1913** la tramvia elettrica per la quale è necessario installare le rotaie e costruire una rimessa che verrà costruita al baluardo della Botanica, sull’attuale viale Gorizia, proprio all’imbocco di via Scopoli che quasi duemila anni prima aveva visto l’ingresso di Ottaviano Augusto.

La linea verrà prolungata fino al Policlinico da un lato e al quartiere San Pietro Verzolo dall’altro. Verrà poi soppressa nel dopoguerra.

Per vedere come Pavia si trasforma e assume l’immagine che ha oggi, bisogna tornare indietro di qualche anno fa. E’ il **1882**. Alla fine dell’Ottocento viene realizzato il salone del mercato Arnaboldi, per dare spazio adeguato al mercato bisettimanale che aveva una sua disordinata sede all’incrocio con i due assi cittadini costituiti dagli antichi cardo e decumano . L’opera comporta l’abbattimento di una serie di stabili nel cuore della città. L’obiettivo di realizzare una sorta di galleria, sulla scorta di quella celebre di Milano.

E ancora oggi ne sono visibili le intenzioni. La soluzione urbanistica prevede di realizzare un raccordo fra la commerciale Strada Nuova e la più defilata piazza del popolo per la quale fra il **1898** e il **1900** si procede al riordino, dopo che nel **1893** si era riformata la caserma del Lino *(L’attuale ex convento di San Tommaso)* e nella prospettiva della collocazione in questo luogo del monumento alla famiglia Cairoli.

A inizio secolo prende la sua attuale fisionomia piazza del Municipio, così come la si vede oggi, con l’abbattimento di alcune case e il rettifilo e l’arretramento all’università in quella che nel **1929** verrà riorganizzata come piazza XXVIII Ottobre *( oggi piazza della Posta).*

Ma la vera novità di questo periodo è il palazzo della Posta *( da cui il nome della via)* dove centinaia di pavesi fanno la fila tutti i giorni agli sportelli. L’anno successivo si realizza infine l’edificio destinato a ospitare la Camera di Commercio, in Via Mentana. L’operazione viene completata sacrificando la chiesa di Sant’ Eusebio e il giardino di piazza del Maino.

E’ sotto il fascismo che, in gran parte, Pavia di ieri diventa la Pavia di oggi.

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Pubblicato: 29 Agosto 2024

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![Dal concerto di Paganini al teatro Fraschini - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Dal_concerto_di_Paganini_al_teatro_Fraschini/Banner.jpg)

## [ Dal concerto di Paganini al teatro Fraschini ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/dal-concerto-di-paganini-al-teatro-fraschini)

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Prima di ammirare la piccola Scala di Pavia , ovvero il Teatro dei *“Quattro cavalieri “*, da tutti conosciuto come il Fraschini, dal nome del famoso tenore pavese, Gaetano Fraschini, serve dare un veloce sguardo all’Europa , come sempre , per seguire e capire quello che succederà a Pavia da qui in avanti.

*![Louis14-1668.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Louis14-1668.jpg)*

*Trattato di Aquisgrana*

Il trattato di Aquisgrana, firmato il **18 ottobre** del **1748**, mette fine alla guerra di successione austriaca e soprattutto implica il riconoscimento della prammatica sanzione, cioè dell’editto del **1713** che l’imperatore germanico Carlo VI d’asburgo, essendo privo di figli maschi, aveva voluto per garantire la successione a vantaggio della figlia Maria Teresa. Una decisione che era stata alla base dell’ennesimo conflitto nel Vecchio Continente.

La firma della pace sancisce il nuovo equilibrio europeo e sanziona la fine del principato di Pavia, che entra nell’orbita degli Asburgo.

In Strada nuova , nel Settecento, il rumore degli zoccoli rimbomba fra le due ali di edifici che si affacciano sulla via più grande della città. I circa 30 mila abitanti *(censimento del 1753)*, compresa la popolazione dei ***“Corpi Santi”***, vale a dire la periferia fuori mura , non se la passano bene. Val la pena di aprire una piccola parentesi a proposito dei sobborghi, come verrebbero definiti oggi.

Per secoli la zona periferica vive una condizione amministrativa anomala, essendo soggetta alla città ma rappresentata separatamente da una congregazione con un proprio commissario e un cancelliere per il riparto dei carichi fiscali. La riforma amministrativa di stampo illuministico dell’imperatrice Maria Teresa, finalizzata alla standardizzazione del governo locale, risolve l’antica anomalia costituendo i ***“Corpi Santi”*** in comune a pieno titolo, includendo con il capoluogo nella prima delegazione della provincia.

L’invasione francese comporterà invece l’unione del Comune con la città nel **1805**, provvedimento revocato di nuovo dagli austriaci al loro ritorno nel **1816.**

Per farla breve , il colpo d’occhio di campi e cascine che ancora attualmente si vedono fuori città cambia poco rispetto ad allora. Se oggi un antico cittadino ritornasse in vita, riconoscerebbe la propria campagna,salvo sgranare gli occhi davanti a qualche inevitabile ammodernamento dei terreni segnati da tangenziali, strade asfaltate e radi distributori di benzina disseminati qua e là.

Nel **1883**, un decreto regio accorpa tutto alla città e da allora è così.

Ne fa le spese Fossarmato, prima comune autonomo, oggi frazione di Pavia.

Per le strade settecentesche di Pavia decine di uomini chiedono l’elemosina, bambini macilenti giocano nelle piazze, donne malvestite si aggirano fra i banchetti del mercato per acquistare quel poco che possono. Nonostante la povertà della maggior parte dei suoi abitanti, la nobiltà, al contrario davvero molto facoltosa, regala in questo periodo delle perle alla città.

Nel **1773** una società di quattro gentiluomini, Francesco Barbarana Beccaria, Luigi Bellingera Provera, Pio Bellisomi e Giuseppe Giorgi di Vistarino decide che è tempo, per Pavia, di avere un teatro. Lo fanno costruire all’inizio di Strada Nuova, laddove ancora oggi lo possiamo ammirare.

A dire la verità, Pavia ne aveva uno, più piccolo. Lo aveva fatto edificare il patrizio Giacomo Omodei ai primi del Settecento nell’attuale via Paolo Diacono. Ma è modesto e poco funzionale. Soprattutto, narra la leggenda, Omodei è signore e padrone del luogo e come tale si comporta : impone al pubblico i propri gusti e orari, e fa aspettare anche ore per la sua presenza, senza la quale lo spettacolo non può iniziare.

I quattro nobili intendono invece realizzare qualcosa che resti nella memoria. Così affidano il progetto a un archistar dell’epoca : Antonio Bibbiena.

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*Ferdinando D’Austria*

Alla presenza dell’arciduca Ferdinando D’Austria , il teatro viene inaugurato il **24 maggio del 1773** con l’opera Demetrio dell’allora celeberrimo compositore boemo Josef Myslivecek.

Da quel giorno, salvo una chiusura di una decina di anni , dal **1985** al **1994**, il Fraschini, come verrà ribattezzato successivamente, sarà uno dei tanti vanti di Pavia, insieme al Castello, all'Università, al San Matteo.

Il **7 maggio 1805** ospita Napoleone e Giuseppina de Beauharnais, poco prima dell’incoronazione. Ospiti d’onore saranno anche l’imperatore austriaco Francesco I e la moglie, l’imperatrice Maria Luisa. Nel **1814**, per l’astronomica cifra di 600 lire, si esibisce davanti a un pubblico estasiato Niccolò Paganini Passano dal Fraschini , in virtù della sua acustica pressoché perfetta, compositori come Pietro Mascagni e Arturo Toscanini. Dal dopoguerra in poi sul palco anche i grandi divi del teatro classico, come Vittorio Gassman, o della rivista come Carlo Dapporto, Macario, il giovane Dario Fo, Giustino Durano. Il teatro viene chiuso nel **1985**. La riapertura , venerdì **9 Dicembre 1994** vede sul palco Cecilia Gasdia e Katia Ricciarelli.

Si procede la passeggiata , percorrendo solo qualche centinaio di metri. Tanto dista, infatti, il teatro dell’università. I lavori fervono anche qui. In questo caso, è l’imperatrice Maria Teresa in persona a voler mettere mano. E l’austera eleganza che l’ateneo pavese conserva ancora oggi la si deve a lei.

I lavori edilizi, cominciano nel **1771** sotto la supervisione di altri due architetti di grido come Giuseppe Piermarini e Leopoldo Pollack. Viene costruito il grande teatro anatomico, inaugurato nel **1785**, oggi dedicato al medico Antonio Scarpa. Si realizza lo stesso anno la grande biblioteca.

La mano di Maria Teresa rimodella anche altri edifici, come l’Orto botanico. Si creano musei scientifici, come quello di Storia Naturale. Insomma, la cultura rifiorisce. E le sedi della sapienza si riempiono di nomi illustri

Nel settecento, girate per le aule dell’università, vuole dire imbattersi in docenti che passeranno alla storia. Primo fra tutti, Lazzaro Spallanzani. Lo scienziato è qui dal **1769**, chiamato a insegnare Storia Naturale. Ma i suoi studi spaziano. Scopre il succo gastrico, compie esperimenti sulla fecondazione, intuisce l’esistenza degli scambi gassosi respiratori nel sangue. Si occupa anche di zoologia anticipando, insieme allo svizzero Charles Jurine, la teoria dell'eco localizzazione dei pipistrelli scoprendo che questi mammiferi non sono in grado di evitare gli ostacoli durante il volo se le loro orecchie vengono tappate con la cera.

In un’austera aula dell’università si assiste anche a una lezione di Alessandro Volta. Il futuro inventore della pila insegna a Pavia Fisica Sperimentale dal **1778**. Le sue lezioni sono talmente seguite da indurre il successivo imperatore, Giuseppe II, a ordinare la costruzione di un nuovo *“teatro fisico”*, oggi conosciuto come *“aula Volta”*.

Dalla sua cattedra assegnata nel **1783**, rileva ogni particolare funzionamento di organi, ossa e tessuti umani il padre della moderna anatomia, Antonio Scarpa. Le statue di questi giganti del pensiero scientifico ancora oggi guardano severe dai vari cortili dell’ateneo, dove sono posizionate a perenne ricordo della loro attività didattica e scientifica.

Di Scarpa rimane qualcosa di più. Pare che lo scienziato fosse solito, in seguito al decesso di suoi illustri colleghi, utilizzarli come preparati anatomici, su cui effettuare studi. E, a seguito di questa singolare abitudine, alla sua morte gli venne riservato un trattamento simile. L’esposizione della sua testa conservata sotto formalina, è ancora visibile al museo dell’università.

Nel **1777** l’ateneo pavese assurge invece agli onori della cronaca a causa di una perfetta sconosciuta. Si chiama Maria Pellegrini Amoretti, e proprio in quell’anno si laurea in legge. L’aula, alla discussione della tesi, è gremita all’inverosimile. La curiosità è dovuta a un semplice motivo: è la prima donna ad addottorarsi all’università cittadina. Tanto che addirittura Giuseppe Parini, da li a poco, le dedicherà alcuni versi nell’ode *“La Laurea”*, esprimendo meraviglia per il fatto e aggiungendo, femminista ante litteram, come “la tirannia virile frema”.

Ma l’aria in città è destinata a cambiare.

Quello che l’imperatrice Maria Teresa costruisce, il figlio e successore Giuseppe II, distrugge. Il nuovo imperatore infatti non è certamente mosso dalla voglia materna di costruire e restaurare. Semmai il contrario. Anche se i suoi bersagli preferiti a Pavia, quando sale al trono nel **1740** alla morte di Maria Teresa, sono chiese e monasteri. Più di venti se ne contano fra chiusi, demoliti o trasformati in altrettanti edifici civili o pubblici. Ne fanno le spese il convento di Sant’Epifanio di cui oggi rimane solo il nome della via, dove troverà posto l’Orto Botanico, i conventi dei Gesuiti e di San Francesco, trasformati in liceo e collegio Germanico-Ungarico *(oggi collegio Cairoli, nell’omonima piazza)* e l’ex Chiesa di San Tommaso *(attualmente ancora visibile in via Rusconi)* trasformata in Seminario Generale per i chierici di Lombardia nel **1786.**

Ma ben altri stravolgimenti sono alle porte di Pavia.

Tre anni più tardi, a mille chilometri di distanza , i parigini prendono d’assalto la Bastiglia. Scocca l’ora della Rivoluzione Francese che segnerà il destino d’Europa e infiammerà anche Pavia.

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Pubblicato: 29 Agosto 2024

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![Quando gli operai furono reclusi al Castello Visconteo - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Quando_gli_operai_furono_reclusi_al_Castello_Visconteo/Illustration-min.jpg)

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Le prime avvisaglie della fra quelle che sarò la classe operaia e i “padroni” fanno il loro esordio in questo periodo.

Il primo scontro si ha nella palazzina dove oggi ha sede il quotidiano la Provincia Pavese. Qui infatti, all’inizio del secolo, c’è la ditta Moncalvi, azienda leader fino agli anni Ottanta del secolo scorso, nella realizzazione di pompe industriali. Il malcontento per orari lunghi, condizioni di lavoro stressanti, paghe non sempre all’altezza, esaspera gli animi.

Protestare è quasi impensabile, per quei tempi, dove il padrone fa il bello e il cattivo tempo.

I lavoratori decidono comunque di incrociare le braccia, fino a quando le loro richieste non verranno accolte. A nulla valgono le minacce dei proprietari. Gli operai lottano per migliori condizioni di lavoro e salari più alti. Non c’è nessuna trattativa sindacale, come succede oggi, anche perché il sindacato non è ancora nato. La questione si risolve per le spicce. Si chiamano i carabinieri. Nella palazzina sul Naviglio fanno irruzione i militari, con le cattive trascinano fuori i ribelli. E’ la prima protesta collettiva nell’industria pavese.

Per un’astensione dal lavoro di poche ore , gli operai delle officine Moncalvi vengono puniti con la reclusione al Castello Visconteo.

Purtroppo, a parte il nome della fabbrica dove questo avviene, non vengono forniti ulteriori particolari sul giorno, l’anno e il numero di lavoratori coinvolti. Si sa che sono fra gli anni 1910 e il 1915, probabilmente a ridosso del conflitto al Castello Visconteo.

Nel 1911 a trainare il settore è quello metallurgico, con 1173 operai. Da lì a qualche anno , fioccano per come la Moncalvi e la Necchi contratti d’oro per la produzione di granate, spolette e altre parti di armi.

E’ il business della Prima Guerra Mondiale. A tutti , più o meno indistintamente , la congiuntura bellica offre una cornice straordinariamente remunerativa e incentivante, grazie alle numerose commesse che piovono sugli imprenditori pavesi che vedono aumentare i propri profitti. Si ampliano gli impianti di produzione , si recluta nuova manodopera, spesso improvvisata. La maggior parte degli uomini e delle donne che vanno a lavorare nelle fabbriche sono infatti contadini.

Nel giro di pochi anni, la composizione interna della classe operaia pavese, le sue condizioni di vita, variano e peggiorano visibilmente . I ritmi di lavoro si inaspriscono, aumentano gli infortuni, il cottimo è pagato poco e male. A parte il caso della Moncalvi,però, non si registrano forti proteste.

Così l’espansione e l’ammodernamento della città non conoscono sosta.

Nei primi del ‘900 si affaccia un progetto destinato a cambiare per sempre la storia urbanistica della città. Torniamo in Strada Nuova, cuore di Pavia. Qui, accanto all’università, c’è ancora la sede dell’ospedale fondato nel 1449. I tempi sono maturi per un nosocomio moderno che alle motivazioni igienico sanitarie unisca le esigenze di ricerca scientifica.

Ci vuole insomma un complesso che assolva a entrambi i compiti, con vaste cliniche strutturate per il ricovero secondo i criteri moderni e dotate di ambienti attrezzati per il ricovero secondo alcuni criteri moderni di ambienti attrezzati per farlo.

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*Camillo Golgi*

Camillo Golgi, premio Nobel per la Medicina nel 1906, propone l’area dell’ex piazza delle Armi, ma viene scartata. Si pensa anche all’area “Mettica”, in località Torretta, sul terreno di proprietà del Collegio Borromeo, nell’attuale corso Garibaldi e lungo il Ticino. Ma neppure questo va bene. L’attenzione si concentra allora sulle aree Caima e Deserto, a nord-ovest della città, al di là del Navigliaccio. Qui sorgerà il futuro policlinico San Matteo, così come lo conosciamo oggi.

Il progetto è datato 1913, ma verrà aperto solo diciannove anni dopo, nel 1932-

In questi anni viene realizzata un’altra opera storica. Si prende la strada provinciale che porta in oltrepò, in direzione del Comune di Linarolo, a una decina di chilometri da Pavia. Alla confluenza fra il Po e il Ticino ci sono decine, decine e decine di operai con la schiena curva sui piloni di quella che sarà la prima opera pubblica rilevante per l’intera provincia: Il ponte della becca. E’ il 1910. Ma la sua storia parte molto prima.

E’ la necessità di favorire il commercio delle uve prodotte in Oltrepò pavese verso Pavia e il resto della Lombardia, a far nascere l’idea di un punto di trasbordo da una riva all’altra. Il primo tentativo, esattamente dove oggi la struttura in ferro collega le due sponde, è un ponte di barche, a metà dell’ottocento. Ma la soluzione si rivela inadeguata poiché non garantisce il regolare commercio dei prodotti a causa delle piene dei fiumi.

Nel 1881 viene istituito un primo comitato per la realizzazione della Becca di un ponte stabile, sostituito da un secondo nel 1885.Si arriva alla redazione di un progetto, affidato per la realizzazione alle principali imprese che operano nel settore delle costruzioni metalliche del tempo, tra le quali la Società Nazionale settore delle costruzioni metalliche del tempo, tra le quali la Società Nazionale Officine di Savigliano e la ditta Larini Nathan di Milano.

Sono queste le due imprese che, dopo la stesura del progetto definitivo risalente al 1909 e la nascita di un consorzio tra i comuni interessati al progetto, iniziano i lavori iniziano i lavori di costruzione del ponte che terminano nel 1910.

E, mentre la periferia fiorisce di opere, anche in città ci sono grandi cambiamenti. La rivolta degli operai della Moncalvi è solo la punta dell'iceberg. Nella sede della palestra civica, ancora oggi in via Luigi Porta al 13, il giornalista Cesare Battista e il sindacalista Filippo Corridoni incendiano gli animi con i loro discorsi. I due patrioti / intellettuali vengono spesso in città a dar man forte ai giovani pavesi che si infiammano di fronte alla prospettiva di una nuova guerra contro l’Austria, il nemico odiato e mai dimenticato.

Ancora una volta è l’università l’epicentro del nuovo fuoco patrio.

L’aula VI, per la precisione. Qui, risuonano le voci illustri dei docenti , che incitano a completare l’opera iniziata nel Risorgimento . Allo scoppio della guerra, Pavia viene dichiarata “città ospedaliera”, con la requisizione dei collegi universitari e altre strutture. Si arriverà a contare fino a duemila posti letto per i feriti. Nel 1917, dopo la rotta di Caporetto , la città – dove si è proceduto intanto alla demolizione di gran parte delle mura spagnole – viene provata dall’ennesima eccezionale piena che ha invaso Borgo Ticino.

E’ proprio in questo periodo che anche Pavia conosce un breve ma intenso periodo legato al futurismo.

Nei bar del centro storico appare una tavola parolibera dal titolo “Lungo il Ticino”. Si tratta di un tipo di componimento letterario dove il valore estetico della poesia è affidato al rapporto fra la parola e immagine. Gli autori sono due giovani artisti , Angelo Rognoni e Gino Soggetti, fulminati dal movimento artistico nascente di Tommaso Marinetti. E proprio Marinetti in persona , nell’inverno del 1916, è presente al teatro Guidi ( oggi è stato abbattuto), che ha sede in Viale Matteotti, una serata in cui si potrà ascoltare il discorso programmatico del fondatore.

Costruito nel 1865, il teatro Guidi è quello che oggi definiremo un teatro all’avanguardia. Ospita spettacoli di vario genere, da manifestazioni sportive a eventi mondani. Nel 1920 accoglie addirittura un circo, riscuotendo un grande successo di pubblico. Attivissimo fino agli anni Trenta, chiuderà i battenti nel 1935. Chi invece vuole raggiungere i teatri di Milano deve andare in piazza Petrarca. Qui , già alla fine dell’800, è arrivato il “Gamba de legn". La linea ferroviaria, a vapore, a scartamento ridotto, costituita da un solo binario di esercizio, interessa la statale 35 dei Giovi , nella tratta tra Pavia e Milano, funziona dal primo agosto 1880. Chiuderà il 29 febbraio 1936.

Spostandosi di mezzo chilometro, ci si dirige nella zona di Corso Cavour, con le sue scintillanti vetrine. L’inizio della sua ascesa commerciale, ancora oggi sotto gli occhi di cittadini e turisti, si può ricondurre al periodo antecedente la Grande Guerra. Nel primo decennio del 1900, la proprietà di palazzo Bottigella concede che venga utilizzata pubblicamente l’area verde di sua pertinenza che fiancheggia l’immobile. Viene abbattuto il muro sul fronte del corso Cavour e con l’autorizzazione e il vincolo della sovrintendenza dei monumenti, viene realizzato un locale di ristoro appoggiato alla parete occidentale dello stesso edificio. Il completamento del locale avviene nel 1915 quando, con progetto di Ercole Lanfranchi , viene realizzata e applicata una facciata in lamiera e un’insegna che indica : Caffè Kursaal Giardino. All’esterno, nella stagione estiva sono allineati tavolini e sedie : il locale , sia per la strategica posizione di fronte al palazzo del Tribunale, sia per la vicinanza alla stazione ferroviaria, acquista velocemente una posizione di rilievo nel settore di ristoro pavese, facendo presto concorrenza allo storico Demetrio.

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![L’ autunno caldo dei "Sessantottini" - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/L%20autuno_caldo_dei_Sessantottini/Banner.jpg)

## [ L’ autunno caldo dei "Sessantottini" ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/l-autunno-caldo-dei-sessantottini)

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Pavia inaugura l’autunno caldo della protesta con un anno di anticipo. Gli studenti, fra i primi D’Italia, iniziano a manifestare il loro dissenso e la voglia di ribellione alla fine del **1967.**

E’ il **30 novembre** quando un gruppo di giovani occupa l’aula di Anatomia, alla facoltà di medicina. Fra lo stupore generale, soprattutto del corpo docente. I ragazzi se ne andranno il 5 dicembre. E’ solo una prova. Intanto però gettano le basi per le proteste, quelle vere, che verranno da lì a poco. Cioè nel **1968**. Il **21 febbraio**, infatti, si replica. E’ questione di qualche giorno , poi tocca, il **13 marzo,** alla neonata facoltà di Economia e Commercio. E’ un effetto domino,perché viene anche il turno di scienze politiche. Infine il **23 Marzo** , viene nuovamente occupata la facoltà di lettere. Quel giorno comincia ufficialmente il 68 pavese, con un occupazione che durerà 43 giorni, cioè fino **all’11 maggio**.

Proprio questi ultimi giorni , dall’aprile ai primi giorni del mese seguente, la lotta studentesca, che chiede un’università migliore, più aperta e condivisa,diventa più dura. Il **26 aprile** si svolge una manifestazione per le vie della città. Nell’aula 8 si raccolgono le firme per la liberazione di Guido Viale, leader della rivolta studentesca a Torino *( andranno in seicento a portarla al questore)* e si leggono a voce alta passi degli *“scritti politici”* di Rosa Luxemburg nell’edizione curata da Lelio basso e di “Antropologia funzionale “ di Carlo Tullio Altan.

Sul cancello della facoltà un grande striscione dice ;***” No alla scuola che prepara i padroni di domani”.***

Il rettore Mario Rolla va a parlare ai giovani. Ma viene cacciato. L’**8 maggio**, dopo che il corpo docente ha respinto le loro richieste , i ragazzi si barricano in ateneo , bloccando l’accesso al professor Rolla. La conseguenza è l’incriminazione contro chi guida la protesta: le denunce arrivano a Lanfranco Bolis, Sergio Saviori, Renato Novelli e Giovanna Bellandi, tutti accusati di oltraggio, resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento.

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*Lanfranco Bolis*

E’ proprio Lanfranco Bolis , insegnante pavese, il leader della protesta studentesca. Nato nel settembre del 41, iscritto al Pci a 16 anni, è segretario provinciale dei giovani comunisti a 20 e consigliere comunale a 23.

Nel **’68** siede nel consiglio federale del partito, è un fuoricorso all’università , ha una cattedra in una scuola media, una moglie e una figlia di due anni. Nel maggio del **’68** Bolis e i suoi fondano , in una serie di assemblee al collegio ghislieri, un gruppo e un giornale, potere proletario, direttore responsabile Piergiorgio Bellocchio.

Strada nuova si riempie di cartelli. I muri dell’ università si trasformano in bacheche. Gli studenti urlano la loro voglia di cambiamento, sfidano i docenti. Il rettore Rolla decide di usare le maniere morbide. Non chiama mai la polizia, lascia fare, per quello che può. Gli studenti fanno i turni. I pavesi restano anche di notte, bivaccano nelle aule e nei corridoi. Il periodo più duro dell’occupazione è la Pasqua. Molti vanno via, ma un gruppo di irriducibili, circa una ventina di studenti , resta. Si teme, a questo punto, l'uso delle maniere forti. Ma , ancora una volta, il rettore non vuole forzare la mano.

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All’ordine del giorno anche i temi di politica, a cominciare dal Vietnam.

Il raggio d’azione dei ragazzi non è solo strada nuova, corso cavour, via mazzini, piazza della vittoria. Pavia, in quegli anni, pullula ancora di operai in tute blu, grazie alla Necchi, alla Snia e alle altre tante fabbriche storiche. Gli studenti vanno anche davanti ai cancelli a volantinare. In qualche modo il **68** era iniziato in anticipo, nell’autunno dell’anno prima, ma poi entrò in fase calda in ritardo, ai primi del **1969**. E’ in questo anno che iniziano i veri scontri con la polizia davanti alla prefettura.

Si torna indietro di 40 anni e andiamo in Piazza Guicciardi, a due passi dall’università. I giovani in corte innalzano cartelli e bandiere, la loro voglia di cambiare si trasforma in un ruggito. La tensione è alle stelle e questa volta gli agenti dispensano manganellate senza risparmiarsi. Ma la fiamma è accesa. Anche gli studenti dei licei scendono in campo. Proprio verso la fine dell’anno, le cose cambiano anche per Bolis e per la politica pavese; i rapporti già tesi con il sindacato per i casi dello sciopero degli spazzini e dell’Omino di Ferro, fabbrica di Casorate nella quale lavorano tantissime donne, arrivano quasi alla rottura. Lo spartiacque è il **2 dicembre**, giorno tragico, in cui viene repressa nel sangue la protesta dei braccianti di siracusano *(ad Avola)* contro le gabbie salariali.

A Pavia il movimento studentesco si trasforma in Potere Proletario.

Esce un volantino in cui si chiede uno sciopero di otto ore. Il sindacato propone mezz’ora. Gli operai della Necchi si fermano invece per tutta la giornata. Più tardi, al secondo turno, il Partito comunista di Pavia si presenta in massa e li convince a rientrare. A quel punto lo scontro con il Pci è durissimo e Bolis, insieme ad altri, viene cacciato. Questo episodio segna per lui e per altri la fine del rapporto con il Partito Comunista.

Il **68** registra anche una novità quasi assoluta per Pavia. La prima protesta in chiave ambientalista. E’ il **7 settembre** quando la giunta decide di formare un’isola pedonale nell’area compresa fra corso Cavour , via Frank, via Cardano, via Rezia e piazza Duomo. Immediata , scatta la protesta dei commercianti, che accusano il Comune di compromettere, con questa scelta, la loro attività. A sorpresa si schiera con i negozianti anche Italia Nostra, da poco presente sul territorio. Pur condividendo il fine, gli ambientalisti, a loro volta, contestano la decisione di chiudere parte del centro storico perché la scelta viene fatta senza uno studio funzionale preciso. In altre parole, una scelta casuale che avrebbe portato più costi che benefici. Il sindaco socialista, Giovanni Vaccari, sotto la pressione di Italia Nostra, cede e revoca il provvedimento.

La seconda, grande, battaglia dell’associazione sarà, da lì in avanti, la difesa del Ticino, sempre più inquinato negli anni del boom economico e quasi mai per colpa delle fabbriche pavesi.

C’è una peculiarità del Sessantotto pavese: la protesta non sfocerà mai in episodi di particolare violenza, né di terrorismo. All’Università, epicentro ancora una volta dei venti di rinnovamento, nei licei ma anche nelle fabbriche prevale il dibattito politico. Acceso , spesso, ma senza degenerazioni. Vince insomma la voglia di confronto. Lo testimonia, quattro anni prima della protesta studentesca, la massiccia partecipazione all’apertura del circolo culturale Labriola di via varese *(che chiuderà solo qualche anno dopo)* a cui partecipa anche Pier Paolo Pasolini. Pavia non è Milano, dove ben presto molti giovani prenderanno la strada delle Brigate Rosse , dei Nuclei Armati Proletari o altre formazioni terroristiche. Ma di Pavia partirà la traccia che porterà all’arresto di uno dei capi storici delle Br, Marino Moretti. E questo grazie al fiuto del capo della squadra mobile pavese, Ettore Filippi.

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Pubblicato: 28 Agosto 2024

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Via Mentana è oggi una lunga strada stretta, di passaggio più che altro, che porta verso piazza del municipio se si prosegue verso la parte orientale della città,verso Strada Nuova se la si percorre in senso inverso. Il centro storico oggi pullula di telecamere di sorveglianza, soprattutto per il controllo del traffico. La tecnologia avrebbe senza dubbio aiutato, quella fredda sera del **16 Dicembre del 1858**, a risolvere il giallo dell’omicidio di Emilio Briccio.

Briccio, di origine trentina, è un docente di veterinaria all’università. Dopo cena, decide di fare una passeggiata in compagnia di un’amica. Proprio all’angolo fra via Mentana e Strada Nuova, un uomo gli si para davanti. Il professore non fa nemmeno in tempo a rendersi conto di ciò che sta accadendo. All’improvviso sente una fitta allo stomaco. Solo quando abbassa gli occhi in direzione del punto da cui è partito quel dolore che gli toglie il fiato, capisce cosa è successo. Nel ventre ha conficcato un stiletto. Ne spunta solo il manico. Il misterioso aggressore si è già dileguato. Ha preferito girare l’angolo in via Mentana, più buia e soprattutto meno battuta dellla via principale di Pavia.

Briccio morirà quattro ore dopo nella sua casa, a pochi metri dalla sede dell’ateneo. A nulla serve il tentativo di salvarlo di un luminare della medicina, il dottor Luigi Porta, suo amico, giunto al suo capezzale. Si dice, ma le prove non verranno mai raccolte, che Briccio sconti la fedeltà al governo austriaco, che solo qualche giorno prima ha difeso in una discussione. Lo riporta Contrado Montini cronista *“da battaglia”* dell’epoca, irriducibile giacobino, futuro garibaldino, e giornalista di grido. A scatenare l’omicida, sarebbe stata una battuta irriverente relativa alle manifestazioni di piazza che in quel periodo si susseguivano. La conferma che alla base di piazza che in quel periodo si susseguivano. La conferma che alla base del gesto ci sia un movente politico, arriva qualche giorno dopo con un biglietto anonimo intercettato agli uffici postali dalla polizia austriaca. Le indagini, però non conducono a nulla.

L’ omicidio rimane irrisolto.

L’unica conseguenza, è l’ulteriore stretta delle autorità su una vita cittadina già duramente provata dalla dominazione austriaca.

Ci si sposta ora di qualche centinaio di metri, all’angolo fra via Mascheroni e via XX settembre Siamo, di nuovo, in una strada poco lontana dal cuore della città. Oggi si possono vedere parecchi studi di avvocati, eleganti portinerie di prestigiosi palazzi. Giuseppe Ripamonti Carcano è appena uscito di casa. E’ il direttore della Gazzetta provinciale di Pavia. E come tale non può non essere filo-austriaco. In passato ha già ricevuto minacce ma non ci ha mai fatto caso, fa parte del lavoro. Ha appena girato l’angolo, quando un uomo gli pianta uno stiletto nella pancia.

E’ la sera del **18 marzo 1859**. L’arma rimane nella ferita. Ripamonti Carcano, come pure il professor Briccio, crolla a terra in un lago di sangue. L’aggressore si dilegua nell’oscurità della città, deserta anche per il coprifuoco ormai perpetuo. Anche in questo caso, l’omicidio rimane irrisolto. Ma la polizia ha pochi dubbi che il delitto sia legato ala sua attività professionale e soprattutto alla sua posizione politica. La mano,però, secondo gli investigatori non è la stessa del delitto Briccio. Ci sono due sospettati. L’autore del primo omicidio sarebbe Enrico Novaria, definito Montini *“cospiratore audace”*. Nel secondo caso, invece, i sospetti cadono su Giuseppe Pedotti,altro not patriota ribelle.

L’ambiente in cui maturano i delitti, è sicuramente quello dei movimenti anti austriaci pavesi. Ma quando i gendarmi bussano alla porta delle loro abitazioni, si sono già dati alla macchia. Cadranno più tardi sui campi di battaglia di San Fermo e Monte Suello, portandosi nella tomba il segreto dei due efferati omicidi. Che restano comunque, episodi isolati.

Qualcosa però sta per accadere.

Che l’Austria abbia i giorni contati a Pavia e in Lombardia, lo percepiscono in tanti. E in tanti si preparano a ingrossare le file dei patrioti pronti a combattere, alla luce del sole, contro l’odiato oppressore. Il punto di espatrio dei giovani che vogliono andare in Piemonte per arruolarsi passa dalla zona Est della città. Ci si dirige lì allora. E si giunge nella zona rivierasca nei pressi della Chiesa di San Lazzaro. Si è vicini alla strada provinciale per Cremona. Qui si trova Cascina Francana. Il proprietario di allora si chiama Luigi Germani. E’ un fervente patriota. Chi vuole fuggire, lo fa con il suo aiuto. Da qui , in poco più di dieci minuti si può raggiungere la riva del fiume. Dove, nascoste dalla folta vegetazione, ci sono delle barche. A guidarle, con fare sicuro, anche nell’oscurità, è un umile popolano, profondo conoscitore delle acque. All’anagrafe è Luigi Razzini, ma tutti lo conoscono come Battifiacca. Fra Ticino e Po trasborda decine di cospiratori, sfuggendo spesso ai gendarmi austriaci. Non verrà mai colto con le mani nel sacco. Morirà nel **1884**, dimenticato da tutti. Milani racconta che al cimitero viene accompagnato solo dal becchino, e, tristemente, la sua tomba non ha alcun epitaffio.

A proposito di fiume. Se si fa una passeggiata sulla riva del Naviglio e si arriva alla confluenza con il Ticino, una lapide ricorda le piene maggiori della storia. La più terribile si verifica proprio in quel periodo. E’ il **1857**, quando il fiume straripa e invade la città. E’ la maggior piena di rigurgito del Po mai osservata a Pavia. Si è formata per una piena che alla Becca raggiunge la portata valutata in circa diecimila metri cubi al secondo. La seconda inondazione più devastante della storia è di qualche anno dopo, solo del Ticino: è il **1868**.

Ma oltre alla lotta con l’ acqua, qui continuano ad essere combattute senza soste le battaglie tra eserciti A ingrossare le fila dell’esercito sabaudo occorrono circa 1500 giovani pavesi. Intanto gli austriaci si preparano all’ennesima guerra. In prossimità del ponte Coperto, allestiscono un ponte di barche per accelerare il passaggio delle truppe. L’idea è quella di portare la guerra in Piemonte. Un primo scontro fra i due eserciti si verifica il **23 aprile** a Zinasco, oggi un piccolo comune di qualche migliaio di anime appena fuori Pavia. Ma gli scontri che passano alla storia sono quelli di Montebello *(in Oltrepò)* e di Palestro *(in Lomellina)* nel **1859**.

Le alleanze, nel frattempo, vedono i francesi *(al comando c’è Napoleone III)* a fianco dei piemontesi *(guidati da Vittorio Emanuele II)*. L’ultimo caposaldo della resistenza austriaca resta Pavia. Qui i feriti di due battaglie vengono trasportati e curati. Si ergono fortificazioni a Porta Milano. I portici di Borgo Calvenzano, dove oggi ci sono pub e pizzerie, vengono chiusi con tavole di legno. In quella che oggi è ribattezzata via Palestro, si allestisce un ospedale militare.

Ma ormai, per gli austriaci, la guerra è persa. La sera del **12 Giugno**, le prime avanguardie francesi rientrano a Pavia. Qualche giorno prima, il **26** e **27** maggio, si erano combattute due furiose battaglie a Varese e San Fermo. Nella prima cade Ernesto Cairoli. I fratelli Luigi, Enrico e Giovanni moriranno poco dopo, intrepidi eroi dei Cacciatori delle Alpi. La famiglia pavese che aveva ospitato Garibaldi dà il contributo di sangue più alto alla causa italiana.

Oltre alla storia, anche l’arte immortala le gesta di questi eroi.

C’è un episodio toccante, in questa vicenda di sangue e sacrificio. Si può ricordarlo, visitando il museo del Risorgimento al Castello. Lì è conservato un quadro, dipinto da Federico Faruffini. A commissionarlo, poco prima della sua morte, è Ernesto Cairoli. Faruffini ha un presentimento e proprio mentre lo dipinge, l’ amico è colpito a morte sul campo di battaglia. I caduti pavesi saranno complessivamente nove: cinque nell’esercito sardo, quattro nei Cacciatori delle Alpi.

C’ è un altro quadro, questa volta a firma di Paolo Barbotti che raffigura la morte di Giuseppe Pedotti, il presunto assassino del professor Briccio. Muore eroicamente a San Fermo. Lo stesso Garibaldi ne racconterà le gesta : *“ Aveva pur pagato il suo tributo alla patria, giacendo cadavere fra i valorosi che avevano assalito il fronte. Egli apparteneva alla eletta schiera dei giovani lombardi delle prime famiglie”*.

C’è una lapide all’ interno dell’ università, che ricorda le gesta dei giovani garibaldini pavesi presenti, qualche anno più tardi, con i Mille: *“ il 15 maggio 1860 vidi allora la nostra bandiera portata al centro della settima, quel centinaio e mezzo di giovani quasi tutti dell’università di Pavia fior dei lombardi e di veneti la compagnia più numerosa e più bella”*.

Ma si torni a quei giorni. Il **18** settembre Vittorio Emanuele II entra fra due ali di folla festante, questa volta sinceramente felice, a Pavia. Gli Austriaci sono stati finalmente cacciati per sempre

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Pubblicato: 27 Agosto 2024

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I simboli, nelle rivoluzioni, sono importanti quanto le armi. Fra piazza del Duomo e l’attuale piazza della Vittoria, si consumano due episodi-chiave che rappresentano il clima che si respira in una città di nuovo sottosopra. La situazione precipita. Gli austriaci sono in fuga. In ordinate colonne, senza dire una parola su quanto sta succedendo, rientrano dalla frontiera del Gravellone, da dove erano entrati trionfanti solo qualche decennio prima, e attraversano il Ticino marciando in silenzio verso il Po. Un ‘altra colonna, invece prende la strada di Bereguardo.

Il **9 maggio** non c’è più neppure una divisa asburgica a Pavia. Insieme all’esercito, fugge anche quella parte della popolazione, per lo più nobili, che si è eccessivamente compromessa con l’amministrazione imperiale. I ricchi patrizi sono preoccupati per la loro incolumità. E’ in questo periodo che molti degli stemmi delle antiche casate spariscono dai muri degli splendidi edifici del centro. I proprietari non vogliono ,all’arrivo dei Giacobini francesi far capire quali sono i loro possedimenti. Pavia piomba in un silenzio quasi irreale. Solo il rumore degli scalpellini rimbomba per le strade.Prima di andarsene però, gli austriaci minano il ponte coperto, ma la bomba non scoppia. Poi più nulla. Ai pavesi non sembra vero di poter approfittare della momentanea anarchia in cui piomba la città. Una folla di saccheggio e libertà si getta su due navi attraccate alla darsena cariche di sale e tabacco abbandonate dai soldati in fuga, e le spogliano di tutto.

Annota Vincenzo Rosa nella sua ***“Insurrezione e il sacco di Pavia avvenuti nel maggio del 1796"***: *"Sembravano tante formiche quando fanno i trasporti, o le api quando depredano un alveare rotto”*. Ma l’ubriacatura dura poco. Da lì a cinque giorni arrivano le prime avanguardie francesi. Giungono dalla strada di Lodi, dove Bonaparte ha combattuto e vinto una dura battaglia.

La Pavia che resiste a qualunque invasore, fiera e protetta dalle sue alte mura, è ormai uno sbiadito ricordo.

Molto più italicamente , uno sparuto drappello di nuovi conquistatori viene accolto da un ossequiente gruppo di rappresentanza formato da autorità civili e religiose , seguiti da una esigua folla. Anche se , nell’animo della maggior parte dei cittadini, il pessimo ricordo della dominazione francese di qualche decennio prima rimane. Non è proprio quella che si direbbe una accoglienza calorosa. Anzi. Quando arriva il grosso dell’esercito il giorno dopo, formato da circa seimila effettivi sotto il comando del generale Pierre Augereau, è la paura a prevalere.

L’aspetto dei soldati francesi è tutt’altro che marziale. Marciano lungo Strada Nuova, proseguono oltrepassando l’attuale piazza Italia per raggiungere viale XI Febbraio , sede del Castello Visconteo e da sempre punto di appoggio degli eserciti stranieri in transito per la città. Il loro aspetto malconcio li fa quasi assomigliare a dei predoni e la diffidenza nei loro confronti sale. Ma, almeno per il momento, i francesi non mostrano alcun interesse per le sorti della città.

Gli amministratori in carica , nominati dagli Asburgo, corrono a omaggiare i nuovi padroni. Al generale Augereau vanno benissimo , purchè collaborino. La promessa è quella di tenere a bada la truppa, sempre che non ci siano provocazioni o violenze. Iniziano ad apparire per le vie della città le prime coccarde bianco, rosso,blu. Ma cominciano anche le prime requisizioni: cavalli, vestiti, armi, cibo. E ancora scarpe, lenzuola , camicie. Si cerca soprattutto panno blu, colore di ordinanza dei soldati francesi.

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*Pierre François Charles Augereau*

Ma se in città si mantiene un minimo di ordine senza cadere negli eccessi, è nel contado che le truppe si sentono più libere di perpetuare prepotenze, quando non violenze. Il malumore sale e avrà delle conseguenze anche per la città da lì a poco. I rappresentanti di nobiltà e clero che non sono fuggiti stanno intanto con il fiato sospeso. Capiscono che tira una brutta aria. Ma non sono preoccupati tanto per l’ennesima occupazione straniera. A renderli inquieti, più che altro, sono i loro concittadini.

E il **16 maggio** il loro timore prende corpo. L’esordio dei giacobini locali non è dei migliori. Il teatro dell’episodio è piazza Grande, l’attuale piazza della Vittoria che abbiamo già visto tante volte protagonista. Come di consuetudine, i francesi piantano nei luoghi simbolo delle città conquistate il cosiddetto albero della pace, emblema della rivoluzione. La municipalità cittadina accetta con fervore il vezzo dei nuovi occupanti, e offre il salotto buono di Pavia per innalzare il simbolo, cioè Piazza Grande, l’attuale Piazza Vittoria. L’ex foro romano viene addobbato a festa. Arriva una folla timorosa a curiosare, tutto sotto la supervisione delle truppe francesi e del loro generale in testa. Arrivano anche i componenti del club di Sant’epifanio, i già citati giacobini da salotto e della prima ora. A guidare padre e figlio Nocetti. Insieme a loro,però, si mischiano quelli che oggi chiameremmo gli *“antagonisti”*, giunti apposta per scatenare disordini. Questi vogliono invece che l’albero sia eretto nella vicina piazza del Duomo. Un’evidente provocazione. Iniziano a volare insulti e spintoni. Il generale Augereau usa la testa anziché le armi, e accondiscende.

Intanto qualcuno ha già iniziato a scavare una profonda buca davanti alla cattedrale.

A questo punto succede qualcosa di imprevisto. Dalla folla un gruppetto inizia a urlare che bisogna distruggere la statua del Regisole, già in precedenza bersaglio di facinorosi. In fondo si dice rappresentanti un imperatore e comunque è l’emblema di un passato autoritario ed elitario. Sembra che uno dei generali chieda alla folla se vuole o no che la statua venga abbattuta.Il popolo risponde di no ma nella confusione i pochi che la pensano diversamente puntano decisi verso la statua equestre.

Un paio di esagitati salgono a cavallo e lo imbrigliano con una fune. Il monumento, tirato da decine di mani, alla fine cede con grande schianto sul sagrato. Finisce così distrutto e per mano degli stessi pavesi , uno dei simboli più antichi della città. La sua distruzione è però evidentemente opera solo di qualche facinoroso, perché alla notizia il popolo si indigna. Le conseguenze più immediate sono la diffidenza, se non l’odio vero e proprio , nei confronti di chi esibisce la coccarda tricolore francese.

Bisogna ora lasciare per un attimo la folla inferocita di Piazza del Duomo e spostarsi di qualche chilometro. Dopo aver attraversato il ponte Coperto, ci si accomoda sulla riva del Ticino, in Borgo,perché qui va in scena il secondo atto della storia. E’ sera e, complice anche qualche bicchiere di troppo , scoppia una rissa fra i cittadini e soldati.

Costantino Panigada, studioso del periodo e autore di “Pavia nel primo anno della dominazione francese dopo la Rivoluzione. **Maggio 1796** – **giugno 1797**” assicura che parecchi militari quella notte sono scesi a dormire il sonno eterno nelle acque del Ticino.

Il giorno seguente, il **17 maggio**, Augereau fa proclamare un bando che, dopo aver stigmatizzato l’accaduto, annuncia la punizione del delitto.

I responsabili non vengono identificati, ma l’annuncio del generale al comando dell’esercito francese suona come una minaccia reale: chiunque , d’ora in avanti, venga sorpreso a fare una qualunque azione provocatoria verrà passato per le armi.

Il nervosismo in città sale alle stelle. Si sparge la voce di un'imminente sacco di Pavia. I comandanti francesi si affrettano a smentirla. Ma è troppo tardi.

Nel frattempo due soldati francesi vengono uccisi, a scopo di rapina, da due contadini affamati. Davanti al castello gli autori del delitto vengono fucilati

L’esecuzione serve, quanto meno, a raffreddare gli animi.

Augereau, il giorno dopo , lascia la città con il grosso dell’esercito, sicuro di aver pacificato Pavia. Resta, in Castello, una guarnigione di 500 uomini.

Nel frattempo il club di Sant'Epifanio, si trasforma in *“Società popolare”* e invita i suoi concittadini a sostenere il governo che, in fondo, si sta comportando in modo equo e corretto. Una provocazione per i più. E le conseguenze non tarderanno ad arrivare.

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Pubblicato: 27 Agosto 2024

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***“Alla ricerca delle vie perse*** , in altra parte della città, verso la periferia. Sono la mia passione. Sono le più selvatiche dove non passano le automobili perché le pietre sono troppo aguzze; e la città è più campagna. Infilo il vicolo San Carlo.Poi alla ventura , via Lotario, via della Darsena. Sassaia. Sterrato.Gramigne. Case di povera gente, ma nei muri sono visibili i segni di massicce arcate lombarde….”

Per le strade del centro storico , all’inizio degli anni Trenta si aggira sognante e persa una giovane signora che raccoglie in versi struggenti le sue impressioni sulle strette vie che portano verso l’attuale Lungo Ticino Sforza, o davanti al Collegio Borromeo. Si chiama Ada Negri e già sul finire degli anni Venti si è fermata numerose volte in città ospite della famiglia Boerchio. E’ , in quest’epoca , la scrittrice più nota d’Italia. Il suo sguardo si sofferma sulle operaie , sulle zingare, sulle donne che incontra per strada o nei cortili.

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*Ada Negri*

Ada Negri diversi mesi dell’anno a Pavia, dove dice di sentirsi più a casa che nella sua dimora milanese. Qui, con la solita inquietudine, è sempre in movimento. Cammina instancabile per strade, piazze e argini, descrivendo muri e alberi della città con i colori di confidenza e di passione, con la finezza e gli eccessi che sono caratteristici di tutta la sua opera. Pavia vermiglia, la definisce la poetessa.

Regala, nei suoi scritti, alcuni scorci sulle chiese, i palazzi e le torri.

Ama molto passeggiare nei dintorni di via Darsena, intorno agli Orti Borromaici e Porta Palacense. Si spinge soprattutto lungo il fiume , sugli argini. E’ la parte della città che digrada verso il Ticino, infatti, quella che preferisce.

Conosce bene ogni angolo di Pavia. Anche perché a partire dal **1888**, insegna nella scuola elementare della vicina Motta Visconti, paese al confine fra la provincia di Milano e Pavia, alternando all’insegnamento l’attività di giornalista e quella di poetessa.

La Pavia di Ada Negri è quella che sta conoscendo anche il massimo sviluppo legato al regime fascista.

Lo stesso Mussolini, fra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, è in città più volte per l’inaugurazione delle tante opere pubbliche varate dal ventennio.

Si fa un giro proprio nei luoghi del fiume che tanto amava la poetessa lodigiana.

Oggi è un eco-mostro , abbandonato e diroccato. Ma quando viene posta la prima pietra, nel **1925**, l’idroscalo ha ben altre ambizioni. E’ di fatto la tappa intermedia per gli idrovolanti sulla tratta Torino-Trieste. I lavori per la costruzione dell’idroscalo pavese iniziano nell’aprile **1925**. Solo un anno dopo, viene inaugurato, dallo stesso Mussolini. E’ il primo Aprile.

L’imponente costruzione , appoggiata su pilastri alti sette metri, rappresenta uno dei primi esempi di architettura razionalista a Pavia.

Siamo davanti al numero 51 del Lungo Ticino Sforza (la targhetta la si può vedere sul muro esterno dal lato della strada). L’itinerario prevede la partenza da Torino ,tappa a Pavia, partenza da Venezia, breve tappa nella città lagunare e quindi arrivo a Trieste. Il giorno successivo il viaggio inverso. Il percorso completo è di quasi 600 chilometri e il costo per passeggero di poco superiore alle 350 lire. La carlinga dei velivoli non è ancora pressurizzata e ai viaggiatori, inclusa nel biglietto, viene offerta una coperta e una borsa dell’acqua calda per difendersi dal freddo e dei batuffoli di ovatta per attutire il rumore del motore posizionato sulle loro teste. La struttura perde la sua importanza negli anni Cinquanta. Oggi versa in condizioni di completo abbandono e in volo non si alzano più gli idrovolanti , ma solo i piccioni che ormai dimorano a centinaia nell’edificio, nonostante le cicliche proposte di recupero ai fini turistici.

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Lungo il fiume si risale per il centro storico, fino ad arrivare in piazza della Minerva , che prende il nome della statua che svetta sulla città.

L’opera, realizzata dallo scultore Francesco Messina nel **1938**, rappresenta nella mitologia greca la dea della sapienza, della saggezza e della guerra. Ancora oggi è uno dei simboli di Pavia. La statua ha una sua particolarità: la punta della lancia è rivolta verso terra. Non esiste una spiegazione ufficiale del perché. Se i più malevoli lo attribuiscono a un banale errore nella fase di montaggio, in realtà pare che il significato voglia indicare l’eccellenza della cultura a discapito delle armi. Anche se, nel pieno del periodo fascista in cui viene eretta, sembra improbabile anche questa seconda tesi.

Qualche anno prima invece viene inaugurata la nuova sede dell’ospedale San Matteo. E’ il **1937**, per la ricorrenza bimillenaria della fondazione dell’Impero di Augusto, viene inaugurato il nuovo Regisole, scultura bronzea alta circa sei metri e sostenuta da un piedistallo di travertino, al cospetto del ministro Bottai e delle alte gerarchie pavesi, sempre a firma di Messina. E’ quella che ancora è visibile sul sagrato.

Ma la città non ha solo il volto ufficiale di inaugurazioni e celebrazioni . Bisogna addentrarsi in una Pavia più discreta e proibita.

Fra gli anni Venti e Trenta, c’è il Boom delle case di tolleranza. Una delle più frequentate è in Piazza San Teodoro, con il portone di accesso proprio all’ingresso della chiesa.

A proposito viene raccontata una storia su questo vecchio *“bordello”.*

Il parroco, infastidito dal viavai dei clienti, si rivolge all’autorità perché il proprietario della casa di tolleranza *(attività, va ricordato, allora lecita)* apra un altro accesso che non sia davanti alla chiesa. Il gestore si oppone. Ne scaturisce un acceso confronto che porta a uno scontro verbale e alla pubblica, e simbolica, scomunica inflitta al tenutario del luogo incriminato. Questi, per ripicca, fa applicare ai lati del portone di ingresso alla sua proprietà due statue in cotto rappresentati rispettivamente un uomo e una donna in posizioni inequivocabili.

Ma questo non è l’unico luogo di piacere della città.

Una terza *“casa del piacere”* è in piazza Berengario, angolo con via Giovanni di Ferrera. Davanti all’uscio di questo edificio , in quegli anni , giovani e meno giovani fanno la fila per appartarsi con le ragazze.

L’ultima casa di cui si ha notizia si trovava invece nei pressi di Porta Nuova.

Ma chi sono i tenutari di questi luoghi d’incontro?

Sono semplicemente dei commercianti che hanno di questa pensioni dove il sesso è a pagamento. Si tratta , come detto, di un’attività lecita a quei tempi. E sono muniti di una regolare licenza statale , conseguita come per una qualsiasi rivendita di sali e tabacchi, e in pratica esercitano per conto dello stato che ne detiene il monopolio, percependo fra l’altro un vantaggio fiscale.

Il pagamento della prestazione è anticipato ed effettuato presso la direttrice della casa e non è assolutamente permesso alcun compenso diretto alle ragazze.

Ci sono regole molto rigide in materia. Le “case chiuse” devono essere distanziate da asili , scuole e chiese (si è visto altrimenti cosa succede), le persiane tenute chiuse e lucchettate ed è severamente proibito fotografare.

Anche le *“case”* pavesi chiuderanno, come in tutta Italia, con l’introduzione della legge Merlin del 1958.

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## [ La scelta di Rotari, san Michele entra nella storia grazie a un servo in fuga ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-scelta-di-rotari-san-michele-entra-nella-storia-grazie-a-un-servo-in-fuga)

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***“Le leggi dei nostri padri non sono scritte”.*** E a questo bisogna porre rimedio, se si vuole che un regno possa trasformarsi in uno stato duraturo. Questa deve essere stata la riflessione, in parte contenuta nelle prime pagine del testo, del re dei Longobardi, Rotari, quando decide di promulgare un editto per cui è famoso.

E’ il novembre del **643**. Purtroppo le fonti non riportano notizie su dove e come la legge scritta viene messa nero su bianco o presentata al popolo. Ma non è azzardato ipotizzare che tutto si sia svolto nel palazzo regio che si estendeva nella parte settentrionale della città, come si è visto, e di cui oggi non c’è più traccia.

Alla superiorità militare barbara si contrappone, ancora una volta, quella culturale latina. Le leggi infatti, vengono scritte proprio in questa lingua, a dimostrazione del piegarsi, alla fine, dei Longobardi alla superiore civiltà romana.

Rotari, in sostanza , redige una sorta di codice civile e penale, sulla scorta della tradizione orale tramandata dalla consuetudine barbarica mai però prima di questo momento precisate. Come la faida, cioè il diritto a vendicarsi, e il guidrigildo, il compenso dovuto all’offeso che per questo rinuncia al diritto di uccidere il rivale. La società longobarda, così come presentata nell’editto, appare rigidamente militare, articolata sulla differenza fra uomini liberi, semi liberi e schiavi.

A lasciare, invece, una traccia tangibile del regno longobardo non è il sovrano più noto, ma uno meno conosciuto, Ariperto. A lui, cristiano, si deve la fondazione della Chiesa di San Pietro in Vincoli, fra quella che oggi è via Volturno e Strada Nuova, di cui però non rimane più traccia.

Alla sua morte, per il regno longobardo si apre un periodo di lunga crisi.

Si succedono re per una notte *(o poco più)*. I luoghi di oggi raccontano però ancora gli avvenimenti di ieri. Allora si riprende il cammino verso la parte più occidentale della città. Si torna in quella che oggi si chiama piazza XXIV Maggio e che abbiamo già ripetutamente incontrato nella storia della città, sin dal primo insediamento preistorico. Si è visto come nella Ticinum romana sia un luogo a ridosso delle mura di cinta. Appena oltre, un po' come adesso, scorre il fiume

Dal punto più alto delle mura, dopo il **660**, fugge Bertarido, re a due riprese del regno ormai in preda alla dissoluzione. E’ notte,quando si cala dal caminetto per sfuggire al rivale Ariperto. Passato a nuoto il Ticino, Bertarido si dilegua nelle campagne del Siccomario. Si salverà, tornando re una seconda volta dal **661** al **668**. Nel punto in cui si era calato, farà erigere un monastero, intitolato Sant’Agata*(forse perché la fuga era stato il giorno dedicato a questa santa, cioè il 15 febbraio)* i cui resti erano visibili fino a non molto tempo fa.

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Paolo Diacono racconta che nella fuga, si dilegua anche il servo Bertarido, Unulfo.

Non sarebbe mai passato alla storia questo personaggio, se non si fosse nascosto in San Michele Arcangelo, chiesa fondata qualche anno prima proprio dai Longobardi, che qualche secolo più tardi diventerà San Michele Maggiore, capolavoro romanico tra i più noti al mondo.

Ma la città in questo periodo è però l’ ombra di se stessa. Decenni Di dominazioni barbare, assedi, battaglie,hanno trasformato profondamente Ticinum. I vecchi edifici romani sono semidistrutti. I rossi mattoni delle insulae sono stati utilizzati per costruire nuove case o chiese. Le mura sono Sbrecciate.

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*Paolo Diacono*

Si fa una passeggiata di nuovo attraversando il centro, verso l’attuale via scopoli.E’ sempre Paolo Diacono a informarci che Bertarido fa aprire una porta per essere vicino al palazzo. La porta viene detta Palacense, da cui il nome dell’attuale via La lapide , con la scritta divenuta col tempo illeggibile *“Hic erat Porta Palacense"*, non c’è più, ma è stata di recente recuperata e restaurata.

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Pubblicato: 26 Agosto 2024

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UNA TRACCIA DELLA VEGETAZIONE TARDIGLACIALE : IL BOSCO NEGRI

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Bisogna gettare lo sguardo per un attimo oltre il fiume. Sulla riva destra del Ticino Si estende un’ampia zona che comprende diversi comuni. E’ il Siccomario. Posto alla confluenza tra il Ticino e Po, su un incrocio di strade assai noto in età romana, l’appellativo Siccomario è di origine complessa : il territorio fu bonificato nel Medioevo e conservò l’appellativo antico di SIcut Mare *( cioè come il mare).* Volgarizzare, appunto, in Siccomario.

Il Siccomario è un’antica testimonianza , suffragata da studi più generali sulla morfologia della Pianura Padana, di come anche qui in un’epoca lontanissima, regnassero incontrastate le acque marine.

E’ il mare padano presente alla fine dell’era Terziaria *( “Climax e Paleoclima della pianura Padano Veneta”, studio di Bertolani . Marchetti).* Se si vuole, grosso modo, capire l’habitat che dal periodo Tardiglaciale (15 mila anni fa) arriva fino ai giorni nostri. Dove, appunto, si trova attualmente il Bosco Siro Negri.

Il proprietario Giuseppe Negri , nel **1967**, dona all’universita di Pavia questi 11 ettari che il botanico Ruggero Tommaselli definisce *“l’area campione dei pochi rettili ancora esistenti di vegetazione originale della valle del Ticino.”*

Per cui, farsi un giro in questo posto immutato nei millenni, vuol dire compiere un salto indietro di migliaia di anni.

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Strada Nuova, corso Cavour, il Lungo Ticino Sforza, il Castello: tutto sparisce. Al loro posto ci sono piante, arbusti, erba. E animali. Per le caratteristiche generali di struttura e composizione, floristica, il bosco viene definito dai botanici come “querceto misto di farnia”. Dopo le glaciazioni quaternarie, la vegetazione cambia pelle diverse volte a causa degli sconvolgimenti climatici che dal Paleolitico superiore, passando attraverso il Mesolitico e il Neolitico, arrivano fino all’età del Bronzo o oltre.

Ecco allora, con il freddo continentale, spuntare cespugli di erbe. A causa dell'oscillazione temperata del periodo successivo, attorno al Ticino sorgono invece boschi di pino che poi si diradano per un peggioramento del clima fra il Tardiglaciale e il Preboreale *(Fra i 15 mila e gli ottomila anni fa).*

I pavesi seduti al tavolino del café Demetrio, davanti ai loro occhi, avrebbero visto alternarsi querce, faggi, olmi, tigli, abeti. Aumenta la temperatura ma le piogge sono scarse. Il bosco dirada, e riprende in parte la vegetazione erbacea. E’ un passaggio molto simile alla tundra.

Nel periodo boreale, che inizia attorno al **6800 A.C.** , la temperatura aumenta ancora.

Per assistere alla prima apparizione dell’uomo bisogna aspettare l’inizio dell’era Quaternaria. Gli abitanti dei villaggi intorno, che sono nati in piazza Municipio, o in piazza XXIV Maggio, in via Boezio o in vicolo San Gregorio,adesso possono raccogliere le nocciole dai rami.E ancora oggi questa pianta è considerata autoctona della zona, anche se ne sono rimasti pochi esemplari. Ed esiste un progetto per recuperare appieno questa coltivazione, richiestissima sul mercato mondiale.

**Ma che animali scorrazzano nel piazzale Minerva?**

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Pubblicato: 26 Agosto 2024

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La mano dell’anonima sequestri sulla città

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E’ la sera del **24 settembre 1981** quando Giuliano Ravizza saluta i suoi amici in piazza della Vittoria. Come sempre è stato in negozio fino a tardi, che si trova proprio a due passi da Strada Nuova. Chiamarlo negozio è ovviamente riduttivo. Giuliano Ravizza è il fondatore del marchio Annabella, un marchio che ha portato a far conoscere Pavia in tutto il mondo. Ravizza ha rilevato i negozi paterni nel **1965** e nel giro di pochi anni ha trasformato l’azienda di famiglia in un impero. Pavia è in quegli anni la capitale della pelliccia. Annabella diventa il primo caso di pret-a-porter nella moda italiana in questo settore, mentre Ravizza con una strategia allora rivoluzionaria, inizia a pubblicizzare sui giornali dell’epoca non solo i capi della sua azienda, ma anche i prezzi. Capisce per primo l’ importanza del marketing e utilizza gli spot pubblicitari con attori del calibro di Alain Delon e Monica Bellucci con la collaborazione dell’amico Mike Bongiorno, che per anni sarà testimonial del marchio Annabella. Il suo volto, il suo nome, fanno il giro del mondo. Ben presto porta anche ai massimi livelli la squadra di Basket locale. E’ l’uomo di successo e non lo nasconde.

Si torna in piazza della Vittoria, quella sera di settembre.

Ravizza sta per raggiungere la sua auto, ma non riesce ad arrivarci. Ad attenderlo, nell’ombra, c’è una banda dell’Anonima sequestri calabrese. L’imprenditore viene rapito in pieno centro città, senza che nessuno veda nulla. E nel nulla si dissolve.

Pavia, città fino ad allora tranquilla, si risveglia il giorno dopo sotto choc. Per tre lunghissimi mesi rimarrà nelle mani dei rapitori. Verrà rilasciato a Natale di quello stesso anno dopo il pagamento di **4,5 miliardi di lire.**

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Pavia ripiomba nello stesso incubo sette anni più tardi. La sera del **18 gennaio 1988**, un lunedì, la città congela sotto uno di quei nebbioni per cui va famosa. Cesare Casella, 18 anni e mezzo, studente all’ultimo anno del Bordoni, ci sfreccia dentro con la sua Citroen bianca nuova di pacca (il papà Luigi è il titolare della concessionaria di Pavia) mentre dal centro città torna a casa per cena. Una sera come tante, una nebbia come tante. Quello che Cesare non può sapere, mentre percorre via Tasso per poi imboccare la Vigentina, è che un’alfa Romeo era già da qualche minuto parcheggiata davanti a casa sua, la villa di famiglia che si trova dietro i capannoni della zona artigianale.

Cesare imbocca la stradina di casa, si trova l’alfa davanti che gli blocca il passaggio, fa marcia indietro e lo sperona. Dal buio spuntano due figure minacciose. Il ragazzo abbassa il finestrino, uno dei due gli chiede *“ Sei Cesare Casella?”*, prima di puntargli la pistola in faccia e di tirarlo fuori a forza. A pochi metri, dietro la siepe, c’è il suo piccolo mondo. La sua camera, i suoi vestiti, i suoi dischi. La sua casa.

Dentro i genitori - mamma Angela e papà Luigi – non si sono ancora preoccupati per il suo ritardo. Lo faranno dieci minuti, un quarto d’ora dopo. Non ci sono cellulari: si deve aspettare e stop. Il figlio non è mai stato puntuale. Però quella sera sta esagerando. E’ pure un po' arrabbiato, stavolta, e pensa a un rimprovero. Ma quando apre il cancello vede la macchina di Cesare, vuota, con i fanali ancora accesi, la portiera spalancata.

Sette anni dopo il rapimento di Giuliano Ravizza, Pavia tornava così in pieno incubo sequestri.

Non è una normale vicenda di cronaca nera, quella iniziata il 18 gennaio 1988. E’, di fatto, il rapimento che cambia la storia e chiude quasi del tutto la terribile stagione di sequestri a scopo di estorsione in Italia, un ventennio segnato da episodi agghiaccianti gestiti con cinismo e in totale sicurezza per la gran parte dei banditi sardi e dalla ‘ndrangheta calabrese.

Un copione che tra il **1979** e il **1990** si è ripetuto per quasi 500 volte. Nel **1977**, l’anno record, vengono rapite 75 persone, una ogni 5 giorni. Notizie che normalmente si guadagnano pochi secondi al telegiornale, a volte nemmeno quelli. Si è già in piena parabola discendente quando viene rapito Casella: in mano alle bande dei rapitori, in quel gennaio **1988**, ci sono meno di dieci persone E quando lo libereranno, i sequestrati sono 4. Quasi 500 rapimenti , di vario genere, con varie dinamiche, ma con una frustrante denominatore comune: uno Stato senza armi, spesso spettatore passivo.A poco è servito raddoppiare le pene per i sequestri a scopo di estorsione. Più efficace, ma non decisiva, è l’arma messa a disposizione dei magistrati che possono bloccare i beni della famiglia del sequestrato. Ma a loro discrezione, non obbligatoriamente.

E’ durante il sequestro Casella che cade un altro velo, quello di un'opinione pubblica spesso indifferente. Il merito è di Angela Casella, mamma di Cesare. E’ il giugno **1989** *( Cesare è in prigionia da 17 mesi , e da 10 la famiglia ha pagato inutilmente il riscatto di un miliardo)* quando Angela scende in Calabria e inizia un pellegrinaggio nei luoghi storici dell’Anonima sequestri : San Luca, Platì, Locri, Bovalino, il santuario di Polsi. Un viaggio che nel giro di un paio di giorni esplode come una bomba. Le immagini della mamma Angela incatenata fanno il giro del mondo. Non servirà a riavere subito Cesare, quel viaggio durato una quindicina di giorni, ma a determinare una svolta. Con una legge del **1991** il blocco dei beni “appartenenti alla persona sequestrata, al coniuge, e ai parenti e affini diventerà obbligatorio”. Verrà anche introdotta la possibilità di creare “nuclei interforze” per dare più efficacia alle indagini. I sequestri di persona, per la malavita organizzata, diventano così troppo rischiosi e troppo poco remunerativi. Cesare Casella verrà liberato a Natile di Careri, il **30 gennaio 1990**, dopo 734 giorni in mano ai rapitori e il pagamento di un miliardo di lire.

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Pubblicato: 26 Agosto 2024

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LE TORRI MEDIOEVALI E IL CROLLO DEL 1989

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E’ in pieno periodo medievale, che Pavia torna sulla bocca di tutti grazie alle se torri. All’interno della Chiesa di San Teodoro, c’è un affresco risalente al **1525**, che è ancora l’unica rappresentazione della città di quel periodo, in cui spiccano le numerosissime torri. Cento , raccontano gli storici dei periodi successivi.

Attorno al **1220** ci sono ben **96** chiese. Dall’esterno, Pavia appare rossastra, chiusa dai suoi bastioni e irta di torri. Anche se molte di esse ora sono isolate dal contesto originario, come le tre costruzioni dell’attuale piazza Leonardo Da Vinci, è ancora possibile comprendere la loro relazione con le circostanti abitazioni medievali presenti nelle vie centrali della città.

Ne restano circa sessanta, di cui solo sei ancora integre, mentre le altre sono state ribassate e inglobate negli edifici adiacenti.

Si può ancora notare lo stile romanico che le contraddistingue, guardandole da vicino, o ammirando da lontano.Le torri pavesi sorgono quasi tutte nel **XII secolo**, all’epoca della civiltà comunale, quando la competizione tra le famiglie più potenti della città è molto accesa. Le due torri dell’Università *(proprio dietro l’attuale sede dell’ateneo)* e quella del Maino *(inglobata un tempo nel muro di cinta dell’omonimo palazzo)* sono a pianta quadrata, di altezza tra i 40 e 50 metri e hanno mura molto spesse alla base che si restringono progressivamente procedendo in altezza. Nello spessore murario, si sviluppò una scala interna che allora proseguiva esternamente, costruita in legno, nella parte più alta dell’edificio. La funzione delle torri è di pura rappresentanza. Sorgono solitamente sull’angolo del palazzo di famiglia con il quale sono raccordate da aperture poste generalmente all’altezza del primo piano.

Gli antenati di queste costruzioni architettoniche uniche nel loro genere vengono esaltate anche da Francesco Petrarca che scrive *“Pavia svetta verso le nubi con una fitta trama di torri”*.

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*Francesco Petrarca*

Gira anche una leggenda, a proposito di queste alte e robuste costruzioni. Si racconta che un tempo esistesse una donna, una strega, che abitava in una baracca sulla riva del Ticino, nascosta dagli alberi che in quel tempo infestavano le sponde del fiume. La donna usciva solo di notte per andare alla ricerca di erbe e radici con le quali confezionava gli infusi di felicità. Vecchia e brutta, zoppa e strabica, la sua vista produceva un senso di paura, eppure qualcuno andava a cercarla. Donne o ragazze che si recavano da lei perché insegnava loro il sistema per mantenersi giovani o per trovare un marito, oppure erano giovani uomini poco intraprendenti che le si rivolgevano perché li aiutasse ad accendere il cuore di qualche ragazza ritrosa. In questi casi la vecchia strega vendeva i propri infusi. Ogni tanto, però, arrivava anche qualche pavese di alto rango, il quale chiedeva consigli per diventare sempre più potente per dominare la città. E la risposta era sempre la stessa : chi vicino o incorporata nella propria casa avesse costruito la torre più alta avrebbe preso il dominio di Pavia. Ecco perché si riempie di questi grattacieli ante litteram e da allora prende il nome di *“città dalle cento torri”.*

Ma bisogna tornare alla storia. Il comune di Pavia, non vuole essere da meno in questa sorta di gara. E nel **1060** ne costruisce una monumentale, la più massiccia di tutte : è la Torre Civica. Viene eretta proprio vicino al Duomo e raggiunge i 78 metri di altezza.

Questa volta bisogna fare un salto in avanti e arrivare ai giorni nostri. Sono le 8.55 del mattino del 17 marzo del **1989**. Dopo oltre mille anni di vita, la torre crolla rovinosamente, sgretolando ottomila metri cubi di mattoni, sabbia e granito . L’incidente, le cui cause non sono mai state chiarite, provoca quattro morti e 15 feriti.

Ancora oggi una lapide , davanti ai resti in rovina dell’edificio mai più ricostruito, ricorda quella tragedia.

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Pubblicato: 26 Agosto 2024

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![La quercia del Maresciallo Radetzky - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/La%20quercia%20del%20Maresciallo%20Radetzky/Banner.jpg)

## [ La quercia del Maresciallo Radetzky ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-quercia-del-maresciallo-radetzky)

La quercia del maresciallo Radetzky

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Oggi le targhe che ricordano i soggiorni dei maggiori protagonisti del Risorgimento fanno bella mostra sui muri di case e palazzi. Ma negli anni caldi fra il 1848 e il **1850** l’arrivo degli uomini che avrebbero fatto la storia dell’unità d’Italia era avvolto dal massimo riserbo.

Ci sono però delle eccezioni. Al civico 1 di quella che oggi porta il suo nome, arriva ospite di alcuni amici, annunciato della Gazzetta di Pavia, l'avvocato Giuseppe Mazzini”. Emaciato, con un filo di barba, ombroso e appassionato allo stesso tempo, il fondatore della *"Giovine Italia”* si ferma giusto un paio di giorni , di ritorno da Milano, protagonista della cacciata degli austriaci. Ancora una volta, bisogna proprio alzare la testa in su per accorgersi della lapide a ricordo del breve soggiorno, fissata al muro fra due cancellate, in quella che oggi è appunto corso Mazzini. La medesima targa, infatti, *“ospite di amici pavesi”* Mazzini si ferma giusto un paio di giorni alla fine di aprile. Non dice chi lo ospita e perché: si sa solo che sta tornando, per l’appunto, dal capoluogo lombardo dopo le cinque giornate.

Lo si può solo immaginare mentre in città incontra fugacemente qualche seguace. Poi riparte a bordo di un calesse non prima però di essere stato omaggiato dalla nuova municipalità. Era ed è , pur sempre, il simbolo della causa italiana.

Lasciandosi alle spalle la targa in ricordo di Mazzini, si va alla ricerca della presenza di un’altra icona della storia patria: Giuseppe Garibaldi. E’ già l’eroe dei due Mondi quando, camicia rossa sotto il poncho, sguardo fiero e profondo, entra in città senza problemi, due mesi dopo Mazzini. E’ rientrato dall’Uruguay il **21 giugno** e un mese dopo giunge in città per venire a trovare un suo giovane commilitone con il quale ha combattuto proprio laggiù: Gaetano Sacchi.

Garibaldi , in questo periodo, è sconosciuto ai più. Almeno al popolo, quello che solo qualche anno dopo lo accoglierà come una star ovunque vada. Gli amministratori però. Sanno bene chi è .Quello di cui non sono al corrente è la sua improvvisata. Perché di quello si tratta. La prima notte, il generale la passa infatti a chiacchierare in tutta tranquillità con il suo commilitone, in una casa Contrada dell’Acqua *( il tratto più basso dell’attuale via Volta)*. Non c’è nulla che ricordi , in questo caso il suo passaggio. C’è invece una lapide che ricorda la sua seconda notte passata a Pavia.

Bisogna tornare indietro, allora, verso Strada Nuova. E dirigersi quasi di fronte al Fraschini. Fermandosi davanti a questo palazzo, si torna a quel lontano **19 luglio 1848**. Al mattino gli amministratori vengono a sapere della sua presenza e stavolta non si lasciano cogliere di sorpresa. Preparano un comitato di accoglienza con tutti gli onori. Verso sera, lo si vede varcare il portone del palazzo del podestà Carlo Cairoli, padre dei futuri eroi risorgimentali. La targa, ancora oggi affissa, ricorda questo momento.

A Pavia sarebbe tornato ancora una volta una decina di anni più tardi, nell’aprile del **1862**, questa volta fra due ali di folla osannante, carico di gloria e celebre in tutto il mondo. E sarà ancora casa Cairoli ad accoglierlo. Ma non bisogna precorrere troppo i tempi. Perché la controrivoluzione è già alle porte.

E gli austriaci puntano tutto sul loro generalissimo: il maresciallo Radetzky.

Dopo la sconfitta di Milano, le truppe asburgiche si ritirano nel famoso Quadrilatero, fra Peschiera, Verona, Legnago e Mantova. Unico cruccio per lo stratega austriaco, pare, sia la rinuncia agli gnocchi, tipico piatto meneghino, di cui è ghiottissimo. Ma c’è ancora tempo prima della controffensiva.

A Pavia,in superficie la città respira la prima libertà dall’oppressore, ma sotto covano rancori e si preparano rese dei conti come sempre solo in apparenza mascherate da motivi politici. Personali rivincite e vendette private si sprecano. Appare, subito dopo la partenza degli austriaci, un elenco, ovviamente anonimo, di spie prezzolate all’ufficio della polizia negli ultimi mesi del **1847** e successivo **1848**, come racconta Mino Milani nella sua opera.

Si fanno una cinquantina di nomi annota Giacomo Franchi, nel suo libro *“Pavia che fu”*. Fra i nomi c’è anche quello di Carlo Morazzoni maestro di scuola, che fra i suoi allievi avrà anche Pasquale Massacra, altro tragico protagonista di questo turbolento periodo, come si vedrà fra poco.

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Viene arrestato e rinchiuso in un’improvvisata prigione all’università. Disperato ,l’uomo si tagli le vene con un temperino. Morirà dissanguato.

C’è anche un’altra vittima di questa epurazione. E’ un artista,lui. Si chiama Siro Carati ed è piuttosto noto in città per i suoi versi scritti in dialetto. Viene accusato di essere una spia austriaca ma probabilmente è del tutto in buona fede, come scrive Milani Un filo-austriaco come tanti altri. Del resto la sua colpa è di non averlo mai nascosto. Sconvolto per essere finito sulla lista nera, il **3 aprile** raggiunge il baluardo di Porta Nuova, sul Ticino. E da lì si getta nelle acque gelide del fiume.

La guerra, intanto, non procede bene, per le truppe piemontesi. Alle battaglie partecipa anche il III battaglione di Garibaldi, detto dei *“bersaglieri pavesi”* perché composto da studenti e formato proprio dall’amico Sacchi. Il gruppo ha comunque il suo battesimo di fuoco.

*“I pavesi – scriverà Garibaldi nelle sue “Memorie” – caricavano con l’intrepidezza di vecchi soldati. Era il primo combattimento e , ad onta che vari di loro cadessero, giunsero a baionetta gli austriaci che, stupitidal loro valore, colsero alla fuga”.*

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*Giuseppe Garibaldi*

A Custoza però Radetzky chiude da par suo la partita.Il **26 luglio** il generale Salasco firma l’armistizio. Il 4 agosto del **1848** le truppe austriache si ripresentano, per l’ennesima volta,a Pavia. Più di settemila soldati entrano da Porta Stroppa, dove oggi c’è piazza Emanuele Filiberto. La città è silenziosa.

Molti se ne sono andati, cercando rifugio nelle campagne. Con il ritorno dei soldati asburgici. Pavia ripiomba nel clima di insofferenza e odio contro l’invasore.

Si torna a passeggiare nell’odierno corso Garibaldi. Oggi ci sono tanti locali alla moda, tra ristoranti e bar. Il **15 ottobre del ’48**, è la zona delle osterie. Uno dei primi provvedimenti è la chiusura anticipata delle locande. Parte la protesta. Restano sul selciato ,dopo una breve rissa con soldati, due giovani. A metà novembre viene arrestato, fra lo sbigottimento generale, Giovanni Morosi, detto Gingin, conosciuto venditore di formaggi. L’accusa è di attività anti-austriaca.

Viene fucilato qualche giorno dopo. Il regime, ormai, è in odio a ogni classe sociale. E’ ancora il teatro Fraschini il protagonista della protesta più eclatante. Nel Capodanno fra il ’**48** e il ’**49**, va in scena, anziché la rappresentazione prevista, uno sciopero di pubblico e degli artisti.

Il governatore austriaco, allora , impone con la forza tre spettacoli per le settimane successive. Ma di pubblico, nonostante le minacce, neppure l’ombra, a parte i soldati.

La guerra non è ancora finita. Sta andando verso Novara, dove i piemontesi stanno organizzando la riscossa. Il maresciallo Radetzky, si ferma a Parasacco, poco fuori Pavia, per riposarsi,sotto una gigantesca quercia, dove secondo la tradizione si siede: qui viene omaggiato da alcuni contadini, impauriti, o prudentemente fedeli alla tradizione di riverire i potenti.

Bisogna riprendere il cammino per vivere questo ennesimo episodio di sangue, legato alla dominazione asburgica. Ci si ferma all’angolo di quella che oggi è via Foscolo, incrocio con Corso Garibaldi. Il **16 Marzo** del **1849** queste strade si chiamavano via Borgo Oleario e Santa Giustina. Qui c’è una delle trattorie più famose di Pavia, L’osteria della Madonnina *( un locale c’è stato fino a qualche anno fa)*, gestita da Carlo Carcano. All’ interno, c’è il pittore Pasquale Massacra. Oltre che essere un noto artista, è anche un fervente patriota.

Seduto al tavolo c’è anche il soldato Antonio Antoniotti, arruolato con l’esercito austriaco. Massacra gli prospetta la possibilità di disertare e si propone di aiutarlo nella fuga verso il Piemonte. Il militare finge di essere interessato alla proposta e gli dà appuntamento per la sera successiva. Ma insieme a lui si presentano altri due militari. Massacra capisce all’istante. E’una trappola. Non c’è via di fuga, così estrae il coltello e colpisce a morte Antoniotti e uno dei due soldati. L’altro, però, gli affonda la baionetta nel ventre. Massacra ferito, riesce a fuggire. Imbocca Contrada del collegio Borromeo e si rifugia da un amico, al civico numero 6. Qui , abita un notaio, Giuseppe Vittadini. Ma riesce appena a bussare alla porta. Il pittore crolla a terra in un lago di sangue. Intanto giunge una pattuglia che, nonostante sia in fin di vita, vuole trasportarlo in caserma. Ma non ce la faranno. Massacra morirà nell’androne di questa casa.

Le immagini vivide di questo dramma sono state immortalate da Carlo Sara,in un dipinto ancora oggi custodito ai Musei Civici, nella sala del Risorgimento.

Negli anni che seguono, il gioco austriaco si fa via via più pesante. Ma i pavesi non arretrano di un passo. Una nuova protesta va in scena al Fraschini nel **1851**, a pochi anni di distanza dalla prima. In questo caso, però è ancora più clamorosa. All’ingresso del generale austriaco Ferencz Gyulai, gli spettatori si alzano e se ne vanno. Poco prima era stato accolto da una salva di fischi in Strada Nuova. La tensione si taglia a fette , l’ostilità fra i cittadini e gli occupanti rimane alta.

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*Ferencz Gyulai*

Oggi si può tranquillamente fare una passeggiata in Borgo Ticino, sedendosi su una panchina a rimirare le acque placide del fiume. Ma, negli anni dell’occupazione, l’Austria vieta severamente anche questo. Poco più in là c’è il confine con il Piemonte.

I Pavesi, per nulla intimiditi dall’ormai perenne stato d’assedio, quando se ne presenta l’occasione ci provano. Un nuovo tentativo di insurrezione scoppiò il 6 febbraio del **1853**. Si organizza un assalto al Castello, dove si trova il grosso della guarnigione asburgica. Ma l’organizzazione fallisce miseramente. All’appuntamento non si presenta quasi nessuno. La misera folla è dispersa in poco tempo. Seguono i soliti arresti, processi, condanne. La repressione austriaca è severissima. La città rimane sotto il tallone straniero che continua a optare per le maniere forti.

Ma ancora una volta saranno gli avvenimenti esterni a causare una sterzata decisiva nella vita dei pavesi.

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Pubblicato: 24 Agosto 2024

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Strada Nuova è il cuore commerciale dell’attuale Pavia. La lunga via che parte da piazza Italia e arriva giù, fino a Ticino, è da sempre il luogo delle vetrine più prestigiose, dei negozi più appariscenti, dei bar più chic della città. Da qui parte l’epicentro di un terremoto religioso che nel primo decennio del Cinquecento, nella cattolicissima e ortodossa Pavia, lascia il segno.

Probabilmente Francesco Calvi, tipografo milanese e proprietario di una libreria proprio in Strada Nuova , quando mette in vendita un libretto scritto solo due anni prima da un sacerdote tedesco, Martin Lutero, non può immaginare quali saranno le conseguenze. Ci si sposta in Germania per seguire l’inizio di questa vicenda. Il teologo Martin Lutero nel **1517**, affligge sulla porta della Chiesa di Wittenberg, com’è l’uso del tempo, 95 tesi in latino riguardanti il valore e l’efficacia delle indulgenze e soprattutto il loro *“mercato”*. Nel **1517** papa Leone X, volendo ricostruire la Basilica di S. Pietro a Roma,e non disponendo di denaro sufficiente per farlo, aveva di fatto avviato un vero e proprio commercio di perdoni e pentimenti per finanziare l’opera. Un approccio contestato fortemente dal religioso tedesco, che aveva iniziato un braccio di ferro contro le gerarchie ecclesiastiche, dando avvio a quello che passerà alla storia come riforma protestante.

Ora si torna a Pavia e al nostro libraio Calvi, Forse è ignaro, o forse no, delle conseguenze che ci saranno quando porrà sugli scaffali l’opera di Lutero. Ma quando la voce si diffonde, una vera e propria tempesta si abbatte sulla bottega di Strada Nuova. Per inciso , lo stesso Calvi abbraccia quella che passerà alla storia come protestantesimo, tanto da essere citato più avanti dallo stesso Lutero come vir eruditissum.

La diffusione della parola del prete ribelle, grazie anche a un’invenzione che una settantina di anni prima aveva rivoluzionato l’editoria, con la stampa a caratteri mobili ideata da Johannes Gutenberg, è come si direbbe oggi *“virale”*.

Il libro di Lutero ha notevole diffusione all’università, dove giungono studenti anche da fuori città per discutere le nuove tesi del teologo tedesco. Ma Francesco Sforza II, allora signore della città, mette le mani avanti. E firma un bando, nel **1523**, per scoraggiare l’acquisto del libro eretico. Naturalmente la vigilanza, e l’allarme, da parte dell’autorità religiosa aumentano a mano a mano che la libreria di Strada Nuova si trasforma in una sorta di ritrovo.

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*Francesco Sforza II*

Ma l’ondata di Lutero di interesse non si placa. Nel **1538**, quando ormai la bomba protestante è esplosa in tutta Europa, la repressione si fa più dura. Ne fa le spese Clelio Curone, umanista piemontese e maestro di oratoria presso l’università di Pavia, sospeso e allontanato dall’insegnamento con l’accusa di aver costituito una setta protestante. Ma in realtà, come racconta Mino Milani, il sospetto è fondato perché l’insegnamento di Curone sparge realmente il seme della protesta in città.

Che sia il seme gettato da Calvi prima e coltivato da Curone poi, o l’effettivo vento di novità che tira contro la Chiesa, a Pavia sorge una scuola che coltiva il nuovo verbo luterano. Tanto che il governatore dell’epoca interviene energicamente nel **1541** facendo arrestare alcuni studenti riconosciuti come seguaci di Lutero e del riformatore svizzero Huldrych Zwingli. Insieme a essi, vengono incriminati anche Andrea Calvi, fratello di Francesco, il proprietario della libreria.

Gli studenti in carcere ritrattano e vengono rilasciati, ma sono banditi dal Ducato per cinque anni. Gli episodi, nonostante la repressione, si moltiplicano.

Dalle tesi di Wittenberg si discute anche nelle strade, non più solo nella libreria o università. Ma avviene un fatto sconcertante, che a quel punto fa decidere le autorità, ecclesiastiche e civili, di intervenire con le maniere forti. Sempre nel medesimo anno, è il **1541**, un padre minore conventuale, Francesco Cocconato tiene prediche critiche contro la fede cattolica nientemeno che dal pulpito di San Michele. Lo stesso fa , non si sa però in quale chiesa, il frate Agostino Mainardi.

Vengono avviate indagini nei conventi lombardi dell’ordine agostiniano, a cui Lutero era appartenuto. Scattano arresti ed epurazioni di molti frati accusati di essere “discoli e mal disciplinati nelle cose pertinenti alla fede catholica”.

Anche a Pavia irrompe, con la terribile severità che lo contraddistingue, il tribunale dell’inquisizione. La lotta all’eresia viene condotta con spietata energia dalla Santa congregazione dell’inquisizione romana e universale, creata nel luglio del **1542** da papa Paolo III.

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*Papa Paolo III*

A Pavia , nel **1567**, giunge a presiedere il frate Pietro da Quinzano. Quest’uomo scriverà una delle pagine più buie della storia cittadina. La sede del tribunale è la chiesa di San Tommaso, ancora oggi visitabile andando in via Rusconi, con annesso monastero, che avrà funzione di carcere. Non appena giunto in città, Pietro da Quinzano dà l’ ordine di promulgare una grida in cui definisce, non senza punta di esagerazione, Pavia come *“città lontanissima era la più infestata ch’oggi vi sia in Italia, è peggio non ce n’è”*.

E’ uno stratagemma per far apparire il suo compito alle autorità ecclesiastiche, in particolare romane, come improbo. Soprattutto un pretesto per utilizzare ogni arma a disposizione e giustificare qualunque comportamento come lecito al fine di estirpare l’eresia.

Che le affermazioni del frate a capo dell’Inquisizione pavese siano esagerate, non c’è dubbio. A Pavia come abbiamo visto, il luteranesimo aveva avuto un certo seguito., ma non più che in altre città.Due esponenti della nobiltà, Orazio Salerno e Gerolamo Beccaria, prenderanno infatti le difese della comunità rivendicando presso le autorità ecclesiastiche l’assoluta ortodossia pavese. Il terribile frate,però, non si lascia influenzare. Vede a Pavia la sua occasione per farsi strada e non intendere lasciarsela scappare.

Il religioso si lascia prendere la mano. Gira per le strade scortato da bande di bravacci , assoldati per difendere la sua incolumità. E ne ha ben donde, visto che gli arresti sommari e le condanne ingiuste ben presto si moltiplicano. Ma non si limita a questo, Pietro di Quinzano. La sua attività sfocia addirittura in sequestri di persona a scopo di estorsione, ricatti, e raccontano le cronache, anche tentativi di stupro. Tutto , naturalmente, in nome di Dio.

Non mancano episodi e tentativi di eliminarlo, anche fisicamente.

La sua fine è inevitabile. La goccia che fa traboccare il caso ha un nome e un cognome: Angelo Migliavacca. Questo ricco mercante sessantenne, benvoluto da tutti e dalla condotta pare assolutamente irreprensibile anche dal punto di vista religioso, viene arrestato nel giugno del **1568** per motivi che, poi, risulteranno totalmente estranei all’eresia. Aveva semplicemente chiesto al frate-bandito di restituirgli dei soldi prestati. Poco dopo viene messo in cella anche il figlio Antonio che, percosso brutalmente dopo l’interrogatorio, morirà da lì a qualche giorno.

**La città a questo punto si ribella.**

Due professori universitari, Francesco Bozzolo e Jacopo Beccaria, raccolgono le prove delle malefatte del capo dell’inquisizione pavese e le inviano alla congregazione centrale del Sant’Uffizio di Roma. Nel settembre dello stesso anno, MIgliavacca viene rilasciato.

Il frate-inquisitore , invece, se la cava con un semplice rimprovero. Ma il riconoscimento dell’errore gli vale l’allontanamento dalla città. Per Pavia finisce un incubo lungo un anno.

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Pubblicato: 24 Agosto 2024

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Via Trinchera è una strada periferica fra i campi, in Borgo. E’ il **7 novembre del 1994**, e piove ininterrottamente da due giorni. Sergio e Clara Ferretto, padre e figlia di 58 e 32 anni, abitano proprio in quella via. Sono le nove di sera mentre cercano di raggiungere a piedi la loro abitazione. La zona è già allagata, con l’auto è impossibile arrivare a casa. A poche decine di metri, il fiume ruggisce, fa paura solo a sentirlo. Si teme che possa esondare da un momento all’altro. La pioggia rende la visibilità quasi nulla. All’improvviso una valanga di acqua e fango invade la strada. Per Sergio e Clara non c’è nulla da fare. Spariscono, inghiottiti dalla furia del fiume. E’ un passante a dare l’allarme. Ha tentato di salvarli, ma lui stesso ha rischiato di essere travolto dalla furia del fiume. Non gli rimane che dare l’allarme.

L’alluvione del **1994** è la più terribile che si ricordi, almeno in epoca recente. Quasi quattromila sfollati, un quartiere di Pavia, quello di Borgo Ticino, isolato, cascine e frazioni di una ventina di comuni della provincia invasi dall’acqua e per due giorni senza luce e riscaldamento . E le linee telefoniche saltate, difficoltà di approvvigionamento e di collegamento, ponti chiusi, strade interrotte, traffico in tilt. Il Po e il Ticino toccano livelli mai raggiunti negli ultimi quarant’anni.

Gli argini maestri dei due fiumi cedono in diversi punti e molte zone sono sotto l’incubo di nuove inondazioni. L’esondazione non risparmia neppure la Bassa.

I Comuni a sud di Pavia, Pieve Porto Morone, San Zenone, Spessa Po, a valle della confluenza tra Po e Ticino, finiscono sott’acqua. I militari, per due giorni tentarono di tamponare le falle lungo gli argini portando centinaia di sacchi di sabbia, ma dovevano abbandonare l’impresa per lasciare sfogo al grande fiume e non essere, a loro volta, travolti dalla nuova ondata di piena.

Le prime avvisaglie della catastrofe c’erano già state. Il Ticino sale, prima, a dieci centimetri all’ora, poi a 27 centimetri. Mai visto nulla di simile. In poco tempo tutte le case del quartiere che si affaccia proprio sul fiume, dove abitano cinquecento persone, sono sommerse fino all’altezza del primo piano. La sera del 7 il Ticino esonda e una valanga d’acqua e fango invade le strade attorno all’alveo. Il bilancio, alla fine, è pesantissimo: due morti, **1500** persone costrette a lasciare le loro case. Un disastro che, dati alla mano, ha il solo precedente nella piena del novembre ’51, quando il livello dell’acqua alla confluenza tra Po e Ticino raggiunge i 7,81 metri.

L’inferno di acqua e fango torna a colpire la città sei anni dopo. I primi volontari della Protezione civile e i vigili del fuoco si recano nella zona Cantarana, oltre il Canarazzo, dove alle 12.30 del 2000 dove – dopo due giorni di pioggia battente – scatta il primo allarme esondazione. Solo l’intervento tempestivo dei soccorritori evita il peggio, visto che l’argine mostra già i primi segni di cedimento. Le ore successive segnano un peggioramento della situazione. La zona da sempre più a rischio per le piene è Borgo Ticino. Ma i sacchi di sabbia compaiono anche a Porta Calcinara e Porta Nuova, già parzialmente sommerse. Tremano i residenti che hanno le case sul Lungo Ticino Visconti, dove tutte le case sono già senza riscaldamento per la sospensione dell’erogazione della corrente elettrica. Il livello del Ticino, sotto il ponte Coperto, raggiunge intanto i **6.08** metri dallo zero idrometrico.

**Pavia ripiomba nell'incubo vissuto nel 1994.**

La città è spettrale. Da Strada Nuova fino a Piazza Italia, il centro è deserto. Dopo quello che è successo sei anni prima, con la morte di Sergio e Clara Ferretto, trascinati via dalla furia del Ticino, pochissimi i curiosi che di solito sfidano le intemperie pur di non perdersi lo spettacolo della piena.

Ma è una città fantasma anche in periferia. Le tangenziali Nord e Sud sono chiuse per motivi di sicurezza. Dalla centrale operativa della prefettura arriva intanto la conferma dell’ ipotesi peggiore: si va verso il superamento dei livelli anche del ’94.

Costeggiando il Naviglio si vede che anche questo canale, sempre regolare nella portata persino nei giorni di grandi piogge, esonda verso i campi. Un allarme scatta anche in Viale Cremona, dove i garage di alcuni stabili si allargano per colpa del nubifragio. Le vie a ridosso del fiume, alla fine, vengono tutte chiuse. Pompe e idrovolanti lavorano senza sosta. Alla fine il fiume toccherà *(e supererà in alcune ore)* gli stessi livelli di sei anni prima. Ma per fortuna, non ci saranno vittime.

Pavia, però, è di nuovo in ginocchio. I danni saranno per milioni di euro.

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Pubblicato: 22 Agosto 2024

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![La presa della Bastiglia - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/La%20presa%20della%20Bastiglia/Banner.jpg)

## [ La Furia dei Pavesi: Distruzione del Palazzo Reale e il Destino del Regisole ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-furia-dei-pavesi-distruzione-del-palazzo-reale-e-il-destino-del-regisole)

![Pasquale_Massacra_La_madre_di_Ricciardino_Langosco_in_traccia_del_cadavere_del_figlio_ucciso.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Pasquale_Massacra_La_madre_di_Ricciardino_Langosco_in_traccia_del_cadavere_del_figlio_ucciso.jpg)

Che i pavesi fossero gente arcigna e propensa a menar le mani, allora, lo testimonia un altro episodio, ancora più clamoroso. Del palazzo reale , sede di re e imperatori, o re-imperatori, oggi non c’è traccia. E la colpa,stavolta, non è di una nuova orda barbarica calata da nord che mette a ferro e fuoco la città.

Non esiste più. L’edificio, se non nei libri di storia, per la furia degli antenati degli attuali abitanti.

A dire il vero, in quel lontano inverno del **1003**, la dinastia dei tedeschi Ottoni è alla fine dopo aver regnato con alterne fortune in Italia per circa un secolo.

In Germania Enrico II di Baviera si mette alla testa di un esercito per ribadire il predominio che Arduino, l’anno prima, ha sottratto al dominio tedesco. E’ stato nominato re proprio nella Chiesa di San Michele, ancora oggi meta di migliaia di turisti. Il sovrano teutonico, però,ha ben altri progetti per Pavia.

Scende in Italia per sfidare il rivale, che fugge prima dell’arrivo delle truppe alemanne. Le porte della città si spalancano, così come- anche per lui – quelle di San Michele dove solo l’anno prima, l’ avversario Arduino era stato incoronato.

Ma non tutti sono contenti del cambio sul trono.

Non c’è una versione ufficiale del perché, verso sera, un gruppo di cittadini prendono d’assalto il Palazzo reale che ospita Enrico.

Il furore del popolo aumenta, il ruggito dei Pavesi che scendono in strada fa paura. La parte nord della città, dove si trova l’antico palazzo realizzato dai Longobardi, viene bersagliato di frecce e sassi. Il re Enrico II, sdegnato e furibondo per l’umiliazione, vuole combattere e cerca di uscire per affrontare i rivoltosi. Ma i suoi lo fermano. La sparuta guarnigione di cui dispone non basta a fronteggiare migliaia di insorti. Così fugge calandosi da un muro. E cadendo , pare, si storpia una gamba.

Attraversa, nascosto da un cappuccio, la parte più esterna della città, fino a raggiungere la basilica di San Pietro in Ciel D’oro.

Il giorno dopo, solo grazie all’incredibile capacità di mediazione di Odilone, abate di Cluny, i pavesi evitano una rappresaglia. Enrico, fino alla sera prima furioso, perdona i pavesi. E riparte per la Germania. Ma l’odio per il sovrano resta e cova sotto la cenere.

Nella storia Di Pavia c’è un altro simbolo della città diventato bersaglio della cieca rabbia. E’ la statua del Regisole, di cui si è già parlato, e della quale esiste oggi un copia in piazza Duomo.

E’ il **2 ottobre del 1315**, ed è l’ennesimo scontro fra Pavia e Milano. I milanesi, ancora una volta, stringono d’assedio la città. I cronisti del tempo ci riportano il nome dell’uomo che tradisce la città: Marchetto Salerni. E’ descritto come *“forte e bellicoso e più di ogni altro pugnace contro il nemico, più di ogni altro feroce, vigile, solerte nei consigli e nell’attenzione e in questo serviva la patria.”* Cosa lo spinga a tradire non si sa.

Fatto sta che una delle nove porte della città *(Porta Piacentina, che oggi non è più visibile, e che si apriva nei pressi dell’attuale Chiesa di San Giovanni in Borgo)* viene aperta e presto fanno il loro ingresso i mercenari tedeschi al soldo di Milano. Nell’attuale piazza Borromeo i pavesi tentano una disperata resistenza, ma non basta: all’alba i Visconti di Milano entrano in città. E’ in questa circostanza che le truppe vittoriose distruggono *(parzialmente)* la statua del regisole , già collocata nella sua attuale posizione dopo la demolizione del Palazzo reale, dove era stata messa. Matteo Visconti, a capo delle truppe mercenarie, interviene ordinando loro di rimettere a posto quella che per i Pavesi era *(ed è)* un simbolo, evitando ulteriori provocazioni.

Scampata, per il momento, alla distruzione, la statua verrà fatta a pezzi invece nel **1796** dai giacobini pavesi perché rappresentazione di un monarca.

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Pubblicato: 22 Agosto 2024

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![L’ auto Wojtyla e l’elicottero di Ratzinger - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/L%20auto%20Wojtyla%20e%20lelicottero%20di%20Ratzinger/Banner.jpg)

## [ L’ auto Wojtyla e l’elicottero di Ratzinger ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/l-auto-wojtyla-e-lelicottero-di-ratzinger)

L’ auto Wojtyla e l’elicottero di Ratzinger

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Il **3 novembre 1984** è una giornata di protesta e rabbia per gli operai della Necchi, scesi in strada per difendere il loro posto di lavoro. Ci si trova ancora in viale delle Repubblica, nell’ampia strada alberata nella zona del Naviglio, per decenni cuore pulsante dell’industria pavese. Oggi, di quegli immensi capannoni, uffici, cortili, non resta più nulla se non lo scheletro abbandonato all’incuria.

Il brulicare di operai, macchine, mezzi, sono consegnati per sempre alla storia.

In quella fredda mattina di metà anni Ottanta la fabbrica , che ha dato lavoro per quasi mezzo secolo a migliaia di famiglie, è prossima alla chiusura.

In un giorno di così cupa disperazione però, c’è posto anche per qualcosa di speciale. Pavia sta attendendo, per la prima volta , la visita di un Papa : Giovanni Paolo II. L’occasione per l’arrivo di Karol Wojtyla in città, quel **3 novembre 1984** è legata al 400° anniversario della morte di San Carlo Borromeo. C’è una visibilità quasi nulla e per questo l’elicottero non si è alzato da Milano per trasportare il pontefice sulle rive del Ticino. Così il Papa arriva in macchina in una Pavia silenziosa, con la fiumana di gente infreddolita che nel frattempo si è spostata nei luoghi della visita pastorale: L’ università, il Collegio Borromeo e soprattutto Piazza della Vittoria, dove è prevista la celebrazione della messa.

L’auto spunta dalla bruma nella zona nord della città, proveniente dal capoluogo lombardo. Per entrare in centro , deve passare lungo viale della Repubblica, su cui si affaccia la Necchi. E’ proprio davanti ai cancelli dell’azienda, che , con un fuori programma tipico del suo pontificato, Giovanni Paolo II ordina alla papamobile di fermarsi. Non sente ragioni, e né la sicurezza, né il protocollo lo distolgono dal suo intento: vuole manifestare la propria solidarietà ai lavoratori che vede schierati con cartelli e bandiere.

La fabbrica è in crisi, con tanti dipendenti disoccupati o in cassa integrazione. Il Papa operaio ( da giovane lavorò nei cantieri e anche come minatore in Polonia) si ferma , scambia due parole e prega per loro, per il lavoro che non c’è più. E’ un momento toccante, la protesta si trasforma in un lungo minuto di raccoglimento, di silenzio, di commozione. Poi Giovanni Paolo II riparte per piazza della Vittoria, dove lo attende un bagno di folla di decine di migliaia di persone. Da Roma a salutare il Papa sono arrivati due ministri: Luigi Granelli, ex alunno del Collegio Borromeo. All'università dove San Carlo si laureò in diritto canonico e civile, ad attendere il Papa nei chiostri ci sono centinaia di studenti, mentre i docenti lo accolgono nell’Aula Magna. Il corteo papale si sposta poi, nel primo pomeriggio, a San Pietro in Ciel D’Oro, dove Wojtyla si ferma a pregare sulla tomba di Sant’Agostino.

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Dovranno passare **23 anni** perché un altro pontefice decida di tornare a Pavia. E’ la sera del **21 aprile del 2007** quando la città si veste a festa per accogliere Benedetto XVI. Anche lui , come il predecessore, arriva nella zona di viale della Repubblica, ma a bordo di un elicottero che plana proprio al centro del manto verde dello stadio Fortunati. Ad accogliere Ratzinger, questa volta, però c’è la città blindata. Sono cambiati i tempi dalla visita di Wojtyla. L’**11 settembre** ha cambiato per sempre il mondo. Soprattutto se si parla di grandi eventi, come in questo caso. Ad attenderlo ci sono 1.580 uomini delle forze dell’ordine fra polizia, Carabinieri, guardia di finanza e polizia locale. Il vescovado , nell’attuale via Menocchio, viene sorvegliato a vista da oltre 200 agenti, mentre almeno dieci squadre di sicurezza pattugliano nella notte i percorsi della papamobile.

Si segue il corteo per circa due chilometri fino a via Bossolaro. Sono le **20.40** quando i giovani di piazza Duomo esplodono di entusiasmo. Da qui in spunta l’auto del Papa, tra lo sventolio dei fazzoletti gialli, azzurri, verdi e rossi, mentre Ratzinger sale i gradini del Duomo, dove lo attendono le autorità. Le misure di sicurezza sono eccezionali. Lungo il percorso della papamobile , che taglierà in due il centro storico di Pavia transitando in Strada Nuova e Corso Cavour , le finestre dei piani rialzati restano chiuse mentre chi possiede un affaccio (balcone o finestra) sulla via non può ospitare in casa sconosciuti ma solo familiari o parenti stretti. Vengono sigillati addirittura 1.365 tombini e scarichi fognari del centro storico per paura di attentati. E’ una città festosa, ma surreale quella che accoglie Papa Ratzinger la mattina del **22 aprile**. Mentre Benedetto XVI si reca in visita ai malati dell’ospedale San Matteo, Pavia di ferma. Agenti bloccano le strade del centro storico, fino alla messa agli Orti Botanici, dove una fila lunghissima, sin dalle prime ore del mattino, invade il Lungo Ticino in attesa di poter entrare per assistere alla messa. Una Pavia blindata così, i più vecchi, se la ricordano solo in altre due occasioni. Ma per motivi molto diversi.

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*Il sonnellino pomeridiano può avere diversi benefici se fatto correttamente. Come indicato, un breve riposo durante il giorno può migliorare la vigilanza, l'attenzione, la memoria e la capacità di pensiero, benefici che sono stati osservati anche nelle persone anziane. Il riposino può anche contribuire a ridurre lo stress e ad abbassare la pressione sanguigna.*

Tuttavia, per ottenere questi benefici senza effetti collaterali, è importante seguire alcune regole. Il pisolino ideale dovrebbe durare circa mezz'ora per evitare l'inerzia del sonno, una condizione in cui ci si sente intontiti dopo un sonno troppo lungo. Inoltre, è meglio fare il sonnellino dopo pranzo, quando la propensione al riposo è maggiore, evitando così di interferire con il sonno notturno.

*È importante anche considerare le esigenze specifiche di diverse età: i bambini piccoli possono beneficiare di sonnellini più lunghi, mentre gli anziani possono fare più di un pisolino al giorno, purché non siano troppo frequenti o prolungati.*

In generale, se rispettate queste semplici regole, il sonnellino pomeridiano può offrire un miglioramento della memoria, della produttività e della concentrazione, oltre a contribuire all'abbassamento della pressione arteriosa. Tuttavia, se il bisogno di fare un pisolino diventa troppo frequente o irrefrenabile, potrebbe essere un segnale di problemi legati alla qualità o alla durata del sonno notturno, e sarebbe opportuno consultare uno specialista.

*Articolo di Antonio Monteleone*

Infermiere in Libera Professione, Assistenza Domiciliare Infermieristica. 
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Scritto da Redazione

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Pubblicato: 21 Agosto 2024

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