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![Il 3 novembre è il Sandwich Day: il panino più famoso del mondo celebra gusto e creatività](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/il-3-novembre-e-il-sandwich-day-il-panino-piu-famoso-del-mondo-celebra-gusto-e-creativita/sandwich.png)

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Il 3 novembre è il Sandwich Day: il panino più famoso del mondo celebra gusto e creatività

Dalle origini newyorkesi del club sandwich alle versioni gourmet italiane: Unaitalia e Vivailpollo raccontano la passione per il panino con pollo e tacchino, simbolo di convivialità e fantasia in cucina.

![sandwich.png](https://spendiamo-a-pavia.it/images/sandwich.png)

Oggi, 3 novembre, si celebra la **Giornata Internazionale del Sandwich**, un’occasione per rendere omaggio al celebre panino farcito in tutte le sue varianti — dal classico con prosciutto e formaggio, a quelli con tonno, salame, pomodoro, cipolla o insalata. Secondo *Unaitalia* (l’associazione che rappresenta le filiere italiane di carni e uova) e la community di *Vivailpollo*, il sandwich resta uno degli spuntini più iconici e imitati al mondo.

Apprezzato da personalità come **Edoardo VIII**, **Wallis Simpson** e **Ernest Hemingway**, il celebre panino a tre strati di pane tostato avrebbe visto la luce negli Stati Uniti, precisamente al **Saratoga Club House Springs**, vicino a New York, nel 1889. Conosciuto come *club sandwich*, ha mantenuto negli anni la sua formula tradizionale: carne bianca, solitamente **pollo o tacchino**, abbinata a lattuga, pomodoro e maionese.

Unaitalia sottolinea come questa predilezione per le carni bianche sia condivisa anche dagli italiani, che ne fanno la scelta principale nel 35% degli acquisti domestici. Oggi, però, il sandwich non è solo tradizione: chef e appassionati si divertono a reinventarlo, sostituendo il pane in cassetta con **piadine**, **focacce gourmet**, o arricchendolo con ingredienti raffinati come **pane al tartufo** o **roast beef di fassona**.

M.F.

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 03 Novembre 2025

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![Il Ponte Coperto di Pavia e la leggenda del “Ponte del Diavolo”](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/il-ponte-coperto-di-pavia-e-la-leggenda-del-ponte-del-diavolo/Banner_ponte_del_diavolo.png)

## [ Il Ponte Coperto di Pavia e la leggenda del “Ponte del Diavolo” ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/il-ponte-coperto-di-pavia-e-la-leggenda-del-ponte-del-diavolo)

Il cuore oscuro del Ponte Coperto: nebbia, patti e la cappella che veglia sul Ticino

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La nebbia si alza dal Ticino e avvolge le arcate: il Ponte Coperto diventa lo scenario ideale per racconti che mescolano passato e inquietudine. Dietro l’aspetto che oggi riconosciamo — una riproduzione fedele del ponte medievale, ricostruito dopo la guerra, si cela una delle storie più radicate nella tradizione pavese: la narrazione conosciuta come il ***“Ponte del Diavolo”***.

## Una leggenda antica, declinata in tante versioni

Secondo una delle versioni più diffuse, la vicenda affonda le radici in un tempo lontano: si narra che, intorno all’anno 999, dopo il crollo di un vecchio guado romano, la popolazione si trovò improvvisamente senza un passaggio sicuro sul Ticino. Si racconta che un gruppo di pellegrini, intenzionato a raggiungere la messa di mezzanotte, dovette fare i conti con la corrente e con l’assenza di un ponte. Da qui partirebbe la storia di un capomastro o forse di più artigiani che, incapace di ultimare l’opera, accettò l’aiuto di una presenza oscura per completare la struttura nelle notti di nebbia. In cambio, come nelle migliori fiabe popolari, la creatura pretese un tributo che la gente preferisce raccontare a bassa voce.

Le varianti sono numerose: in alcune il patto è esplicito e il prezzo pagato è tragico; in altre la mano che aiuta è ambigua, quasi uno scherzo crudele lasciando sul ponte un segno che nessuno riesce a decifrare. Quel che resta immutato, comunque, è l’immagine del ponte di notte come luogo dove il confine tra il naturale e l’irrazionale diventa labile.

## Il contrappunto della fede: la cappella sul pilone

A equilibrare questo miscuglio di sacro e profano c’è un elemento concreto: sul pilone centrale del ponte sorge e per secoli è sopravvissuta una piccola cappella dedicata a San Giovanni Nepomuceno, protettore dalle inondazioni e guardiano dei passaggi d’acqua. La cappella, ricostruita e restaurata più volte (anche dopo i danni subiti nella Seconda guerra mondiale), è il segno visibile di una comunità che ha provato a mettere una sorta di ordine là dove fiorivano timori e racconti popolari.

## Perché la leggenda continua a vivere

Le leggende sopravvivono perché parlano della vita quotidiana: il ponte è un luogo di passaggi di chi va al lavoro, di chi si concede una passeggiata, di chi arriva in città e la sua struttura (le arcate, il tetto, il corridoio che si crea sotto la copertura) amplifica suoni, ombre e silenzi. Ogni generazione aggiunge una nuova sfumatura; ogni anziano che narra la storia al caffè del Borgo aggiunge un particolare che può trasformare i fatti in mito. Allo stesso tempo, la vicenda del Ponte Coperto poggia su elementi reali: il manufatto medievale, la distruzione bellica e la riedificazione nel dopoguerra (1949–1951) hanno fornito alla leggenda il palcoscenico perfetto per restare viva.

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 31 Ottobre 2025

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![Il Ponte dell’Arcobaleno: la leggenda che unisce per sempre gli animali e chi li ha amati](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/il-ponte-dellarcobaleno-la-leggenda-che-unisce-per-sempre-gli-animali-e-chi-li-ha-amati/Banner_arcobaleno.png)

## [ Il Ponte dell’Arcobaleno: la leggenda che unisce per sempre gli animali e chi li ha amati ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/il-ponte-dellarcobaleno-la-leggenda-che-unisce-per-sempre-gli-animali-e-chi-li-ha-amati)

La commovente leggenda del Ponte dell’Arcobaleno racconta di un luogo dove gli animali ritrovano pace e attendono i loro umani, diventando simbolo universale di amore

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### Una poesia nata negli anni ’80 è diventata un simbolo universale di amore e speranza

**PAVIA** – C’è una leggenda che, da oltre quarant’anni, continua a offrire conforto a chi ha dovuto dire addio al proprio animale. È quella del **Ponte dell’Arcobaleno**, un racconto semplice ma potente che unisce l’affetto, la memoria e la speranza di ritrovarsi un giorno.

### Le origini della leggenda

La storia nasce negli **Stati Uniti negli anni ’80**, quando un autore rimasto anonimo pubblicò una poesia che iniziava così:

*“Appena muore un animale che è stato molto amato da una persona,* 
*va in un luogo speciale che si chiama Ponte dell’Arcobaleno…”*

In poco tempo, quei versi iniziarono a circolare in tutto il mondo. Oggi sono presenti su biglietti di condoglianze, pagine social e perfino durante cerimonie commemorative dedicate agli animali d’affezione.

Secondo la leggenda, dopo la morte gli animali raggiungono un **luogo sereno e luminoso**, dove ritrovano salute e felicità, in attesa di rincontrare i propri compagni umani.

### Un ponte tra la vita e la memoria

L’**arcobaleno**, da sempre, è simbolo di passaggio tra la terra e il cielo. Nelle antiche culture rappresentava il ponte tra gli dei e gli uomini; nella leggenda moderna diventa un **ponte d’amore**, che unisce per sempre animali e persone.

Per molti, immaginare il proprio compagno a quattro zampe oltre quel ponte è un modo per **trasformare il dolore in speranza** e continuare a sentirlo vicino, anche se in una forma diversa.

### Un messaggio che tocca il cuore di tutti

Il successo di questa storia forse si spiega così: tutti abbiamo bisogno di credere che chi ci ha dato **amore incondizionato** possa ancora essere felice. 
La leggenda del Ponte dell’Arcobaleno restituisce **dignità a un lutto** spesso sottovalutato, ma profondo e autentico per chi considera il proprio animale parte della famiglia.

Molti scelgono di accompagnare questa leggenda a **riti personali**: accendere una candela, leggere la poesia, conservare una foto o dedicare un angolo speciale alla memoria del proprio amico. 
Sono gesti semplici che aiutano a **trasformare l’assenza in ricordo vivo**.

### La testimonianza della [Casa di Palli](https://spendiamo-a-pavia.it/servizi/pet-services/la-casa-di-palli-cremazione-animali)

A **Pavia**, anche la **Casa di Palli**, centro dedicato alla cremazione e al ricordo degli animali d’affezione, condivide il messaggio di rispetto e amore che la leggenda porta con sé.

*«Crediamo che ogni addio meriti delicatezza e consapevolezza* – spiegano dalla struttura pavese –. 
*Il Ponte dell’Arcobaleno non è solo una storia: è un modo per ricordare che **l’amore non muore mai**».*

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 08 Ottobre 2025

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![belgioioso-rende-omaggio-ai-suoi-benemeriti-tra-cultura-sport-impresa-e-solidarieta](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/belgioioso-rende-omaggio-ai-suoi-benemeriti-tra-cultura-sport-impresa-e-solidarieta/SPendiamo%20a%20Pavia%20_%20Banner-5.png)

## [ Belgioioso rende omaggio ai suoi benemeriti tra cultura, sport, impresa e solidarietà ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/belgioioso-rende-omaggio-ai-suoi-benemeriti-tra-cultura-sport-impresa-e-solidarieta)

Nel cortile del castello il sindaco **Fabio Zucca** ha consegnato le onorificenze ai cittadini e alle associazioni che hanno contribuito alla crescita e al prestigio della comunità.

![SPendiamo_a_Pavia___Banner-5.png](https://spendiamo-a-pavia.it/images/SPendiamo_a_Pavia___Banner-5.png)

### **Belgioioso ha premiato i suoi cittadini distinti in cultura, sport, impresa e solidarietà**

Nel cortile del castello di Belgioioso si è svolta la cerimonia di consegna delle benemerenze civiche. L’iniziativa, organizzata dal Comune e guidata dal sindaco **Fabio Zucca**, ha reso omaggio a coloro che si sono distinti con il proprio impegno a favore della comunità in diversi settori.

### **I premiati**

**Arte e cultura** 
Un riconoscimento è stato attribuito a **Matteo Domenico Borlotti** per l’attenzione rivolta al patrimonio storico e al Museo dei Visconti, contribuendo alla valorizzazione culturale e turistica del territorio. L’**associazione Estro** è stata premiata per l’attività di promozione musicale e artistica.

![Unknown-2.jpeg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Unknown-2.jpeg)

**Impresa** 
Il settore imprenditoriale ha visto premiato **Ambrogio Borella**, che ha saputo trasformare un piccolo panificio familiare in un’azienda solida e moderna, mantenendo il legame con la tradizione artigiana.

**Sport** 
Il riconoscimento sportivo è stato assegnato a **Stefano Mattioli**, protagonista da oltre quarant’anni nel mondo della pallavolo femminile, capace di portare squadre locali dalle competizioni provinciali fino ai tornei nazionali e internazionali, ottenendo anche il plauso della Regione Lombardia.

**Impegno sociale e civile** 
Un attestato è stato consegnato all’**associazione Belgioioso Vivo** per i progetti educativi e di inclusione sociale avviati a sostegno delle famiglie. 
Premiato anche **Gaspare Patrizio Cazzaniga**, donatore di sangue con oltre 130 contributi all’Avis, esempio concreto di altruismo e generosità. 
Infine, un riconoscimento è andato all’**associazione Auser**, da anni impegnata nel sostegno agli anziani attraverso attività di volontariato e assistenza.

### **![Unknown-1.jpeg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Unknown-1.jpeg)**

### **Un segno di comunità**

La cerimonia ha rappresentato un momento di partecipazione e orgoglio collettivo. Con queste benemerenze il Comune ha voluto sottolineare il valore di chi, con passione e dedizione, ha contribuito al bene comune, rafforzando il senso di appartenenza e la coesione del territorio.

M.F.

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 01 Ottobre 2025

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![La Coccoina: la colla dal profumo di mandorla che sa di ricordi](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Curiosita/la-coccoina-la-colla-dal-profumo-di-mandorla-che-sa-di-ricordi/Banner_Coccoina.png)

## [ La Coccoina: la colla dal profumo di mandorla che sa di ricordi ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-coccoina-la-colla-dal-profumo-di-mandorla-che-sa-di-ricordi)

La colla bianca dal profumo di mandorla che ha fatto la storia della scuola e del design italiano

![Banner_Coccoina.png](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Banner_Coccoina.png)

La **Coccoina** non è una semplice colla: è un piccolo pezzo di storia italiana. Nata nel **1927** dall’intuizione dell’ingegnere torinese **Aldo Balma** e prodotta dall’azienda **Balma, Capoduri &amp; C. di Voghera**, è diventata negli anni un’icona riconosciuta e amata da generazioni.

Il nome, curioso e particolare, fu scelto per evocare l’idea di una colla dolce e delicata. All’epoca, la parola “cocaina” non aveva ancora la connotazione negativa che conosciamo oggi: da qui nacque la scelta di un marchio capace di restare impresso e di richiamare leggerezza e originalità.

### Un prodotto unico

Quello che rende la Coccoina speciale è la sua formula: **naturale, senza solventi e priva di sostanze tossiche**, perfetta per essere usata da bambini e adulti senza rischi. Si applica facilmente, sia con il pennello integrato sia con le dita, e asciuga rapidamente senza lasciare segni o residui. Ma soprattutto, chiunque l’abbia usata almeno una volta ricorda il suo **profumo inconfondibile di mandorla**, un aroma delicato che è diventato parte della sua identità.

### Dal banco di scuola al design italiano

Nata per l’uso scolastico e professionale, la Coccoina ha conquistato anche il mondo della creatività e del fai-da-te, diventando la compagna ideale di chi si dedica a **scrapbooking, album fotografici e piccoli lavori artigianali**. 
Il suo storico **barattolino in alluminio con pennello incorporato** è rimasto nel cuore di molti: un oggetto semplice, ma così ben progettato da trasformarsi in un’icona di design. Oggi, accanto alla versione classica, esistono confezioni in plastica che riprendono fedelmente l’estetica originale, per non perdere quel fascino intramontabile.

### Collaborazioni e cultura pop

La Coccoina non è solo una colla: è diventata parte della **cultura popolare italiana**. Ha collaborato con marchi come **Moleskine, Olivetti, Fiat e Vespa** per edizioni speciali ed è stata citata in canzoni, film e libri. Non è un caso: poche cose, come il suo profumo di mandorla, hanno il potere di riportare alla memoria i giorni di scuola, i quaderni e i lavoretti fatti con cura.

### Un viaggio nella memoria

Per molti, aprire un barattolino di Coccoina significa fare un tuffo nel passato. È un piccolo gesto capace di evocare un mondo di ricordi: i banchi di scuola, le fotografie incollate negli album, le mani sporche ma felici dei bambini. 
Ancora oggi, quasi cento anni dopo la sua nascita, la Coccoina continua a rappresentare non solo una colla affidabile e sicura, ma anche un vero **simbolo di design italiano** e di affetto collettivo

*M.M.*

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 16 Settembre 2025

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![Storia di Riso Gallo: dalle origini a Genova al marchio internazionale](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Curiosita/storia-di-riso-gallo-dalle-origini-a-genova-al-marchio-internazionale/Banner_riso_gallo.png)

## [ Storia di Riso Gallo: dalle origini a Genova al marchio internazionale ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/storia-di-riso-gallo-dalle-origini-a-genova-al-marchio-internazionale)

Dal 1856 la famiglia Preve porta il riso italiano nel mondo

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### Le origini (1856)

Nel **1856**, dopo alcuni anni trascorsi in Argentina, il commerciante **Giobatta Preve** al suo rientro in Italia aprì a Genova, nel quartiere di **Sampierdarena**, una piccola attività insieme a un socio. 
Nacque così la **Preve &amp; Macciò**.

### L’espansione della famiglia Preve

Successivamente subentrarono **Giovanni**, poi **Cesare** e il fratello **Alberto**, che nel **1905** rilevarono uno stabilimento a Buenos Aires fondando la **Frugone &amp; Preve**.

Fu poi la volta di **Riccardo Preve**, che trasferì la sede italiana prima a **Novara** e infine, nel **1926**, a **Robbio Lomellina**, nel cuore di una delle zone risicole più rinomate.

### La nascita del marchio Riso Gallo (1943)

Nel **1943** venne inaugurato il marchio **Riso Gallo**. 
Riccardo Preve lanciò in Argentina il riso confezionato in scatola, ma dovette affrontare un ostacolo: il forte analfabetismo dell’epoca.

Per rendere riconoscibili i diversi tipi di riso, introdusse allora un sistema di simboli associati ad animali:

- **Tigre**
- **Elefante**
- **Giraffa**
- **Aquila**
- e, per il riso di prima scelta, il **Gallo**, da cui prese il nome l’attuale marchio.

### L’evoluzione recente

Solo nel **gennaio 2004**, sotto la guida di **Mario Preve**, l’azienda adottò ufficialmente il nome **Riso Gallo**.

*M.M.*

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 16 Settembre 2025

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![La Necchi: dalle fonderie alle macchine da cucire, cuore industriale di Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Curiosita/la-necchi-dalle-fonderie-alle-macchine-da-cucire-cuore-industriale-di-pavia/Banner_Necchi.png)

## [ La Necchi: dalle fonderie alle macchine da cucire, cuore industriale di Pavia ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-necchi-dalle-fonderie-alle-macchine-da-cucire-cuore-industriale-di-pavia)

Dalle fonderie ottocentesche alle celebri macchine da cucire: la storia della Necchi, simbolo industriale di Pavia

**![Banner_Necchi.png](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Banner_Necchi.png)**

### Le origini (1892-1896)

La **Necchi** nasce nel 1892 grazie ad **Ambrogio Necchi**. 
Nel primo stabilimento, con **85 operai**, si producevano:

- radiatori,
- ponti in ferro,
- tettoie,
- macchine e strumenti agricoli,

destinati soprattutto all’area agricola pavese.

Nel 1895 l’azienda acquistò un nuovo stabile di fronte al primo opificio e, nel 1896, ampliò la sede originaria costruendo una **nuova fonderia**.

### L’espansione industriale (1900-1904)

Nel 1900, sotto la guida di Ambrogio Necchi, venne realizzata una **fonderia di 80.000 m²**, che occupava circa **mille operai**. 
La qualità dei prodotti portò presto alla necessità di trasferire lo stabilimento, ormai la fonderia più importante della città, in un’area più adatta: tra il Navigliaccio e lo scalo merci.

Dopo una trattativa con il Comune di Pavia, si decise di edificare il nuovo complesso lungo la strada per Abbiategrasso. 
Nel 1904, all’estrema periferia occidentale della città e nei pressi della stazione ferroviaria, sorse un moderno **complesso industriale**, che negli anni successivi inglobò anche i fabbricati di:

- la **Gaslini-Rizzo**,
- il **risificio Traverso-Noè**.

### Una fabbrica al servizio della produzione (1904-1908)

Lo stabilimento venne progettato per supportare la **produzione della materia prima** e fu collegato alla ferrovia Milano-Genova tramite raccordi dedicati. 
Era dotato di **due forni di fusione** e il prodotto principale dell’epoca erano i **radiatori per caloriferi**.

Tra il 1907 e il 1908, Ambrogio Necchi acquistò nuovi terreni dal Comune e ampliò ulteriormente l’attività. 
La **Società anonima fonderie Ambrogio Necchi** adattò l’ex fonderia Torti e ing. G. Callegari alla produzione di:

- vasche da bagno smaltate,
- cucine economiche.

### La Necchi dei Pavesi

Nonostante la lunga e importante attività nel settore metallurgico, per i pavesi la Necchi sarà sempre e soprattutto **la fabbrica delle macchine da cucire**.

Un’azienda che ha dato lavoro a generazioni di cittadini, accompagnando la crescita della città e diventando parte inscindibile della sua storia industriale e sociale.

*M.F.F.*

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 16 Settembre 2025

[ Leggi tutto … ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-necchi-dalle-fonderie-alle-macchine-da-cucire-cuore-industriale-di-pavia)

![Pedalando fino a Milano: l’alzaia del Naviglio Pavese è un tesoro nascosto per ciclisti e camminatori](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Curiosita/pedalando-fino-a-milano-lalzaia-del-naviglio-pavese-e-un-tesoro-nascosto-per-ciclisti-e-camminatori/Banner_naviglio.png)

## [ Pedalando fino a Milano: l’alzaia del Naviglio Pavese è un tesoro nascosto per ciclisti e camminatori ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/pedalando-fino-a-milano-lalzaia-del-naviglio-pavese-e-un-tesoro-nascosto-per-ciclisti-e-camminatori)

Da Pavia a Milano in bici seguendo l’alzaia del Naviglio Pavese: un percorso tra natura, storia e relax

*![Banner_naviglio.png](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Banner_naviglio.png)*

**Lo sapevate che da Pavia si può arrivare fino a Milano in bicicletta, costeggiando il Ticino e poi il Naviglio Pavese, senza mai lasciare la natura?** È un percorso affascinante, pianeggiante e interamente su pista ciclabile, che collega due città storiche della Lombardia lungo un tragitto ricco di scorci suggestivi, storia e bellezza.

Quella che per molti è una semplice passeggiata sul lungofiume, per altri rappresenta una vera e propria avventura cicloturistica: **circa 33 chilometri che uniscono Pavia a Milano, pedalando in sicurezza e lontani dal traffico**. La via è quella dell’alzaia del Naviglio Pavese, un percorso un tempo utilizzato dai cavalli da traino per trainare le barche controcorrente, oggi riconvertito in una delle ciclabili più belle della regione.

### **Un viaggio tra natura, storia e ingegneria idraulica**

Partendo da Pavia, si segue la riva del Ticino fino a imboccare l’alzaia del Naviglio all’altezza della Conca della Scala, nei pressi della celebre **Cupola Arnaboldi**. Da lì, il percorso è semplice da seguire: basta tenere il canale alla propria sinistra e lasciarsi guidare dai suoni della campagna, dal volo degli aironi e dal rumore delle ruote sulla ghiaia.

Lungo il tragitto, si incontrano **chiuse storiche, ponticelli in mattoni, piccole frazioni e campi coltivati**. Ogni tanto, una sosta per scattare una foto o riempire la borraccia, magari approfittando di una delle tante cascine che punteggiano la strada. Il paesaggio cambia gradualmente: dalla tranquillità pavese ai sobborghi agricoli di Binasco e Rozzano, fino all’ingresso a Milano attraverso la Darsena, oggi cuore pulsante della movida milanese.

### **Non solo per ciclisti**

Il percorso è perfetto anche per i camminatori e i runner. Grazie alla sua ampiezza e alla quasi totale assenza di dislivelli, **è adatto a tutti, dai cicloturisti esperti alle famiglie con bambini**, con possibilità di tornare indietro in treno (diverse stazioni lungo la linea ferroviaria Milano-Pavia sono facilmente raggiungibili dalla ciclabile).

In un’epoca in cui si parla sempre più di mobilità dolce, sostenibilità e turismo lento, l’alzaia del Naviglio Pavese si rivela **una risorsa straordinaria per riscoprire il territorio, vivere il paesaggio e prendersi del tempo per sé**.

### **Pavia, punto di partenza ideale**

Chi parte da Pavia ha un vantaggio: può iniziare la sua avventura in bici dopo un buon caffè in centro, ammirando il Ponte Coperto e il Duomo, per poi tuffarsi nella natura in pochi minuti. Per i turisti che arrivano in città, è anche un’occasione per **scoprire Pavia in modo diverso**, magari affittando una bici e lasciandosi guidare dal corso dell’acqua.

In fondo, il bello di un viaggio non è solo la destinazione, ma il percorso. E questo, da Pavia a Milano, è davvero tutto da vivere.

*M.F.F.*

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 06 Agosto 2025

[ Leggi tutto … ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/pedalando-fino-a-milano-lalzaia-del-naviglio-pavese-e-un-tesoro-nascosto-per-ciclisti-e-camminatori)

![L’autore di Topolino e la sua misteriosa esperienza a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Curiosita/lautore-di-topolino-e-la-sua-misteriosa-esperienza-a-pavia/Banner_floyd.png)

## [ L’autore di Topolino e la sua misteriosa esperienza a Pavia ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/lautore-di-topolino-e-la-sua-misteriosa-esperienza-a-pavia)

La sorprendente connessione tra Floyd Gottfredson, autore di Topolino, e la città di Pavia

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Chi lo avrebbe mai detto? Dietro le avventure rocambolesche di Topolino, tra inseguimenti, misteri e viaggi nel tempo, si nasconde un piccolo frammento di Pavia. Sì, proprio così: secondo alcune fonti, **Floyd Gottfredson**, il leggendario autore delle storie a fumetti di *Mickey Mouse*, avrebbe trascorso un periodo formativo nella nostra città.

Anche se nato nel lontano 1905 nello Utah, negli Stati Uniti, e cresciuto artisticamente a Los Angeles sotto l’egida della Disney, si racconta che **Gottfredson abbia studiato per qualche tempo in Italia, più precisamente all’Università di Pavia**, durante un soggiorno europeo negli anni ’20. Un’esperienza breve ma intensa, che secondo alcuni avrebbe influenzato lo stile narrativo e il gusto per l’avventura “continentale” delle sue prime storie.

Naturalmente, come spesso accade con i miti, tra verità e leggenda il confine è sottile. Alcuni storici del fumetto dubitano di questa parentesi pavese, mentre altri affermano di aver rintracciato documenti d’archivio che ne confermerebbero l’iscrizione a un corso libero di disegno anatomico, probabilmente presso l'allora Istituto di Belle Arti collegato all’università.

Quel che è certo è che le atmosfere delle sue tavole – vicoli stretti, castelli, inseguimenti in treni a vapore e criminali dal sapore europeo – sembrano rievocare scorci che, per chi conosce Pavia, **non risultano poi così estranei**.

Una leggenda metropolitana? Forse. Ma è bello pensare che **il Topolino che abbiamo amato da bambini abbia camminato, anche solo per un attimo, lungo le rive del Ticino** o tra i cortili storici dell’ateneo pavese.

E allora, la prossima volta che passerete davanti al Cortile Teresiano o al Castello Visconteo, guardatevi intorno: magari, con un po’ di fantasia, scorgerete un’ombra con le orecchie tonde e i pantaloncini rossi saltellare tra le colonne. Perché, in fondo, **le belle storie nascono proprio così**: mescolando realtà, sogno… e un pizzico di Topolino.

*M.L.*

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Pubblicato: 06 Agosto 2025

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La tragica fine di Pasquino Cappelli, murato vivo per un presunto tradimento al Castello Visconteo di Pavia, tra torture, silenzi e un errore fatale

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C'è un punto, nelle ombre silenziose del Castello Visconteo di Pavia, dove il tempo pare essersi fermato. Un punto che nessuno conosce con esattezza, ma che si sospetta nasconda una delle storie più nere — e più tragicamente umane — della dinastia viscontea. È lì che, secondo le cronache oscure tramandate da voce in voce, sarebbe ancora murato il corpo martoriato di **Pasquino Cappelli**, vittima innocente di un errore tanto crudele quanto irrimediabile.

### La tortura “a vista”

La vicenda si colloca alla fine del XIV secolo, durante il dominio di **Giangaleazzo Visconti**, il primo duca di Milano, signore colto, raffinato, ma capace di una spietatezza feroce quando si sentiva tradito. Accusato di aver tramato il tradimento di Governolo, località strategica contesa tra Visconti e Gonzaga, **Pasquino Cappelli**, uomo di corte, viene arrestato senza processo.

La punizione? Di una teatralità crudele. **Spogliato completamente**, il povero Cappelli viene avvolto in una **pelle di animale ancora calda**, quindi **murato vivo fino al collo** in un’intercapedine delle mura del castello pavese. La testa lasciata libera non è un atto di clemenza, ma un cinico stratagemma: serve a **prolungarne l’agonia**, nutrendolo per giorni e costringendolo a guardare in faccia il suo carceriere.

Ogni giorno, **Giangaleazzo in persona** lo visita, interrogandolo con una sola richiesta: confessare. Ma **Cappelli non cede**. Nessuna parola, nessun grido, solo silenzio e resistenza. E così la pelle dell’animale, lentamente, **si asciuga e si stringe** attorno al suo corpo, fino a soffocarlo. Una tortura che si consuma in una **ventina di giorni**. Una morte lenta, atroce, esemplare.

### L’errore tragico

Soltanto anni dopo, quando il Visconti firma una tregua con la rivale **Mantova**, giunge la rivelazione: **i mantovani avevano falsificato la firma e il sigillo visconteo**, orchestrando un inganno perfetto per colpire dall’interno. Cappelli era innocente. Vittima non di un tradimento, ma di un’abile macchinazione politica.

Giangaleazzo, raccontano le cronache, ne fu profondamente scosso. Eppure, **non ordinò mai di riesumarne il corpo**. Forse per vergogna, forse per orgoglio, o forse perché sapeva che nulla avrebbe potuto cancellare quel crimine.

### Un muro come sepolcro eterno

Da allora, il corpo di Pasquino Cappelli **sarebbe rimasto murato da qualche parte** nel Castello Visconteo di Pavia. Nessuno sa dove. Nessun documento ne parla con precisione. L’unico indizio? **Le mura settentrionali**, le uniche andate perdute — distrutte dai francesi nella prima metà del Cinquecento.

È lì, forse, che si trovava la cella invisibile dell’innocente Cappelli. È lì che, magari, le sue ossa sono state finalmente **liberate e restituite alla terra**, senza onori, senza memoria, senza un nome inciso su una lapide.

Ma nella pietra del Castello, qualcuno giura di sentire ancora, nelle notti più fredde, un sussurro. Un respiro. Una voce che non ha mai confessato.

*M.D.*

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Dalle antiche mura della Certosa di Pavia, un piatto che unisce la semplicità dei monaci certosini ai profumi intensi della tradizione lombarda, tra pesce d’acqua dolce, funghi e riso.

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Il **risotto alla certosina** è una delle espressioni più affascinanti della cucina monastica italiana, un piatto che unisce semplicità, spiritualità e sapore. Nato tra le mura silenziose della **Certosa di Pavia**, questo risotto rappresenta la sapienza culinaria dei monaci certosini, che cucinavano con ingredienti genuini, spesso provenienti dai loro orti o dalle vicine campagne.

## **Origini e storia**

Il termine "certosina" fa riferimento all'ordine monastico dei **Certosini**, fondato nel XI secolo da San Bruno. I monaci vivevano (e in alcune certose vivono ancora) secondo una regola austera, fatta di silenzio, meditazione e lavoro. La cucina certosina riflette questa sobrietà: pochi ingredienti, ma scelti con cura e lavorati con dedizione.

Il risotto alla certosina è un piatto **tipico lombardo**, in particolare della zona pavese, ed è spesso servito durante occasioni speciali o nel periodo natalizio. La particolarità del piatto sta nella sua **fusione di ingredienti di terra e di acqua**, unendo **riso, funghi, pesce d’acqua dolce** (soprattutto anguille o tinche), **gamberetti di fiume** e **pomodoro**.

## **Ingredienti tradizionali**

Le versioni possono variare, ma la ricetta originale prevede:

- **Riso Carnaroli** (tipico della Lomellina)
- **Anguilla o tinca** (pulita e spezzettata)
- **Gamberetti di fiume**
- **Funghi secchi**
- **Pomodori pelati** o concentrato di pomodoro
- **Cipolla**, **aglio**
- **Brodo di pesce**
- **Burro**
- **Olio extravergine d’oliva**
- **Prezzemolo** tritato fresco
- **Vino bianco secco**
- **Sale e pepe**

## **Preparazione**

La preparazione del risotto alla certosina è laboriosa ma gratificante. I monaci avevano tempo e pazienza, e questi due elementi sono fondamentali per ottenere un piatto equilibrato.

1. **Preparazione del fondo**: Si fa un soffritto leggero con cipolla, aglio e olio. A questo si aggiungono i funghi secchi (precedentemente ammollati) e poi i pomodori pelati.
2. **Cottura del pesce**: L’anguilla o la tinca vengono aggiunte e lasciate cuocere lentamente. Anche i gamberetti di fiume vengono aggiunti in questa fase.
3. **Cottura del riso**: Dopo aver sfumato con il vino bianco, si aggiunge il riso, che viene cotto lentamente, come in ogni risotto, con l’aggiunta graduale di brodo di pesce caldo.
4. **Mantecatura**: A fine cottura si aggiunge burro e prezzemolo per mantecare il risotto e conferirgli una consistenza cremosa.

## **Un piatto simbolico**

Oltre al gusto, ciò che rende speciale il risotto alla certosina è il suo **valore simbolico**: unisce ingredienti poveri, reperibili in natura, ma li trasforma in un piatto complesso e raffinato. È la perfetta espressione di come il cibo possa riflettere una filosofia di vita: equilibrio, sobrietà, armonia con la natura.

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Pubblicato: 04 Agosto 2025

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## [ La Casalinga di Voghera: dallo stereotipo alla forza silenziosa dell’Italia ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-casalinga-di-voghera-dallo-stereotipo-alla-forza-silenziosa-dellitalia)

Per decenni ridotta a caricatura, oggi la casalinga di provincia riscatta la propria immagine: simbolo di resilienza, intelligenza pratica e protagonismo femminile fuori dai riflettori.

![casalinghe.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/casalinghe.jpg)

Per decenni, la figura della **"casalinga di Voghera"** è stata evocata come un’icona ironica, quasi caricaturale. Usata nel linguaggio giornalistico e politico per rappresentare l’italiana media, lontana dai palcoscenici del potere e dalle grandi città, è stata spesso associata a una vita semplice, priva di sofisticazioni culturali o ambizioni intellettuali. Ma dietro quell’etichetta, apparentemente banale, si cela una storia ben più complessa e interessante.

## **Chi è (o chi era) la casalinga di Voghera?**

Nel parlare comune, la "casalinga di Voghera" è diventata una sorta di personaggio immaginario. È la donna di provincia, attenta al bilancio familiare, fedele spettatrice di programmi televisivi popolari, e spesso utilizzata come metro per valutare la comprensibilità di un discorso o la popolarità di una decisione politica. In pratica, è stata per anni il punto di riferimento per rappresentare il “senso comune” italiano.

Ma questa figura, più che una persona reale, è una costruzione sociale: un archetipo nato in un’Italia ancora divisa tra il boom economico e il retaggio rurale, tra l’urbanizzazione incalzante e la famiglia tradizionale. La casalinga di Voghera, con la sua semplicità, è diventata lo specchio attraverso cui si è letta una parte del paese.

## **Sotto lo stereotipo, una realtà viva**

Col passare del tempo, però, questo cliché si è sgretolato. Le casalinghe — anche quelle di Voghera — non erano affatto figure passive o poco informate. Molte di loro hanno gestito famiglie, risparmi, proprietà e figli con una competenza che nulla ha da invidiare a quella di un manager. Al contrario dell’immagine di donna disinteressata alla politica o alla cultura, moltissime casalinghe hanno partecipato alla vita civica, associativa, e anche culturale delle loro comunità.

La loro forza risiedeva nella quotidianità: nella capacità di far quadrare i conti con risorse limitate, nel prendersi cura degli altri senza sosta, nel portare avanti tradizioni che rischiavano di andare perdute. In tempi recenti, molte hanno saputo reinventarsi, partecipando ad attività sociali, gruppi culturali, corsi di formazione, e perfino iniziative imprenditoriali legate alla cucina, all’artigianato o al turismo locale.

## **Dal ridicolo al rispetto**

Il percorso di riscatto simbolico di questa figura è anche una metafora della rivalutazione del ruolo femminile nella società. Dove un tempo si parlava di “massaia” in tono sminuente, oggi si riconosce il valore invisibile del lavoro domestico e dell’impegno familiare. In molte città, incluso proprio il comune di Voghera, si è lavorato per trasformare quell’immagine in un motivo d’orgoglio piuttosto che di scherno.

Le nuove generazioni di donne, anche se spesso lontane dalla figura tradizionale della casalinga, devono molto a chi le ha precedute. La cura, la resilienza, il senso pratico e la gestione dell’imprevisto — tutte qualità incarnate dalla “casalinga di Voghera” — sono oggi le stesse abilità richieste a imprenditrici, lavoratrici e madri multitasking del XXI secolo.

## **Un simbolo tutto italiano**

Oggi la "casalinga di Voghera" continua a vivere come simbolo culturale, ma il suo significato è cambiato. Non è più solo l’emblema della semplicità, ma anche della forza silenziosa. È diventata una figura attraverso cui leggere la trasformazione della donna italiana: da “angelo del focolare” a protagonista del cambiamento sociale, capace di lasciare un segno duraturo pur lontano dai riflettori.

M.F.F.

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Pubblicato: 04 Agosto 2025

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## [ Albert Einstein a Pavia: l’estate che segnò l’inizio di un genio ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/albert-einstein-a-pavia-lestate-che-segno-linizio-di-un-genio)

Il giovane Einstein tra studi, amicizie e ispirazioni in una città che ha lasciato un’impronta indelebile nella sua vita e nella storia della scienza.

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## Albert Einstein a Pavia: un'estate che cambiò la storia

Nel 1895, un giovane Albert Einstein, appena quindicenne, lasciò Monaco per raggiungere il padre a Pavia, dove la famiglia si era trasferita per avviare un'attività nel settore elettromeccanico. Questo soggiorno, seppur breve, rappresentò un momento significativo nella vita del futuro padre della relatività.

### La residenza a Palazzo Cornazzani

La famiglia Einstein si stabilì in un prestigioso edificio medievale nel centro storico: Palazzo Cornazzani, in via Foscolo 11. Questo palazzo, noto anche per aver ospitato il poeta Ugo Foscolo, divenne la dimora temporanea del giovane Albert. Qui, Einstein alternava lo studio all’esplorazione della città, partecipando a escursioni in bicicletta e a bagni notturni nel fiume Ticino.

### I primi interessi scientifici

Durante il soggiorno pavese, Einstein iniziò a coltivare un interesse più profondo per la scienza. Scrisse una memoria scientifica intitolata *"Sull'investigazione dello stato dell'etere in un campo magnetico"*, che rappresenta uno dei suoi primi approcci al pensiero teorico che avrebbe in seguito rivoluzionato la fisica.

### Legami affettivi e culturali

In questo periodo, Albert strinse una forte amicizia con Ernestina Marangoni, una ragazza di Casteggio. La loro corrispondenza, durata per anni, dimostra quanto il legame con Pavia sia rimasto vivo nei suoi ricordi. In una delle sue lettere, Einstein ricordava con affetto il Ponte Coperto, simbolo della città, definendolo "quel bel ponte di Pavia".

### Un segno nella memoria della città

Oggi, il legame tra Albert Einstein e Pavia è celebrato con una targa commemorativa posta sul Ponte Coperto e una lapide a Palazzo Cornazzani. Questi luoghi ricordano una parentesi importante nella giovinezza di uno degli scienziati più influenti della storia.

Il soggiorno pavese di Einstein, pur breve, fu carico di stimoli intellettuali, emozioni e ispirazioni. Un momento formativo che contribuì, in modo forse silenzioso ma profondo, alla nascita del suo straordinario genio.

M.F.F.

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Pubblicato: 04 Agosto 2025

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## [ Zuppa alla Pavese: la nobiltà della cucina povera lombarda ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/zuppa-alla-pavese-la-nobilta-della-cucina-povera-lombarda)

Dalle cascine della Lomellina alla tavola dei re: storia, leggenda e ricetta di un piatto semplice ma ricco di tradizione.

**![zuppapavese.png](https://spendiamo-a-pavia.it/images/zuppapavese.png)Zuppa alla Pavese: un piatto povero dalla storia nobile**

## Un'antica ricetta nata nel cuore della Lombardia

La **Zuppa alla Pavese** è uno di quei piatti che raccontano la storia e la cultura del territorio da cui proviene. Tipica della **Lomellina**, una zona agricola nei dintorni di **Pavia**, questa zuppa è l’emblema della **cucina contadina**, semplice ma ricca di significato, e custodisce una leggenda affascinante che la lega alla figura di **Francesco I di Francia**.

## La leggenda della nascita

Secondo la tradizione, la zuppa alla pavese nacque nel 1525, durante la **battaglia di Pavia**, quando il re di Francia **Francesco I**, sconfitto e affamato, si rifugiò in una cascina della zona. La contadina, con i pochi ingredienti che aveva a disposizione — **pane raffermo, uova e brodo** — preparò una pietanza calda e nutriente. Il re, pare, ne fu talmente colpito che ne parlò a corte, contribuendo a diffondere la ricetta.

## Ingredienti semplici, gusto autentico

La Zuppa alla Pavese è un perfetto esempio di **cucina povera**, in cui nulla viene sprecato. Gli ingredienti principali sono:

- **Fette di pane raffermo**
- **Uova fresche**
- **Burro**
- **Brodo di carne** (preferibilmente di manzo o cappone)
- **Formaggio grattugiato** (come Grana Padano o Parmigiano Reggiano)
- **Sale e pepe**

## La preparazione

La ricetta è facile, ma richiede attenzione ai tempi di cottura:

1. Si tosta il pane nel burro, rendendolo dorato e croccante.
2. Si dispone ogni fetta in una scodella o piatto fondo resistente al calore.
3. Su ciascuna fetta si rompe un uovo, facendo attenzione a non rompere il tuorlo.
4. Si versa lentamente il brodo bollente sopra l’uovo, in modo che si cuocia solo leggermente con il calore del liquido.
5. Si completa con una spolverata di formaggio grattugiato, sale e pepe.

Il risultato è una zuppa calda e sostanziosa, in cui il tuorlo rimane morbido, il pane si ammorbidisce assorbendo il brodo, e il formaggio lega il tutto con una nota saporita.

## Un piatto da riscoprire

Oggi la Zuppa alla Pavese è poco conosciuta al di fuori della Lombardia, ma resta un **simbolo di autenticità e tradizione**. È perfetta per le stagioni fredde, ma anche come comfort food in ogni momento dell’anno.

La sua forza sta nella **poesia della semplicità**: pochi ingredienti, tanta storia, e un sapore che racconta secoli di vita contadina e di ospitalità.

## Curiosità

- Esiste anche una versione con **pane fritto** o **cotto al forno** per renderlo più croccante.
- Alcuni aggiungono un pizzico di **noce moscata** per arricchirne l’aroma.

La Zuppa alla Pavese è un piatto da riscoprire e valorizzare, perfetto per chi ama la cucina tradizionale e i sapori genuini.

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Pubblicato: 04 Agosto 2025

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![I covi di Scarenzio e Galleria Manzoni: Pavia la città dormitorio delle BR - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/I_covi_di_Scarenzio_e_Galleria_Manzoni/D80A99AD-4070-4B80-ADA7-E6E95355E5F0%20copy.jpg)

## [ I covi di Scarenzio e Galleria Manzoni: Pavia la città dormitorio delle BR ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/i-covi-di-scarenzio-e-galleria-manzoni-pavia-la-citta-dormitorio-delle-br)

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La prima pista che collega Pavia al terrorismo parte da Roma. Ovvero dal sequestro di Aldo Moro. Nella seconda foto che ritrae il presidente della Democrazia cristiana prigioniero delle Brigate Rosse c’è una copia di Repubblica. Il giornale, si scoprirà poi, è di un abbonato della provincia di Pavia. Ma non è un caso che nelle mani dello statista ,ostaggio nel covo di via Montalcini, ci sia un quotidiano proveniente da Pavia. Ci sono tre nomi che legano infatti la città alle Br: Elfino Mortati, Fabrizio Pelli e soprattutto Renato Longo. E’ l’intuito di Ettore Filippi, capo della squadra mobile di Pavia, a mettere insieme i primi tasselli che lo porteranno all’arresto del capo storico della Brigate Rosse, Marino Moretti. Sarà lo stesso Filippi, il **4 aprile 1981** a tirargli le manette intorno ai polsi a Milano. Ma la sua cattura nasce a Pavia.

Si torna allora in città. Alla stazione, per la precisione. Il primo campanello suona in una famosa giornata di giugno del **1980**. Su segnalazione dell’Antiterrorismo di Roma, Filippi e altri agenti bloccano, appena sceso dal treno , il brigatista Elfinio Mortari, ricercato per l’omicidio di un notaio a Prato. Insieme a lui , una coppia di Roma. Non si sa perché siano proprio a Pavia. Si sa solo che la loro destinazione finale doveva essere Milano. Ma per non ci vuole molto a capire che Pavia potrebbe essere il luogo ideale per non dare nell’occhio. Lo sanno bene i terroristi delle colonne milanesi che , scoprirà più tardi il capo della squadra mobile, scelgono la città in riva al Ticino come base logistica proprio per il basso profilo. Via Scarenzio è quanto di più anonimo ci possa essere in una città. E’ in periferia , a due passi da viale Cremona, direzione sud. Basse palazzine con giardinetto, nulla sopra le righe.

**E’ il posto perfetto per un covo.**

La scoperta, come spesso accade, è casuale. In una villetta, durante le vacanze di Natale 75, si rompe una tubatura. Nell’abitazione vive una coppia di studenti insospettabili. Il fabbro per entrare nell’alloggio deve chiamare la volante e, mentre l’artigiano ripara la tubatura, gli agenti vedono materiale con la stella Br a cinque punte. Subito chiamano il dirigente dell’ufficio politico della questura Michele Cera. Scattano appostamenti e alla vigilia di Natale si arriva alla cattura di Fabrizio Pelli. Perché i brigatisti scelgono Pavia come dormitorio?

*“Gli universitari nelle case in affitto cambiano continuamente. Quattro sconosciuti che vivevano in maniera regolare passavano dunque inosservati. A Pavia, però, certe cose si udivano. I primi discorsi sulla “rivoluzione armata"*, ricorda Filippi in un’intervista del 2007 alla Provincia Pavese – mi dicevano i colleghi dell’ufficio politico della questura, erano stati sentiti nell’ambiente dell'Autonomia.

Indagando sulle circostanze dell’affitto di via Scarenzio, spiega ancora Filippi, viene fuori il meccanismo con cui le Br prendono in affitto gli appartamenti. Da quel momento l’Ufficio politico manda l’ispettore Quassolo a verificare la regolarità della documentazione presso tutte le agenzie immobiliari”.

Spostiamoci ora dall’altra parte della città, sempre in periferia: Galleria Manzoni, a ridosso dell’omonima via. Anche in questo caso portoni anonimi, frammentati da negozi. Gente qualunque , persone tranquille. Nulla di appariscente, tutto normale. Qui viene scoperto il secondo covo. *“Attraverso questi controlli emerge che in Galleria Manzoni, c’è un appartamento con le caratteristiche che servono ai brigatisti, affittato con documentazione fasulla.* – ricorda ancora Filippi – *E’ la prova che conferma Pavia come dormitorio dei brigatisti”.*

Ma la figura chiave grazie alla quale la polizia arriva a Moretti e a Enrico Fenzi *(il primo capo militare e il secondo capo ideologico delle Br)* è Renato Longo. Moretti e Fenzi in questo periodo lavorano alla ricostruzione di una colonna milanese ortodossa delle Br. A Pavia vive sotto falso nome, perché ricercato, l’ ex studente universitario Renato Longo, di Asti.

Il giovane fa il pendolare con Milano per seguire il corso di addestramento per brigatisti tenuto dai due leader. Longo viene riconosciuto per strada dall’ agente Congestrì, che lo porta in questura. Dal suo documento falso la squadra mobile viene a sapere che è già stato controllato in un appartamento di Corso Manzoni. I poliziotti vanno nel suo alloggio e ci trovano il materiale delle Br. *“Allora trattammo con lui la cattura di Moretti e Renzi"*, spiega Filippi.

Il **4 aprile 1981**, a Milano, i due brigatisti vengono arrestati in via Cavalcanti mentre si stanno recando all’appuntamento con altri aspiranti terroristi. Alle Brigate Rosse viene inferto un colpo mortale. Anche Pavia, seppure solo indirettamente, viene macchiata di sangue. Il sangue è quello di Luigi Marangoni, direttore sanitario del policlinico di Milano. Pavese di nascita, Marangoni da anni si è trasferito nel capoluogo lombardo per lavoro.

Bisogna fare un salto indietro di qualche mese, qualche settimana prima della cattura di Moretti. Sono le 8.20 del **17 febbraio 1981**, quando Marangoni esce dalla sua abitazione di via don Gnocchi 4 , a Milano. Come tutte le mattine, è a bordo della sua automobile e sta per recarsi all’ospedale. Ad attenderlo, appostate, ci sono 4 persone armate di mitra e bastoni acuminati. Bloccano la vettura e aprono il fuoco, crivellando di colpi il corpo di Marangoni prima di fuggire a bordo di un’auto. Nelle vicinanze un funzionario di polizia e il suo autista a bordo di un'auto della polizia con targa civile sono richiamati dagli spari e dopo un breve inseguimento ingaggiano uno scontro a fuoco con i brigatisti senza tuttavia riuscire a fermarli. Il medico agonizzante viene trasportato d’urgenza al policlinico di Milano, lo stesso ospedale di cui è direttore sanitario, e dove muore poco dopo. L’omicidio è rivendicato dalle Brigate Rosse, colonna Walter Alasia, con una telefonata al quotidiano La Repubblica.

Si chiude così tragicamente a soli 44 anni , la vita e la brillante carriera di Luigi Marangoni, nato a Pavia nel **1937**, medico e dirigente dell’importante ospedale milanese, che lascia la moglie Vanna Bertelè e due figli, Francesca e Matteo.

La condanna a morte è arrivata dopo le molte minacce ricevute dal dirigente medico a causa della sua intransigenza nel denunciare, con esposti alla magistratura , il clima di tensione all’interno dell’ospedale. Infatti il policlinico negli anni di piombo è considerato un vero e proprio vivaio dei gruppi eversivi, come ha dichiarato molto tempo fa Prospero Gallinari membro del nucleo storico delle Br: *“Un portinaio su due se non era brigatista era vicino all’autonomia operaia”*. Pavia ha intitolato a Marangoni una via, mentre a Milano gli è stata dedicata un’ala dell’ospedale che dirigeva.

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Pubblicato: 06 Settembre 2024

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Il castello Visconteo, dal **1360** in poi *(anno in cui venne edificato da Galeazzo Visconti)*, coincide con la storia di Pavia.

Da qui passano artisti come Leonardo, re, regine, condottieri e poeti. Ancora oggi svetta maestoso e solido, nell’attuale zona nord della città tra viale XI Febbraio, viale Argonne e piazza Castello.

Proprio qui, nel **1317**, Luchino Visconti, fratello di Matteo, viene a risiedere assumendo la potestà di Pavia, Vigevano, e Voghera e tenendola per tre anni. Sceglie, dunque, questa vasta area vicino alle mura, allora quasi alla periferia della città.

Ma è Galeazzo, una cinquantina d’anni più tardi , a far progettare e realizzare il grandioso edificio così come lo vediamo oggi, proprio nei pressi del monastero di San Pietro in Ciel D'oro. Non si tratta, nelle intenzioni, di costruire una vera e propria fortezza militare. L’ambizione, invece, è quella di far sorgere una grandiosa residenza, con un parco da caccia che si estenda per decine e decine di chilometri quadrati, dove poter ricevere i potenti D’Europa. L’ordine del duca di Milano è chiaro: il maniero deve essere pronto in cinque anni, non di più. Non sono tempi proprio tranquilli questi. I primi sessant’anni del’**300** , infatti, sono pieni di guerre e guerricciole che sempre impegnano i signori della Lombardia e non solo. E in aggiunta a queste , le cronache riportano una rovinosa invasione di cavallette , nel **1364**. Le campagne sono devastate, i raccolti distrutti, la popolazione in ginocchio.

Ma non importa , la costruzione del castello va avanti lo stesso.

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E Galeazzo, nel **1365**, ci va ad abitare. Ancora oggi il Castello Visconteo è un vero e proprio gioiello. Non solo il fondatore, ma anche i suoi eredi organizzeranno feste sfarzose e battute di caccia. Ma alle sue grandi e luminose stanze dei piani alti, fanno da contraltare le cupe e orride prigioni dei sotterranei, nelle quali si consumano torture e uccisioni dei nemici di Galeazzo prima, e Giangaleazzo *(il figlio)* poi.

Resta nei libri di storia infatti, la quaresima dei Visconti. Ideata dallo stesso Galeazzo, consiste in una tortura ripetuta e *“calcolata” (nel senso di non far morire prima il prigioniero)* per quaranta giorni di fila. La severità, chiamiamola così, del primo proprietario del castello è nota. In una circostanza il duca fa impiccare nelle segrete più di sessanta mercenari, solo perché sono troppo lenti a eseguire un incombenza affidatagli. Sopra, nelle lussuose stanze,la vita , e che vita, sotto, nelle prigioni, la morte.

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Il **3 maggio del 1424**, quando a capo della dinastia c’è Filippo Maria Visconti, la città si veste a festa. Strada Nuova è un tripudio di colori, la gente si accalca lungo l’antico cardo romano su fino all’attuale viale XI Febbraio. C’è in visita papa Martino V. Naturalmente l’importante ospite non può non passare le sue giornate pavesi nel Castello Visconteo, già splendido di decorazioni, arredi raffinati, tesori di inestimabile valore, una ricchissima biblioteca che ancora oggi esiste.

Ma sotto? Cosa succede nei suoi sotterranei?

Ebbene ci sono solo prigionieri malconci in attesa del supplizio. Proprio qui, in un'ala a parte, l’ingegnere militare Filippino degli Organi studia e realizza varie macchine da guerra. Una zona dell’edificio viene adibita ad arsenale dove ogni giorno lavorano decine e decine di uomini, sotto la supervisione dello stesso Filippino.Si progetta, si prova, si fabbrica e si assembla come in una moderna fabbrica da cui escono pezzi di artiglieria che ben presto vengono richiesti in tutta Italia. Del resto le battaglie non mancano in questo periodo , e non solo nel Nord. Tutta la penisola è scossa da venti di guerra fra i vari signori che cercano di conquistarsi fette sempre maggiori di territorio. All’orizzonte si profila la costituzione di pochi Stati, ma sempre più saldi e ambiziosi: il Ducato di Savoia, le Repubbliche di Firenze e Venezia, lo Stato della Chiesa, il regno di Napoli. Tutti, oltre ad essere ciclicamente in conflitto tra loro, devono sempre poi fare i conti con re e imperatori stranieri che,come sempre, scendono in Italia per ribadire la loro sovranità sulla Penisola.

Filippo Maria Visconti, in questo panorama, prosegue la politica d’espansione di suo padre Giangaleazzo. Intanto , dai sotterranei del Castello Visconteo, escono i primi cannoni e grandi quantità di polvere da sparo, indispensabile per questi moderni tempi bellici.

Oggi, nell’ampio cortile all’interno del maniero, durante l’estate si organizzano concerti estivi e lungo il perimetro del porticato fanno bella mostra, capitelli, lapidi, iscrizioni soprattutto di epoca romana. Ma se si fa un salto indietro alla corte dei Visconti, si vedono uscire dai magazzini decine di bocche di fuoco o tormentum, come vengono ribattezzati in un primo momento i cannoni, detti anche vasi per la loro primitiva forma cilindrica. I primi pezzi sono in ferro battuto.

Gli armaioli pavesi perfezionano i cannoni costruendo in bronzo, Anche i proiettili in pietra vengono poco a poco sostituiti da palle di ferro, più potenti e più precise nella loro traiettoria. La laboriosità di Filippino degli Organi, e dei suoi successori in questo ruolo, procede di qualche secolo la fama dei maestri. Armaioli Italiani , conosciuti e apprezzati in tutto il mondo. Nei sotterranei del Castello si realizzano bocche di fuoco sempre più piccole e leggere: sono gli antenati dei moderni fucili.

Ma questo è anche un periodo di fermento culturale. I Visconti, vecchi padroni della città, e gli Sforza, i nuovi signori, non badano a spese per avere a corte preziosi manoscritti e intellettuali dell’epoca. Uno dei vanti di Pavia, ancora oggi, è la biblioteca dei Musei civici, che ha sede per l’appunto nel Castello.

A dare impulso alla sala dove vengono raccolti i volumi, è l’altro grande signore di Milano (e quindi Pavia) qualche anno più tardi: Ludovico Maria Sforza, detto Il Moro. Sotto di lui il Castello viene ulteriormente abbellito e decorato per essere degno delle feste del bel mondo di allora al quale partecipavano re, ambasciatori, vescovi e nobili. In questo periodo la biblioteca viene arricchita e rimodernata. Oggi, come allora e come tutti i castelli, è ancora visibile il ponte *(una volta levatoio, che tutte le sere veniva tirato su e riportato giù la mattina successiva.)*

C’è un episodio di cronaca nera, legato al passaggio sul fossato. E’ il **settembre 1372**, quando Isabella di Valois, nuora di Galeazzo Sforza, muore nel dare alla luce un figlio. Il funerale dell’infante, morto sette mesi dopo, si celebra il **3 aprile del 1337**.

Il ponte levatoio, sul quale passa il corteo funebre composto da cavalieri milanesi, pavesi, nobildonne, ricchi eredi di casate, cede sotto il peso dei presenti.

Oltre cento persone finiscono nelle acque, profonde per le piogge di quei giorni, e annegate senza poter essere soccorse. Nell’estate del **1398**, le cronache ci riportano un altro racconto di morte che ha come teatro il Castello. Un fedele funzionario di corte, Pasqualino Cappello, oggetto di false accuse, subisce uno dei supplizi più crudeli che la storia della città ricordi: viene imprigionato in una gabbia di legno appesa ad una torre del palazzo, avvolto nella pelle sanguinolenta di un bue appena squarciato e poi murato vivo in una parete , dove morirà soffocato e stritolato. Si dice che ancora oggi il suo corpo si trovi nella parte dell’edificio dove venne giustiziato.

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Pubblicato: 05 Settembre 2024

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![Quando un avvocato pavese tenne testa a Napoleone: la storia di Camillo Campari - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Quando_un_avvocato_pavese_tenne_testa_a_Napoleone/banner-min.jpg)

## [ Quando un avvocato pavese tenne testa a Napoleone: la storia di Camillo Campari ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/quando-un-avvocato-pavese-tenne-testa-a-napoleone-la-storia-di-camillo-campari)

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Dall’attuale frazione di fossarmato, a pochi chilometri dal centro storico, o dalle campagne poco oltre Borgo Ticino, centinaia di contadini si mettono in marcia verso le mura. Sono esasperati per le continue requisizioni dei loro già pochi averi. In più, proprietari terrieri fanno spargere ad arte la voce che i francesi sono stati sconfitti sul Mincio dalle truppe austriache e il loro ritorno a Pavia è imminente.

La città prende fuoco.

Uno dei capi della rivolta, Natale Barbieri fa irruzione al Broletto, dove c’è la sede del municipio, si impadronisce assieme ad altri facinorosi di fucili e sciabole. Scendono poi verso il fiume percorrendo Strada Nuova , mentre le file dei rivoltosi si ingrossano Giungono a Porta Ticino. Qui ci sono alcune sentinelle francesi, preoccupate nell’osservare dalle mura l’orda dei contadini che con forconi, roncole , bastoni e zappe arriva dall’altra parte della riva e si incammina sul ponte Coperto per entrare in città.

Barbieri e i suoi seguaci bloccano e disarmano le guardie. I contadini sono animati da Paolo Bianchi e Domenico Cappelli, rispettivamente il parroco e il vice parroco di Samperone *(l’attuale frazione di Certosa di Pavia)* si trovano la porta spalancata, entrano. Tutti insieme ripercorrono Strada Nuova e intravedono piazza del Duomo.

Le vie di Pavia sono alla mercé di bande di straccioni affamati , la maggior parte dei quali saccheggia i negozi per mangiare. Ma tanti altri inneggiano anche all’imperatore , di cui chiedono il ritorno , e urlano *“via le coccarde”* per mettere ben chiaro le loro preferenze.

La fiumana, da qualunque sentimento venga mossa, sradica l’albero della libertà innalzato dai giacobini pavesi e dai soldati francesi solo qualche giorno prima.

Sono soprattutto i contadini i più esagitati. I francesi trovati per le strade vengono circondati aggrediti, malmenati, e disarmati. La guarnigione esce dal Castello per reprimere la rivolta , ma vista la folla immensa, armata di falci e roncole, decide di tornare alla base e tirar su il ponte levatoio.

Allora inizia la caccia ai giacobini.

Chi non riesce a fuggire per tempo, viene preso, picchiato e rinchiuso nel palazzo del Broletto.

I soldati francesi catturati, invece finiscono all’ex seminario generale.

Ora che di nemici per le strade non ce ne sono più, qualcuno comincia a rivolgere uno sguardo torvo verso i palazzi dei repubblicani, o *“giacomini”* come qualche contadino li chiama. Come si è visto , la maggior parte dei nobili ha fatto togliere, giusto in tempo, stemmi e simboli araldici dai muri. Ma questo non basta. O meglio, non basterebbe, se sulla scena non si presentasse uno dei protagonisti più coraggiosi e degni della storia di Pavia: Camillo Campari.

Campari è un avvocato quarantenne , senza alcun incarico ufficiale , di cui poco o nulla si sa fino a quel momento, ma che di certo gode di grande prestigio. Infatti è proprio lui a convincere gli improvvisati capi della rivolta a evitare saccheggi e violenze sui prigionieri.

Intanto da Voghera, proprio in quelle ore, giunge un generale francese a capo di una guarnigione. Alexander Haquin è del tutto ignaro di quanto sta succedendo. Ha solo il tempo di insospettirsi quando non vede le sentinelle alle porte della città. Un attimo dopo è circondato , disarmato insieme ai suoi pochi soldati, e condotto come prigioniero insieme agli altri al palazzo comunale. E’ ancora Campari a intervenire per evitare guai peggiori all’ufficiale. Haquin viene sottratto alla folla e si rifugia, sempre grazie all’aiuto dell’avvocato pavese, in un palazzo privato al sicuro.

Intanto la rivolta per le strade raggiunge il culmine, con i rintocchi delle campane della Torre Civica, la cui porta è stata sfondata proprio per questo motivo. Anche il castello , dove qualche centinaio di soldati è rinserrato, viene circondato.

Forse addirittura viene sparato un colpo di un vecchio cannone, che lo stesso Barbieri ha predato a villa Barbiano da Belgioioso, un piccolo paese a una ventina di chilometri da Pavia. Al tuonar dell’arma , i francesi decidono di arrendersi.

E’ il **25 maggio del 1796** e tutti i soldati repubblicani sono ormai rinchiusi nell'attuale ex convento di Santa Chiara , in Via Langosco. La rivolta di Pavia, quando giunge la notizia ai comandi francesi impegnati in Veneto contro gli austriaci, ha l’effetto di una scossa. Si teme , e non a torto, che dalla città del Ticino possa dilagare una controrivoluzione che raggiunga, cosa ben più pericolosa , Milano.

Ancora una volta l’esercito francese affida l’arduo compito di riportare la calma al suo miglior generale, Napoleone Bonaparte. Egli stesso è convinto che, come avrebbe scritto poi nelle sue memorie, quella di Pavia poteva essere ***“la scintilla di un insurrezione italiana”***.

A tappe forzate , torna dunque verso la Lombardi. Le intenzioni delle truppe transalpine sono ben chiare sin da subito. Partendo da Milano, seguendo l’attuale strada provinciale dei Giovi , un’avanguardia guidata dal generale Jean Lannes giunge a Binasco che, su ordine dello stesso Napoleone, viene messo a ferro e fuoco.

Qualche ora dopo i francesi sono sotto le mura di Pavia. Qui c’è Bonaparte in persona a guidare le operazioni.

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Impossibile, ovviamente, che qualche migliaio di contadini male armati possano resistere di fronte alle truppe addestrate e guidate da uno dei più grandi strateghi che la storia militare ricordi.

I francesi fanno irruzione in città da Porta San Vito *(oggi Porta Milano, in viale XI febbraio)* e Borgaretto *(l’attuale Porta Cavour, in piazza Minerva)*, dopo un breve cannoneggiamento. Gli insorti vengono facilmente messi in fuga,i contadini presi a sciabolate e trucidati dai colpi di baionetta e dalle fucilate.

**Per le strade è una strage.**

Al numero civico 20 di viale Matteotti, sulla facciata di un’elegante palazzina, c’è una lapide che ricorda quei giorni.

Napoleone entra in città poco dopo la strage dei rivoltosi, e si stabilisce a palazzo Caccia, oggi palazzo Cattaneo. E’ in queste stanze che va in scena l’epico incontro.scontro fra il condottiero e il mite, Camillo Campari. Non si sa , racconta Milani, a che titolo si presenti davanti al generale l’avvocato pavese. Di sicuro, comunque, gode di grande prestigio in città.

Napoleone pensa a una punizione esemplare per Pavia. Campari si oppone. Si racconta che volano gli stracci, il generale dell’armata francese in Italia picchia i pugni sul tavolo. Ma Campari non si fa impressionare. Chiede , e ottiene, che Pavia venga risparmiata. Il coraggio e l’atteggiamento tranquillo dell’interlocutore alla fine prevalgono. Unica concessione , una razzia di sole 24 ore.

*“Pavia fu la sola città che abbandonai al saccheggio* – scriverà Napoleone nel memoriale di Sant’Elena – *Avevo promesso ai soldati un giorno di rappresaglia, ma appena ne furono passate tre ore e non potei resistere allo strazio dei cittadini e ordinai che cessasse. Avevo comunque con me 1200 uomini, ma le grida pietose della popolazione giunsero fino a me e vinsero il mio rigore.”*

Qualcosa , comunque, succede. L’ira dei militari colpisce botteghe e dimore di nobiltà e borghesia, vengono depredati gioielli e tutto quanto di prezioso si trova. Ci scappa anche un morto illustre. Padre Severino Capsoni, storico ed erudito pavese, viene raggiunto da una fucilata francese mentre è affacciato alla finestra di casa sua, nella via che oggi porta il suo nome.

Della Pavia in subbuglio di quei giorni , tra sciabolate , spari e duelli, esiste un’incisione di Emile Vernet, ospitata nei musei civici. Di quelle drammatiche ore resta, su tutti, la figura di Camillo Campari,senza il quale la città avrebbe avuto un destino ben più tragico.

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Pubblicato: 05 Settembre 2024

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Le teche dei musei civici , che si trovano nella sezione archeologica del Castello Visconteo, conservano ancora numerosi reperti ritrovati in diversi punti della città e possono aiutare a ricostruire momenti di vita domestica della casa patrizia del nostro antenato pavese, intento a discutere di qualche affare o di politica nel foro di piazza della Vittoria.

Egli è fra i pochi fortunati a risiedere lì. A raccontarlo è lo storico e studioso Pierluigi Tozzi. Dall’impianto urbano della Ticinum romana, come emerge dal testo di Tozzi, arriva la consapevolezza che la popolazione del ! secolo a.C. è di circa 13 mila persone e che gran parte di loro *“vivono nelle 60 o 70 grandi insulae quadrate che si sviluppano fra quelle che oggi si chiamano corso Carlo Alberto, Via Amalfi, via Capsoni, e fra piazza Botta e via Corridoni. Oppure poco più in là fra via dei liguri e via Pedotti”*.

E’ una tipica , seppur ricca, dimora romana quella dell’antenato di Ticinum.

Concepita come una sorta di fortino. Non ha finestre, se non piccole e rare, e poste sempre in alto.

Una casa sicuramente signorile , come doveva esserlo quella di **Cornelio Nepote**, ricco rampollo della nobiltà locale, letterato e storico vissuto a Ticinum nel I sec. A.C. Quasi certa è la sua nascita in questa città. Come ricorda Theodor Mommsen, il più grande storico classicista dello scorso secolo.

Assieme a lui Marco Tullio Cicerone annovera anche come originario della futura Pavia il filosofo epicureo Tito Catius.

La città, fuori dalle mura domestiche , è però tutt’altro che sicura . Ecco perché chi può, vive in una specie di fortezza.L’entrata è costruita da un alto portone in legno, con grossi battenti in bronzo. La pianta è classica , come tutti i palazzi delle classi benestanti. Un corridoio porta l’atrio, una sala rettangolare e ampia, colorata con affreschi vivaci e ben riscaldata, in inverno, da grossi bracieri. Al centro del soffitto, al posto di un pezzo di tetto, c’è una grande apertura quadrata. Da qui entrano luce e acqua, raccolta poi nell'impianto che la trasferisce in una cisterna sotterranea. Le pareti sono tutte decorate, con sgargianti colori giallo-ocra, rosso e azzurro. Ai lati della domus del Broletto si affacciano le stanze. Sono cubicula, camere da letto piccole e austere, senza finestre né arredamento, a parte un letto e un braciere. Completano la casa il tablinum, ovvero l’ufficio del padrone di casa dove vengono ricevuti i clienti.

Questa è la parte di rappresentanza.

Più avanti il peristilio, la parte più intima della domus, con il suo giardino circondato da un bellissimo colonnato di marmo. Una vera oasi di pace con fiori, erbe e addirittura alberi disposti in forma geometrica.

Tutti gli ambienti sono impreziositi da statue di bronzo e fontane.

Le antiche domus dei ricchi abitanti di Pavia romana ne dovevano essere piene, viste l’abbondanza di acqua del sottosuolo. E a questo proposito Hudson racconta che gli agrimensori della città romana riescono a sfruttare i due rami del torrente Carona non solo per finalità domestiche , ma anche difensive.

Ma se si torna alla casa del Dominus, ora impegnato nel foro, si possono osservare alcuni dettagli affascinanti. Gli scavi hanno portato alla luce i mosaici dei pavimenti, mostrando così che probabilmente l’area è occupata da complessi monumentali pubblici o da residenze di classi agiate.

Nei vari ambienti domestici, ci sono decine di schiavi, impegnati nelle mansioni più umili: pulizia, vigilanza, cucina. La domina, ovvero la moglie del ricco proprietario, non mette naso nelle vicende di casa.

Alcuni reperti trovati in corso Cavour, dove molto probabilmente sorgeva un’altra Domus , ed esposti ai Musei Civici, mostrano com'è la vita di tutti i giorni.

Coppe in terracotta,d’argento,spille e ciotole sono stati riportati alla luce e sembrano realizzati ieri. Ancora una volta, bisogna ringraziare il numismatico e collezionista Camillo Brambilla se nelle sale possiamo ammirare tanti oggetti quotidiani della vita di Ticinum: statuine di terracotta , brocca con bicchieri, anfore. E ancora, casseruole, pentole di rame usate per cucinare, coltelli e forchette e graticole, come quelle ritrovate nel **1929** a Pieve Porto Morone,paese a 25 chilometri da Pavia.

Cala la sera, sulla casa aristocratica del Broletto. Oggi piazza della Vittoria si riempie di avventori che raggiungono i numerosi bar che si affacciano sull’ampio spazio nel cuore di Pavia. Ma passeggiando per il foro , oltre duemila anni fa, si sarebbero visti i ricchi proprietari delle case patrizie di Ticinum tornare in tempo per prepararsi a ricevere amici e clienti nella propria dimora. La città si svuota, con le tenebre diventa pericoloso inoltrarsi negli stretti vicoli delle insule se non scortati da robusti schiavi armati che però solo i più ricchi possono permettersi.

Alla sera non è infrequente organizzare banchetti sontuosi a cui partecipano gli aristocratici della città. Nelle sale dei Musei civici possono ancora vedere gli oggetti che la Domina di Piazza Vittoria. Se si passeggia per l’attuale via Comi, si sta andando dritti dritti verso un altro luogo fondamentale per la vita degli abitanti di Ticinum.

Da quella che oggi è via Strada Nuova ,e che come si è visto duemila anni fa era il cardo massimo, si scende per via Garibaldi. Stretta e viva, piena di negozi, ristorantini etnici e gente che la percorre in entrambe le direzioni calpestando le grosse pietre grigie e squadrate , si arriva alla prima strada che la incrocia perpendicolarmente, secondo il rigido schema urbanistico latino. E’ un tratto ancora più stretto.

Oggi le auto che la percorrono, sbucano prudentemente per immettersi su Corso Garibaldi. Due millenni fa, un agiato proprietario della domus del Broletto ci sarebbe arrivato su una lettiga, facendosi largo tra la folla. Ad attenderlo,proprio qui, ci sono le terme.

Ancora una volta è la chiesa di San Tommaso a fornire una preziosa testimonianza. Quasi certamente siamo nella zona termale della città antica.Il che potrebbe trovare puntuale conferma se potessimo interpretare come terme a carattere pubblico, l’edificio con grande aula poli absidata venuto alla luce nel **1895** sotto la Chiesa di San Tommaso. Un’ ipotesi avanzata già nei documenti ottocenteschi redatti dai militari che avevano trasformato Palazzo San Tommaso in caserma. La conferma arriva dal professor Maurizio Harari, direttore del museo di archeologia dell’università, secondo cui *“è probabile l’ipotesi che si possa trattare delle terme. La fascia del ritrovamento in san Tommaso è di proporzioni limitate mentre l’area archeologicamente interessante dovrebbe essere sotto il chiostro della Chiesa della Mostiola”*. Nel **2013** , dopo la scoperta dei resti, la Soprintendenza per i beni archeologici della Lombardia ha fermato i lavori in corso per la realizzazione della biblioteca unificata del settore umanistico dell’università per eseguire studi più approfonditi. &lt;pochissimi a dire la verità, i cenni al posizionamento dell’anfiteatro, che pure nella Pavia romana deve esistere. Lo storico inglese Donald Bullough, nel suo ***“Late and early medieval Pavia: topography and social change”***, suggerisce il posto: fra le attuali via Porta e via Volta , la modesta inclinazione del terreno e l’ampiezza dello spazio, lasciano pensare che questo fosse proprio il posto ideale per un anfiteatro.

Ritrovamenti a favore di questa tesi sono emersi nel **1895**

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La scossa che pervade tutta Italia dopo il **25 luglio 1943** colpisce anche la sonnacchiosa Pavia, che fino ad allora aveva sopportato il duro regime fascista senza grossi sussulti.

La notizia della crisi del partito dopo la caduta di Mussolini si propaga dal suo cuore politico, quella sede di Tre Re che con pugno di ferro ha dominato la città.

Nei confronti di chi al fascismo volta le spalle nel momento di difficoltà, scatta la voglia di vendetta. Si fanno liste, più o meno pubbliche di *“traditori”*. Che sono molti di più di quelli che si pensa in un primo momento. Fra questi c’è Mario Schiapparoli, classe **1897**. Giulio Guderzo, nella sua opera *“L ‘altra guerra”*, lo descrive come squadrista della prima ora e direttore del Consiglio provinciale delle corporazioni. Il mattino del **26 luglio**, di fronte al Demetrio, si toglie il distintivo del partito fascista in maniera plateale lanciandolo a terra.

Questo gesto gli procura una ritorsione ugualmente plateale. Qualche ora dopo, in Corso Vittorio Emanuele *(oggi Strada Nuova)* Edoardo Baldi, fedelissimo delle camicie nere , nauseato del gesto di Schiapparoli, lo schiaffeggia davanti a tutti dopo averlo incontrato casualmente sulla pubblica via.

Ma la situazione peggiora ancora dopo **l’8 settembre**. Le forze militari presenti nelle caserme si sbriciolano.

La città è come sospesa. Qualcuno accenna a festeggiare in Strada Nuova, in piazza della Vittoria e corso Cavour. Ma sono manifestazioni sporadiche. La maggior parte dei cittadini sta con le orecchie incollate alla radio. E la radio dice che la guerra continua.

L’esercito si disgrega. Le caserme vengono abbandonate. Inizia il saccheggio. Tutto quello può essere portato via, prende il volo. L’iniziale gioia per la caduta del duce lascia il posto , ben presto, all’incertezza e alla paura.

I primi a riscuotersi dal torpore, sono, ancora una volta , gli universitari. Il **9 settembre 1943**, in via Menocchio, nella sede del vescovado, si svolge un incontro tra studenti laici e cattolici. L’obiettivo su cosa fare è chiaro sin dall’inizio: scrivere un manifesto in cui si esorti a stringere le fila *“contro l’odiato nemico secolare”*, ossia i nazisti ormai alle porte della città. Viene trascritto a grandi caratteri e appeso presso il portone dell’ateneo. Un pietoso custode, avendo annusato il peggio, provvede a rimuoverlo nella notte.

E, infatti, i tedeschi non tardano ad arrivare. Il **10 settembre**, senza un colpo di fucile, viene firmata la resa da un colonnello e le odiate truppe naziste entrano a Pavia.

Sembra un remake di quasi cent’anni prima, con l’arrivo delle truppe austriache, Strada Nuova è di nuovo invasa dai soldati stranieri.

C’è però, chi tenta una disperata resistenza di fronte alle truppe nemiche. Un gruppo di soldati italiani cerca di fermare i nazisti nell’attuale viale della Resistenza. Ma non si sono accorti che dietro la timida *(in apparenza)* avanguardia germanica c’è la temibile II divisione SS Panzer. Il comando è già saldamente installato fuori città, a Fossarmato, per precauzione. I pochi militari di quello che rimane dell’esercito italiano devono battere in ritirata. Inizia il dramma dei soldati pavesi e non solo . Chi è arruolato sarà presto costretto a prendere una decisione: consegnarsi ai tedeschi, o rispondere ai bandi di chiamata del nuovo esercito della neonata Repubblica sociale italiana, a capo della quale i tedeschi – ormai padroni del Nord Italia – hanno messo Mussolini liberato dalla prigione del Gran Sasso.

Ai primi di ottobre, si forma la Federazione dei fasci repubblicani, la cui sede è al Broletto.

La provincia pavese viene soppressa. Al suo posto, esce il popolo repubblicano. La città di fronte a una nuova terribile minaccia : quella del nazi-fascismo. Non ci sono solo smarrimento e paura, però. Si crea quasi subito un comitato antifascista che raccoglie personalità di varie tendenze e viene costituendosi il primo comitato liberazione, affiancato da un comitato militare.

Una delle sedi è proprio in centro al bar Cerere in piazza della Posta. I primi a farne parte furono Angelo Balconi , Enrico Magenes, Ferruccio Belli, Lorenzo Alberti. Iniziano anche i primi arresti. In seguito ai bandi fascisti di arruolamento, buona parte dei giovani si dà infatti alla macchia. Soprattutto nelle campagne Insieme a loro, si nascondono anche parecchi prigionieri inglesi. Due di loro vengono catturati il 3 Dicembre a Travacò Siccomario , a dieci chilometri da Pavia. Una relazione del comando nazi-fascista precisa che il padrone di casa, Oreste Colombo, *“Aveva fornito loro ricovero, vitto e alloggio”.*

Sempre a pochi chilometri da Pavia, nel Comune di Lardirago, vengono eseguiti altri arresti. Nei locali del panificio di Felice Anfossi vengono catturati sei inglesi. Il proprietario, nell’interrogatorio condotto a Pavia presso il comando delle VII Legione Gnr, alla caserma Menabrea di Pavia, ammette di aver ospitato e sfamato quei soldati per circa otto giorni. La sua posizione è aggravata dal ritrovamento di armi e munizioni destinate ai ribelli. La repressione è sempre più pesante.

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Pubblicato: 31 Agosto 2024

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Crederebbe mai qualcuno ,oggi, che c’è stato un tempo in cui l’attuale Borgo Ticino, con le sue case colorate che si affacciano sul fiume e i suoi campi appena dietro, via Menocchio, con l’austera sede dell’arcivescovado, l’elegante corso Garibaldi, , la trafficata di via del Tribunale, o la caotica piazza della Vittoria, in un periodo dell’anno, si riempissero di simboli fallici appesi ai rami degli alberi a cui tutte le fanciulle – anche di buona famiglia – correvano incontro con delle aste, percuotendo per farli cadere?

Bisogna fare un piccolo salto indietro nel tempo, solo di qualche anno. E’ il **1356**. Galeazzo Visconti, che nei dieci anni successivi costruirà il Castello e riporterà in auge Pavia, cinge d’assedio la città con 40 mila soldati.

La situazione dell’ex capitale dei Longobardi ha toccato il fondo. Dal decennio precedente, è saldamente in mano a una nobile famiglia pavese, quella dei Beccaria. Sotto di loro, Pavia è piena di decadenza. Mantiene, però, un aspetto accogliente e addirittura godereccio, difficile da immaginare oggi. I vicoli sono pieni di prostitute, regine incontrastate del piacere libertino che richiama all’interno delle sue mura giovani *( e non solo)* delle vicine città. A loro si deve , pare, l’invenzione di questa festa vagamente pagana che proprio a Pavia prende piede. I *“frutti”*,cioè i simboli fallici, vengono poi raccolti e, tra lo schiamazzo generale, viene dichiarata vincitrice la donna che riesce a collezionarne il maggior numero. Anche i gentiluomini e le nobildonne non si sottraggono al gioco.

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*Galeazzo Visconti*

E’ in questo clima di rilassatezza dei costumi che Galeazzo Visconti, signore di Milano con mire sulla vicina Pavia, si presenta nella primavera del **1356.**

La campagna attorno alla città è una conquista facile , tanto che lo stesso duca si pone in testa alle truppe. Ma l’antica Ticinum, come spesso nei casi in cui viene cinta d’assedio, si chiude e resiste . Galeazzo , tutt’altro avvezzo a guerre lunghe e faticose , preferendo a queste i lussi della sua corte , se ne torna a Milano dopo 15 giorni di inutili tentativi. I suoi uomini, allora, costruiscono dei fossi e terrapieni nell’attuale fiume Gravellone , corso d’acqua che corre ancora oggi appena fuori Pavia, nella zona di San Lanfranco, e altri di fronte all’attuale Porta Milano.

A guidare i pavesi di fronte all’ennesimo invasore, non sono però i beccaria. E’ un frate agostiniano, Jacopo Bossolaro. E’ nato a Pavia nel **1320**, dopo gli studi ad Alessandria, torna nella sua città natale e insegna nelle scuole annesse al convento di San Pietro in Ciel D’oro.

Già negli anni precedenti, il frate flagella nelle sue prediche i concittadini, troppo dediti ai piaceri della tavola, del vino e della carne. Ma quando la città è in pericolo, non esita a porsi a capo della resistenza. Dal pulpito, ora, non li rimprovera più: li arringa.

Nei lunghi e vibranti sermoni, richiama alla memoria Roma antica, di cui è appassionato studioso. La sua eloquenza trascina i pavesi e in nome della loro antica fierezza, li incita alla difesa delle mura contro l’invasione milanese.

Il mite fraticello si trasforma in un irruente tribuno.

I Visconti, alla fine si ritirano. Jacopo Bossolaro è il nuovo eroe della città. E cosa c’è di meglio di un’ inattesa celebrità e dell’umana tentazione di approfittarne? Così fa.

Bersaglio delle sue invettive, questa volta sono gli stessi potenti signori della città, cioè i Beccaria. Con prediche infuocate , li accusa di sfruttamento e corruzione. Lo storico Mino Milani nota che l’oggetto dei discorsi non è il modo in cui la famiglia di è arricchita. Che i Beccaria abbiano costruito la propria fortuna con ruberie e prevaricazioni non impressiona più di tanto l’uomo pavese. Questo è il metodo usato da tutte le casate, e loro non fanno eccezione.

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Bossolaro non li mette alla gogna per questo.

Da profondo conoscitore dell’animo umano e grande oratore quale , tocca le corde che più sa possono far infuriare il popolo. L’ accusa nei confronti dei Beccaria è infatti quella di aver speculato sul prezzo del grano e aver affamato il popolo che, baccanali a parte, non se la passa granché bene. Almeno la plebe, s’intende.

Infatti sono i ceti più umili che insorgono e cacciano i signori che fino a quel momento hanno retto le sorti di Pavia.

L’ondata di violenza che ne deriva è devastante. La gente inferocita prende d’assalto case e proprietà dei Beccaria. Fiorello Beccaria, ha una dimora nella zona di Porta Laudense. Un suo congiunto, a Porta Palazzo. Ma come tutti i ricchi e potenti che si rispettino, la maggior parte delle residenze si affaccia sull’attuale piazza della Vittoria.

E come consuetudine dei pavesi, già mostrata con la distruzione di Palazzo reale, non una pietra resta in piedi.

I tiranni sono cacciati, annuncia il frate. Che, poco dopo, riforma la magistratura pavese e nomina ventidue centurioni fra i più meritevoli durante la rivolta, nelle diverse contrade, cioè quartieri, in cui ancora oggi è suddivisa la città vecchia. A questi si affiancano addirittura i decurioni con il compito di dirigere la vita cittadina e rappresentare la neonata repubblica.

In pratica, nasce una milizia armata agli ordini di Jacopo Bossolaro.

Non domo, crea tribuni della plebe. Insomma, tutto a immagine e somiglianza dell’antica repubblica romana. Inevitabile il richiamo all’azione, fra l ‘altro quasi contemporaneamente , del tribuno romano Cola di Rienzo.

Lo scrittore Pietro Azario, che vive in questo periodo, e forse conosce di persona il frate pavese, racconta espressamente i continui richiami agli antichi Romani, soprattutto alle virtù della Repubblica. La sua è una lotta anacronistica, contro i costumi rilassati e la mollezza che i suoi concittadini hanno ormai fatto loro da qualche decennio.

Ma i vecchi signori della città meditano vendetta, tentando una rappresaglia. La risposta di Bossolaro è spietata. Chi in città trama per il ritorno dei Beccaria , o li appoggia più o meno apertamente, viene braccato e ucciso. Davanti al palazzo del Broletto già sede del Comune, e che ancora oggi si affaccia in piazza della Vittoria, dodici *“partigiani”* vengono trucidati, tramite decapitazione.

Ma i vecchi signori della città meditano vendetta, tentando una rappresaglia. La risposta di Bossolaro è spietata. Chi in città trama per il ritorno dei Beccaria, o li appoggia più o meno apertamente, viene braccato e ucciso. Davanti al palazzo appoggia più o meno apertamente , viene braccato e ucciso. Davanti al palazzo del Broletto , già sede del Comune, e che ancora oggi si affaccia in piazza della Vittoria, dodici “partigiani” vengono trucidati, tramite decapitazione. Una lezione, molto probabilmente, esemplare che funge anche da ammonimento. Fonti dell’epoca parlano di avvocati e giudici, fra i condannati. Jacopo Bossolaro è il padrone assoluto della città.

Un disegno a penna di Pasquale Massacra, pittore pavese vissuto nell’ **800**, rappresenta il culmine del successo del frate. Nell’opera *( conservata ai Musei Civici )*, alcune donne fanno offerte al nuovo padrone della città.

Ma il potere di Bossolaro è destinato a finire.

A porre fine alla dominazione del frate, sono i visconti, che nel **1359** tornano a Pavia e la cingono in assedio. Questa volta però fanno sul serio. Galeazzo è spietato . Da secoli Pavia non subisce un assedio così duro. Bossolaro riprova il miracolo che già una volta gli è riuscito. Raccoglie fondi per la resistenza , esorta a ogni tipo di sacrificio , percorre infaticabile le vie della città incitando i suoi concittadini a combattere.

Il frate , come sempre, si mostra determinato e spietato.

Quando il cibo è praticamente finito , espelle dalla città donne, vecchi e bambini. O chi non può combattere.Le razioni servono solo a chi può ancora imbracciare un’arma. Ma non basta. Alla fine anche il poco pane rimasto finisce. Si dà allora la caccia ai cani. La loro carne viene venduta a prezzi salatissimi al “mercato nero” nei vicoli della città.

Il **13 novembre del 1359**, alle ore 19, anche l’irriducibile frate deve arrendersi.

Il 15, le truppe milanesi al comando di Protasio dei Caimmi fanno il loro ingresso dall’attuale Porta Milano. E’ la fine della repubblica pavese.

Ma si sbaglia chi si immagina una fine anche per Il Cola di Rienzo nato in riva al Ticino. Galeazzo Visconti, riconoscendo comunque la capacità del frate abbagliato dalla sua personalità, lo risparmia.

Viene comunque arrestato. Passa 14 anni in un carcere di Vercelli, dove esce nel **1373**. Va in esilio Ad Avignone , dove lavora per papa Gregorio XI. Dopo una vita a dir poco avventurosa, muore ad Ischia, dove si era recato negli ultimi anni della sua vita, il 16 agosto del **1380.**

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