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![Le Torri Medioevali e il crollo del 1989 - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Le_Torri_Medioevali_e_il_crollo_del_1989/Banner.jpg)

## [ Le Torri Medioevali e il crollo del 1989 ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/le-torri-medioevali-e-il-crollo-del-1989)

LE TORRI MEDIOEVALI E IL CROLLO DEL 1989

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E’ in pieno periodo medievale, che Pavia torna sulla bocca di tutti grazie alle se torri. All’interno della Chiesa di San Teodoro, c’è un affresco risalente al **1525**, che è ancora l’unica rappresentazione della città di quel periodo, in cui spiccano le numerosissime torri. Cento , raccontano gli storici dei periodi successivi.

Attorno al **1220** ci sono ben **96** chiese. Dall’esterno, Pavia appare rossastra, chiusa dai suoi bastioni e irta di torri. Anche se molte di esse ora sono isolate dal contesto originario, come le tre costruzioni dell’attuale piazza Leonardo Da Vinci, è ancora possibile comprendere la loro relazione con le circostanti abitazioni medievali presenti nelle vie centrali della città.

Ne restano circa sessanta, di cui solo sei ancora integre, mentre le altre sono state ribassate e inglobate negli edifici adiacenti.

Si può ancora notare lo stile romanico che le contraddistingue, guardandole da vicino, o ammirando da lontano.Le torri pavesi sorgono quasi tutte nel **XII secolo**, all’epoca della civiltà comunale, quando la competizione tra le famiglie più potenti della città è molto accesa. Le due torri dell’Università *(proprio dietro l’attuale sede dell’ateneo)* e quella del Maino *(inglobata un tempo nel muro di cinta dell’omonimo palazzo)* sono a pianta quadrata, di altezza tra i 40 e 50 metri e hanno mura molto spesse alla base che si restringono progressivamente procedendo in altezza. Nello spessore murario, si sviluppò una scala interna che allora proseguiva esternamente, costruita in legno, nella parte più alta dell’edificio. La funzione delle torri è di pura rappresentanza. Sorgono solitamente sull’angolo del palazzo di famiglia con il quale sono raccordate da aperture poste generalmente all’altezza del primo piano.

Gli antenati di queste costruzioni architettoniche uniche nel loro genere vengono esaltate anche da Francesco Petrarca che scrive *“Pavia svetta verso le nubi con una fitta trama di torri”*.

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*Francesco Petrarca*

Gira anche una leggenda, a proposito di queste alte e robuste costruzioni. Si racconta che un tempo esistesse una donna, una strega, che abitava in una baracca sulla riva del Ticino, nascosta dagli alberi che in quel tempo infestavano le sponde del fiume. La donna usciva solo di notte per andare alla ricerca di erbe e radici con le quali confezionava gli infusi di felicità. Vecchia e brutta, zoppa e strabica, la sua vista produceva un senso di paura, eppure qualcuno andava a cercarla. Donne o ragazze che si recavano da lei perché insegnava loro il sistema per mantenersi giovani o per trovare un marito, oppure erano giovani uomini poco intraprendenti che le si rivolgevano perché li aiutasse ad accendere il cuore di qualche ragazza ritrosa. In questi casi la vecchia strega vendeva i propri infusi. Ogni tanto, però, arrivava anche qualche pavese di alto rango, il quale chiedeva consigli per diventare sempre più potente per dominare la città. E la risposta era sempre la stessa : chi vicino o incorporata nella propria casa avesse costruito la torre più alta avrebbe preso il dominio di Pavia. Ecco perché si riempie di questi grattacieli ante litteram e da allora prende il nome di *“città dalle cento torri”.*

Ma bisogna tornare alla storia. Il comune di Pavia, non vuole essere da meno in questa sorta di gara. E nel **1060** ne costruisce una monumentale, la più massiccia di tutte : è la Torre Civica. Viene eretta proprio vicino al Duomo e raggiunge i 78 metri di altezza.

Questa volta bisogna fare un salto in avanti e arrivare ai giorni nostri. Sono le 8.55 del mattino del 17 marzo del **1989**. Dopo oltre mille anni di vita, la torre crolla rovinosamente, sgretolando ottomila metri cubi di mattoni, sabbia e granito . L’incidente, le cui cause non sono mai state chiarite, provoca quattro morti e 15 feriti.

Ancora oggi una lapide , davanti ai resti in rovina dell’edificio mai più ricostruito, ricorda quella tragedia.

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 26 Agosto 2024

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![La quercia del Maresciallo Radetzky - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/La%20quercia%20del%20Maresciallo%20Radetzky/Banner.jpg)

## [ La quercia del Maresciallo Radetzky ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-quercia-del-maresciallo-radetzky)

La quercia del maresciallo Radetzky

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Oggi le targhe che ricordano i soggiorni dei maggiori protagonisti del Risorgimento fanno bella mostra sui muri di case e palazzi. Ma negli anni caldi fra il 1848 e il **1850** l’arrivo degli uomini che avrebbero fatto la storia dell’unità d’Italia era avvolto dal massimo riserbo.

Ci sono però delle eccezioni. Al civico 1 di quella che oggi porta il suo nome, arriva ospite di alcuni amici, annunciato della Gazzetta di Pavia, l'avvocato Giuseppe Mazzini”. Emaciato, con un filo di barba, ombroso e appassionato allo stesso tempo, il fondatore della *"Giovine Italia”* si ferma giusto un paio di giorni , di ritorno da Milano, protagonista della cacciata degli austriaci. Ancora una volta, bisogna proprio alzare la testa in su per accorgersi della lapide a ricordo del breve soggiorno, fissata al muro fra due cancellate, in quella che oggi è appunto corso Mazzini. La medesima targa, infatti, *“ospite di amici pavesi”* Mazzini si ferma giusto un paio di giorni alla fine di aprile. Non dice chi lo ospita e perché: si sa solo che sta tornando, per l’appunto, dal capoluogo lombardo dopo le cinque giornate.

Lo si può solo immaginare mentre in città incontra fugacemente qualche seguace. Poi riparte a bordo di un calesse non prima però di essere stato omaggiato dalla nuova municipalità. Era ed è , pur sempre, il simbolo della causa italiana.

Lasciandosi alle spalle la targa in ricordo di Mazzini, si va alla ricerca della presenza di un’altra icona della storia patria: Giuseppe Garibaldi. E’ già l’eroe dei due Mondi quando, camicia rossa sotto il poncho, sguardo fiero e profondo, entra in città senza problemi, due mesi dopo Mazzini. E’ rientrato dall’Uruguay il **21 giugno** e un mese dopo giunge in città per venire a trovare un suo giovane commilitone con il quale ha combattuto proprio laggiù: Gaetano Sacchi.

Garibaldi , in questo periodo, è sconosciuto ai più. Almeno al popolo, quello che solo qualche anno dopo lo accoglierà come una star ovunque vada. Gli amministratori però. Sanno bene chi è .Quello di cui non sono al corrente è la sua improvvisata. Perché di quello si tratta. La prima notte, il generale la passa infatti a chiacchierare in tutta tranquillità con il suo commilitone, in una casa Contrada dell’Acqua *( il tratto più basso dell’attuale via Volta)*. Non c’è nulla che ricordi , in questo caso il suo passaggio. C’è invece una lapide che ricorda la sua seconda notte passata a Pavia.

Bisogna tornare indietro, allora, verso Strada Nuova. E dirigersi quasi di fronte al Fraschini. Fermandosi davanti a questo palazzo, si torna a quel lontano **19 luglio 1848**. Al mattino gli amministratori vengono a sapere della sua presenza e stavolta non si lasciano cogliere di sorpresa. Preparano un comitato di accoglienza con tutti gli onori. Verso sera, lo si vede varcare il portone del palazzo del podestà Carlo Cairoli, padre dei futuri eroi risorgimentali. La targa, ancora oggi affissa, ricorda questo momento.

A Pavia sarebbe tornato ancora una volta una decina di anni più tardi, nell’aprile del **1862**, questa volta fra due ali di folla osannante, carico di gloria e celebre in tutto il mondo. E sarà ancora casa Cairoli ad accoglierlo. Ma non bisogna precorrere troppo i tempi. Perché la controrivoluzione è già alle porte.

E gli austriaci puntano tutto sul loro generalissimo: il maresciallo Radetzky.

Dopo la sconfitta di Milano, le truppe asburgiche si ritirano nel famoso Quadrilatero, fra Peschiera, Verona, Legnago e Mantova. Unico cruccio per lo stratega austriaco, pare, sia la rinuncia agli gnocchi, tipico piatto meneghino, di cui è ghiottissimo. Ma c’è ancora tempo prima della controffensiva.

A Pavia,in superficie la città respira la prima libertà dall’oppressore, ma sotto covano rancori e si preparano rese dei conti come sempre solo in apparenza mascherate da motivi politici. Personali rivincite e vendette private si sprecano. Appare, subito dopo la partenza degli austriaci, un elenco, ovviamente anonimo, di spie prezzolate all’ufficio della polizia negli ultimi mesi del **1847** e successivo **1848**, come racconta Mino Milani nella sua opera.

Si fanno una cinquantina di nomi annota Giacomo Franchi, nel suo libro *“Pavia che fu”*. Fra i nomi c’è anche quello di Carlo Morazzoni maestro di scuola, che fra i suoi allievi avrà anche Pasquale Massacra, altro tragico protagonista di questo turbolento periodo, come si vedrà fra poco.

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Viene arrestato e rinchiuso in un’improvvisata prigione all’università. Disperato ,l’uomo si tagli le vene con un temperino. Morirà dissanguato.

C’è anche un’altra vittima di questa epurazione. E’ un artista,lui. Si chiama Siro Carati ed è piuttosto noto in città per i suoi versi scritti in dialetto. Viene accusato di essere una spia austriaca ma probabilmente è del tutto in buona fede, come scrive Milani Un filo-austriaco come tanti altri. Del resto la sua colpa è di non averlo mai nascosto. Sconvolto per essere finito sulla lista nera, il **3 aprile** raggiunge il baluardo di Porta Nuova, sul Ticino. E da lì si getta nelle acque gelide del fiume.

La guerra, intanto, non procede bene, per le truppe piemontesi. Alle battaglie partecipa anche il III battaglione di Garibaldi, detto dei *“bersaglieri pavesi”* perché composto da studenti e formato proprio dall’amico Sacchi. Il gruppo ha comunque il suo battesimo di fuoco.

*“I pavesi – scriverà Garibaldi nelle sue “Memorie” – caricavano con l’intrepidezza di vecchi soldati. Era il primo combattimento e , ad onta che vari di loro cadessero, giunsero a baionetta gli austriaci che, stupitidal loro valore, colsero alla fuga”.*

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*Giuseppe Garibaldi*

A Custoza però Radetzky chiude da par suo la partita.Il **26 luglio** il generale Salasco firma l’armistizio. Il 4 agosto del **1848** le truppe austriache si ripresentano, per l’ennesima volta,a Pavia. Più di settemila soldati entrano da Porta Stroppa, dove oggi c’è piazza Emanuele Filiberto. La città è silenziosa.

Molti se ne sono andati, cercando rifugio nelle campagne. Con il ritorno dei soldati asburgici. Pavia ripiomba nel clima di insofferenza e odio contro l’invasore.

Si torna a passeggiare nell’odierno corso Garibaldi. Oggi ci sono tanti locali alla moda, tra ristoranti e bar. Il **15 ottobre del ’48**, è la zona delle osterie. Uno dei primi provvedimenti è la chiusura anticipata delle locande. Parte la protesta. Restano sul selciato ,dopo una breve rissa con soldati, due giovani. A metà novembre viene arrestato, fra lo sbigottimento generale, Giovanni Morosi, detto Gingin, conosciuto venditore di formaggi. L’accusa è di attività anti-austriaca.

Viene fucilato qualche giorno dopo. Il regime, ormai, è in odio a ogni classe sociale. E’ ancora il teatro Fraschini il protagonista della protesta più eclatante. Nel Capodanno fra il ’**48** e il ’**49**, va in scena, anziché la rappresentazione prevista, uno sciopero di pubblico e degli artisti.

Il governatore austriaco, allora , impone con la forza tre spettacoli per le settimane successive. Ma di pubblico, nonostante le minacce, neppure l’ombra, a parte i soldati.

La guerra non è ancora finita. Sta andando verso Novara, dove i piemontesi stanno organizzando la riscossa. Il maresciallo Radetzky, si ferma a Parasacco, poco fuori Pavia, per riposarsi,sotto una gigantesca quercia, dove secondo la tradizione si siede: qui viene omaggiato da alcuni contadini, impauriti, o prudentemente fedeli alla tradizione di riverire i potenti.

Bisogna riprendere il cammino per vivere questo ennesimo episodio di sangue, legato alla dominazione asburgica. Ci si ferma all’angolo di quella che oggi è via Foscolo, incrocio con Corso Garibaldi. Il **16 Marzo** del **1849** queste strade si chiamavano via Borgo Oleario e Santa Giustina. Qui c’è una delle trattorie più famose di Pavia, L’osteria della Madonnina *( un locale c’è stato fino a qualche anno fa)*, gestita da Carlo Carcano. All’ interno, c’è il pittore Pasquale Massacra. Oltre che essere un noto artista, è anche un fervente patriota.

Seduto al tavolo c’è anche il soldato Antonio Antoniotti, arruolato con l’esercito austriaco. Massacra gli prospetta la possibilità di disertare e si propone di aiutarlo nella fuga verso il Piemonte. Il militare finge di essere interessato alla proposta e gli dà appuntamento per la sera successiva. Ma insieme a lui si presentano altri due militari. Massacra capisce all’istante. E’una trappola. Non c’è via di fuga, così estrae il coltello e colpisce a morte Antoniotti e uno dei due soldati. L’altro, però, gli affonda la baionetta nel ventre. Massacra ferito, riesce a fuggire. Imbocca Contrada del collegio Borromeo e si rifugia da un amico, al civico numero 6. Qui , abita un notaio, Giuseppe Vittadini. Ma riesce appena a bussare alla porta. Il pittore crolla a terra in un lago di sangue. Intanto giunge una pattuglia che, nonostante sia in fin di vita, vuole trasportarlo in caserma. Ma non ce la faranno. Massacra morirà nell’androne di questa casa.

Le immagini vivide di questo dramma sono state immortalate da Carlo Sara,in un dipinto ancora oggi custodito ai Musei Civici, nella sala del Risorgimento.

Negli anni che seguono, il gioco austriaco si fa via via più pesante. Ma i pavesi non arretrano di un passo. Una nuova protesta va in scena al Fraschini nel **1851**, a pochi anni di distanza dalla prima. In questo caso, però è ancora più clamorosa. All’ingresso del generale austriaco Ferencz Gyulai, gli spettatori si alzano e se ne vanno. Poco prima era stato accolto da una salva di fischi in Strada Nuova. La tensione si taglia a fette , l’ostilità fra i cittadini e gli occupanti rimane alta.

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*Ferencz Gyulai*

Oggi si può tranquillamente fare una passeggiata in Borgo Ticino, sedendosi su una panchina a rimirare le acque placide del fiume. Ma, negli anni dell’occupazione, l’Austria vieta severamente anche questo. Poco più in là c’è il confine con il Piemonte.

I Pavesi, per nulla intimiditi dall’ormai perenne stato d’assedio, quando se ne presenta l’occasione ci provano. Un nuovo tentativo di insurrezione scoppiò il 6 febbraio del **1853**. Si organizza un assalto al Castello, dove si trova il grosso della guarnigione asburgica. Ma l’organizzazione fallisce miseramente. All’appuntamento non si presenta quasi nessuno. La misera folla è dispersa in poco tempo. Seguono i soliti arresti, processi, condanne. La repressione austriaca è severissima. La città rimane sotto il tallone straniero che continua a optare per le maniere forti.

Ma ancora una volta saranno gli avvenimenti esterni a causare una sterzata decisiva nella vita dei pavesi.

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Scritto da Redazione

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Pubblicato: 24 Agosto 2024

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Strada Nuova è il cuore commerciale dell’attuale Pavia. La lunga via che parte da piazza Italia e arriva giù, fino a Ticino, è da sempre il luogo delle vetrine più prestigiose, dei negozi più appariscenti, dei bar più chic della città. Da qui parte l’epicentro di un terremoto religioso che nel primo decennio del Cinquecento, nella cattolicissima e ortodossa Pavia, lascia il segno.

Probabilmente Francesco Calvi, tipografo milanese e proprietario di una libreria proprio in Strada Nuova , quando mette in vendita un libretto scritto solo due anni prima da un sacerdote tedesco, Martin Lutero, non può immaginare quali saranno le conseguenze. Ci si sposta in Germania per seguire l’inizio di questa vicenda. Il teologo Martin Lutero nel **1517**, affligge sulla porta della Chiesa di Wittenberg, com’è l’uso del tempo, 95 tesi in latino riguardanti il valore e l’efficacia delle indulgenze e soprattutto il loro *“mercato”*. Nel **1517** papa Leone X, volendo ricostruire la Basilica di S. Pietro a Roma,e non disponendo di denaro sufficiente per farlo, aveva di fatto avviato un vero e proprio commercio di perdoni e pentimenti per finanziare l’opera. Un approccio contestato fortemente dal religioso tedesco, che aveva iniziato un braccio di ferro contro le gerarchie ecclesiastiche, dando avvio a quello che passerà alla storia come riforma protestante.

Ora si torna a Pavia e al nostro libraio Calvi, Forse è ignaro, o forse no, delle conseguenze che ci saranno quando porrà sugli scaffali l’opera di Lutero. Ma quando la voce si diffonde, una vera e propria tempesta si abbatte sulla bottega di Strada Nuova. Per inciso , lo stesso Calvi abbraccia quella che passerà alla storia come protestantesimo, tanto da essere citato più avanti dallo stesso Lutero come vir eruditissum.

La diffusione della parola del prete ribelle, grazie anche a un’invenzione che una settantina di anni prima aveva rivoluzionato l’editoria, con la stampa a caratteri mobili ideata da Johannes Gutenberg, è come si direbbe oggi *“virale”*.

Il libro di Lutero ha notevole diffusione all’università, dove giungono studenti anche da fuori città per discutere le nuove tesi del teologo tedesco. Ma Francesco Sforza II, allora signore della città, mette le mani avanti. E firma un bando, nel **1523**, per scoraggiare l’acquisto del libro eretico. Naturalmente la vigilanza, e l’allarme, da parte dell’autorità religiosa aumentano a mano a mano che la libreria di Strada Nuova si trasforma in una sorta di ritrovo.

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*Francesco Sforza II*

Ma l’ondata di Lutero di interesse non si placa. Nel **1538**, quando ormai la bomba protestante è esplosa in tutta Europa, la repressione si fa più dura. Ne fa le spese Clelio Curone, umanista piemontese e maestro di oratoria presso l’università di Pavia, sospeso e allontanato dall’insegnamento con l’accusa di aver costituito una setta protestante. Ma in realtà, come racconta Mino Milani, il sospetto è fondato perché l’insegnamento di Curone sparge realmente il seme della protesta in città.

Che sia il seme gettato da Calvi prima e coltivato da Curone poi, o l’effettivo vento di novità che tira contro la Chiesa, a Pavia sorge una scuola che coltiva il nuovo verbo luterano. Tanto che il governatore dell’epoca interviene energicamente nel **1541** facendo arrestare alcuni studenti riconosciuti come seguaci di Lutero e del riformatore svizzero Huldrych Zwingli. Insieme a essi, vengono incriminati anche Andrea Calvi, fratello di Francesco, il proprietario della libreria.

Gli studenti in carcere ritrattano e vengono rilasciati, ma sono banditi dal Ducato per cinque anni. Gli episodi, nonostante la repressione, si moltiplicano.

Dalle tesi di Wittenberg si discute anche nelle strade, non più solo nella libreria o università. Ma avviene un fatto sconcertante, che a quel punto fa decidere le autorità, ecclesiastiche e civili, di intervenire con le maniere forti. Sempre nel medesimo anno, è il **1541**, un padre minore conventuale, Francesco Cocconato tiene prediche critiche contro la fede cattolica nientemeno che dal pulpito di San Michele. Lo stesso fa , non si sa però in quale chiesa, il frate Agostino Mainardi.

Vengono avviate indagini nei conventi lombardi dell’ordine agostiniano, a cui Lutero era appartenuto. Scattano arresti ed epurazioni di molti frati accusati di essere “discoli e mal disciplinati nelle cose pertinenti alla fede catholica”.

Anche a Pavia irrompe, con la terribile severità che lo contraddistingue, il tribunale dell’inquisizione. La lotta all’eresia viene condotta con spietata energia dalla Santa congregazione dell’inquisizione romana e universale, creata nel luglio del **1542** da papa Paolo III.

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*Papa Paolo III*

A Pavia , nel **1567**, giunge a presiedere il frate Pietro da Quinzano. Quest’uomo scriverà una delle pagine più buie della storia cittadina. La sede del tribunale è la chiesa di San Tommaso, ancora oggi visitabile andando in via Rusconi, con annesso monastero, che avrà funzione di carcere. Non appena giunto in città, Pietro da Quinzano dà l’ ordine di promulgare una grida in cui definisce, non senza punta di esagerazione, Pavia come *“città lontanissima era la più infestata ch’oggi vi sia in Italia, è peggio non ce n’è”*.

E’ uno stratagemma per far apparire il suo compito alle autorità ecclesiastiche, in particolare romane, come improbo. Soprattutto un pretesto per utilizzare ogni arma a disposizione e giustificare qualunque comportamento come lecito al fine di estirpare l’eresia.

Che le affermazioni del frate a capo dell’Inquisizione pavese siano esagerate, non c’è dubbio. A Pavia come abbiamo visto, il luteranesimo aveva avuto un certo seguito., ma non più che in altre città.Due esponenti della nobiltà, Orazio Salerno e Gerolamo Beccaria, prenderanno infatti le difese della comunità rivendicando presso le autorità ecclesiastiche l’assoluta ortodossia pavese. Il terribile frate,però, non si lascia influenzare. Vede a Pavia la sua occasione per farsi strada e non intendere lasciarsela scappare.

Il religioso si lascia prendere la mano. Gira per le strade scortato da bande di bravacci , assoldati per difendere la sua incolumità. E ne ha ben donde, visto che gli arresti sommari e le condanne ingiuste ben presto si moltiplicano. Ma non si limita a questo, Pietro di Quinzano. La sua attività sfocia addirittura in sequestri di persona a scopo di estorsione, ricatti, e raccontano le cronache, anche tentativi di stupro. Tutto , naturalmente, in nome di Dio.

Non mancano episodi e tentativi di eliminarlo, anche fisicamente.

La sua fine è inevitabile. La goccia che fa traboccare il caso ha un nome e un cognome: Angelo Migliavacca. Questo ricco mercante sessantenne, benvoluto da tutti e dalla condotta pare assolutamente irreprensibile anche dal punto di vista religioso, viene arrestato nel giugno del **1568** per motivi che, poi, risulteranno totalmente estranei all’eresia. Aveva semplicemente chiesto al frate-bandito di restituirgli dei soldi prestati. Poco dopo viene messo in cella anche il figlio Antonio che, percosso brutalmente dopo l’interrogatorio, morirà da lì a qualche giorno.

**La città a questo punto si ribella.**

Due professori universitari, Francesco Bozzolo e Jacopo Beccaria, raccolgono le prove delle malefatte del capo dell’inquisizione pavese e le inviano alla congregazione centrale del Sant’Uffizio di Roma. Nel settembre dello stesso anno, MIgliavacca viene rilasciato.

Il frate-inquisitore , invece, se la cava con un semplice rimprovero. Ma il riconoscimento dell’errore gli vale l’allontanamento dalla città. Per Pavia finisce un incubo lungo un anno.

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Pubblicato: 24 Agosto 2024

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## [ Pavia Sotto Assedio: Le Alluvioni del '94 e 2000 che Hanno Messo in Ginocchio la Città ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/pavia-sotto-assedio-le-alluvioni-del-94-e-2000-che-hanno-messo-in-ginocchio-la-citta)

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Via Trinchera è una strada periferica fra i campi, in Borgo. E’ il **7 novembre del 1994**, e piove ininterrottamente da due giorni. Sergio e Clara Ferretto, padre e figlia di 58 e 32 anni, abitano proprio in quella via. Sono le nove di sera mentre cercano di raggiungere a piedi la loro abitazione. La zona è già allagata, con l’auto è impossibile arrivare a casa. A poche decine di metri, il fiume ruggisce, fa paura solo a sentirlo. Si teme che possa esondare da un momento all’altro. La pioggia rende la visibilità quasi nulla. All’improvviso una valanga di acqua e fango invade la strada. Per Sergio e Clara non c’è nulla da fare. Spariscono, inghiottiti dalla furia del fiume. E’ un passante a dare l’allarme. Ha tentato di salvarli, ma lui stesso ha rischiato di essere travolto dalla furia del fiume. Non gli rimane che dare l’allarme.

L’alluvione del **1994** è la più terribile che si ricordi, almeno in epoca recente. Quasi quattromila sfollati, un quartiere di Pavia, quello di Borgo Ticino, isolato, cascine e frazioni di una ventina di comuni della provincia invasi dall’acqua e per due giorni senza luce e riscaldamento . E le linee telefoniche saltate, difficoltà di approvvigionamento e di collegamento, ponti chiusi, strade interrotte, traffico in tilt. Il Po e il Ticino toccano livelli mai raggiunti negli ultimi quarant’anni.

Gli argini maestri dei due fiumi cedono in diversi punti e molte zone sono sotto l’incubo di nuove inondazioni. L’esondazione non risparmia neppure la Bassa.

I Comuni a sud di Pavia, Pieve Porto Morone, San Zenone, Spessa Po, a valle della confluenza tra Po e Ticino, finiscono sott’acqua. I militari, per due giorni tentarono di tamponare le falle lungo gli argini portando centinaia di sacchi di sabbia, ma dovevano abbandonare l’impresa per lasciare sfogo al grande fiume e non essere, a loro volta, travolti dalla nuova ondata di piena.

Le prime avvisaglie della catastrofe c’erano già state. Il Ticino sale, prima, a dieci centimetri all’ora, poi a 27 centimetri. Mai visto nulla di simile. In poco tempo tutte le case del quartiere che si affaccia proprio sul fiume, dove abitano cinquecento persone, sono sommerse fino all’altezza del primo piano. La sera del 7 il Ticino esonda e una valanga d’acqua e fango invade le strade attorno all’alveo. Il bilancio, alla fine, è pesantissimo: due morti, **1500** persone costrette a lasciare le loro case. Un disastro che, dati alla mano, ha il solo precedente nella piena del novembre ’51, quando il livello dell’acqua alla confluenza tra Po e Ticino raggiunge i 7,81 metri.

L’inferno di acqua e fango torna a colpire la città sei anni dopo. I primi volontari della Protezione civile e i vigili del fuoco si recano nella zona Cantarana, oltre il Canarazzo, dove alle 12.30 del 2000 dove – dopo due giorni di pioggia battente – scatta il primo allarme esondazione. Solo l’intervento tempestivo dei soccorritori evita il peggio, visto che l’argine mostra già i primi segni di cedimento. Le ore successive segnano un peggioramento della situazione. La zona da sempre più a rischio per le piene è Borgo Ticino. Ma i sacchi di sabbia compaiono anche a Porta Calcinara e Porta Nuova, già parzialmente sommerse. Tremano i residenti che hanno le case sul Lungo Ticino Visconti, dove tutte le case sono già senza riscaldamento per la sospensione dell’erogazione della corrente elettrica. Il livello del Ticino, sotto il ponte Coperto, raggiunge intanto i **6.08** metri dallo zero idrometrico.

**Pavia ripiomba nell'incubo vissuto nel 1994.**

La città è spettrale. Da Strada Nuova fino a Piazza Italia, il centro è deserto. Dopo quello che è successo sei anni prima, con la morte di Sergio e Clara Ferretto, trascinati via dalla furia del Ticino, pochissimi i curiosi che di solito sfidano le intemperie pur di non perdersi lo spettacolo della piena.

Ma è una città fantasma anche in periferia. Le tangenziali Nord e Sud sono chiuse per motivi di sicurezza. Dalla centrale operativa della prefettura arriva intanto la conferma dell’ ipotesi peggiore: si va verso il superamento dei livelli anche del ’94.

Costeggiando il Naviglio si vede che anche questo canale, sempre regolare nella portata persino nei giorni di grandi piogge, esonda verso i campi. Un allarme scatta anche in Viale Cremona, dove i garage di alcuni stabili si allargano per colpa del nubifragio. Le vie a ridosso del fiume, alla fine, vengono tutte chiuse. Pompe e idrovolanti lavorano senza sosta. Alla fine il fiume toccherà *(e supererà in alcune ore)* gli stessi livelli di sei anni prima. Ma per fortuna, non ci saranno vittime.

Pavia, però, è di nuovo in ginocchio. I danni saranno per milioni di euro.

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Pubblicato: 22 Agosto 2024

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![La presa della Bastiglia - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/La%20presa%20della%20Bastiglia/Banner.jpg)

## [ La Furia dei Pavesi: Distruzione del Palazzo Reale e il Destino del Regisole ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-furia-dei-pavesi-distruzione-del-palazzo-reale-e-il-destino-del-regisole)

![Pasquale_Massacra_La_madre_di_Ricciardino_Langosco_in_traccia_del_cadavere_del_figlio_ucciso.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Pasquale_Massacra_La_madre_di_Ricciardino_Langosco_in_traccia_del_cadavere_del_figlio_ucciso.jpg)

Che i pavesi fossero gente arcigna e propensa a menar le mani, allora, lo testimonia un altro episodio, ancora più clamoroso. Del palazzo reale , sede di re e imperatori, o re-imperatori, oggi non c’è traccia. E la colpa,stavolta, non è di una nuova orda barbarica calata da nord che mette a ferro e fuoco la città.

Non esiste più. L’edificio, se non nei libri di storia, per la furia degli antenati degli attuali abitanti.

A dire il vero, in quel lontano inverno del **1003**, la dinastia dei tedeschi Ottoni è alla fine dopo aver regnato con alterne fortune in Italia per circa un secolo.

In Germania Enrico II di Baviera si mette alla testa di un esercito per ribadire il predominio che Arduino, l’anno prima, ha sottratto al dominio tedesco. E’ stato nominato re proprio nella Chiesa di San Michele, ancora oggi meta di migliaia di turisti. Il sovrano teutonico, però,ha ben altri progetti per Pavia.

Scende in Italia per sfidare il rivale, che fugge prima dell’arrivo delle truppe alemanne. Le porte della città si spalancano, così come- anche per lui – quelle di San Michele dove solo l’anno prima, l’ avversario Arduino era stato incoronato.

Ma non tutti sono contenti del cambio sul trono.

Non c’è una versione ufficiale del perché, verso sera, un gruppo di cittadini prendono d’assalto il Palazzo reale che ospita Enrico.

Il furore del popolo aumenta, il ruggito dei Pavesi che scendono in strada fa paura. La parte nord della città, dove si trova l’antico palazzo realizzato dai Longobardi, viene bersagliato di frecce e sassi. Il re Enrico II, sdegnato e furibondo per l’umiliazione, vuole combattere e cerca di uscire per affrontare i rivoltosi. Ma i suoi lo fermano. La sparuta guarnigione di cui dispone non basta a fronteggiare migliaia di insorti. Così fugge calandosi da un muro. E cadendo , pare, si storpia una gamba.

Attraversa, nascosto da un cappuccio, la parte più esterna della città, fino a raggiungere la basilica di San Pietro in Ciel D’oro.

Il giorno dopo, solo grazie all’incredibile capacità di mediazione di Odilone, abate di Cluny, i pavesi evitano una rappresaglia. Enrico, fino alla sera prima furioso, perdona i pavesi. E riparte per la Germania. Ma l’odio per il sovrano resta e cova sotto la cenere.

Nella storia Di Pavia c’è un altro simbolo della città diventato bersaglio della cieca rabbia. E’ la statua del Regisole, di cui si è già parlato, e della quale esiste oggi un copia in piazza Duomo.

E’ il **2 ottobre del 1315**, ed è l’ennesimo scontro fra Pavia e Milano. I milanesi, ancora una volta, stringono d’assedio la città. I cronisti del tempo ci riportano il nome dell’uomo che tradisce la città: Marchetto Salerni. E’ descritto come *“forte e bellicoso e più di ogni altro pugnace contro il nemico, più di ogni altro feroce, vigile, solerte nei consigli e nell’attenzione e in questo serviva la patria.”* Cosa lo spinga a tradire non si sa.

Fatto sta che una delle nove porte della città *(Porta Piacentina, che oggi non è più visibile, e che si apriva nei pressi dell’attuale Chiesa di San Giovanni in Borgo)* viene aperta e presto fanno il loro ingresso i mercenari tedeschi al soldo di Milano. Nell’attuale piazza Borromeo i pavesi tentano una disperata resistenza, ma non basta: all’alba i Visconti di Milano entrano in città. E’ in questa circostanza che le truppe vittoriose distruggono *(parzialmente)* la statua del regisole , già collocata nella sua attuale posizione dopo la demolizione del Palazzo reale, dove era stata messa. Matteo Visconti, a capo delle truppe mercenarie, interviene ordinando loro di rimettere a posto quella che per i Pavesi era *(ed è)* un simbolo, evitando ulteriori provocazioni.

Scampata, per il momento, alla distruzione, la statua verrà fatta a pezzi invece nel **1796** dai giacobini pavesi perché rappresentazione di un monarca.

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Pubblicato: 22 Agosto 2024

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![L’ auto Wojtyla e l’elicottero di Ratzinger - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/L%20auto%20Wojtyla%20e%20lelicottero%20di%20Ratzinger/Banner.jpg)

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L’ auto Wojtyla e l’elicottero di Ratzinger

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Il **3 novembre 1984** è una giornata di protesta e rabbia per gli operai della Necchi, scesi in strada per difendere il loro posto di lavoro. Ci si trova ancora in viale delle Repubblica, nell’ampia strada alberata nella zona del Naviglio, per decenni cuore pulsante dell’industria pavese. Oggi, di quegli immensi capannoni, uffici, cortili, non resta più nulla se non lo scheletro abbandonato all’incuria.

Il brulicare di operai, macchine, mezzi, sono consegnati per sempre alla storia.

In quella fredda mattina di metà anni Ottanta la fabbrica , che ha dato lavoro per quasi mezzo secolo a migliaia di famiglie, è prossima alla chiusura.

In un giorno di così cupa disperazione però, c’è posto anche per qualcosa di speciale. Pavia sta attendendo, per la prima volta , la visita di un Papa : Giovanni Paolo II. L’occasione per l’arrivo di Karol Wojtyla in città, quel **3 novembre 1984** è legata al 400° anniversario della morte di San Carlo Borromeo. C’è una visibilità quasi nulla e per questo l’elicottero non si è alzato da Milano per trasportare il pontefice sulle rive del Ticino. Così il Papa arriva in macchina in una Pavia silenziosa, con la fiumana di gente infreddolita che nel frattempo si è spostata nei luoghi della visita pastorale: L’ università, il Collegio Borromeo e soprattutto Piazza della Vittoria, dove è prevista la celebrazione della messa.

L’auto spunta dalla bruma nella zona nord della città, proveniente dal capoluogo lombardo. Per entrare in centro , deve passare lungo viale della Repubblica, su cui si affaccia la Necchi. E’ proprio davanti ai cancelli dell’azienda, che , con un fuori programma tipico del suo pontificato, Giovanni Paolo II ordina alla papamobile di fermarsi. Non sente ragioni, e né la sicurezza, né il protocollo lo distolgono dal suo intento: vuole manifestare la propria solidarietà ai lavoratori che vede schierati con cartelli e bandiere.

La fabbrica è in crisi, con tanti dipendenti disoccupati o in cassa integrazione. Il Papa operaio ( da giovane lavorò nei cantieri e anche come minatore in Polonia) si ferma , scambia due parole e prega per loro, per il lavoro che non c’è più. E’ un momento toccante, la protesta si trasforma in un lungo minuto di raccoglimento, di silenzio, di commozione. Poi Giovanni Paolo II riparte per piazza della Vittoria, dove lo attende un bagno di folla di decine di migliaia di persone. Da Roma a salutare il Papa sono arrivati due ministri: Luigi Granelli, ex alunno del Collegio Borromeo. All'università dove San Carlo si laureò in diritto canonico e civile, ad attendere il Papa nei chiostri ci sono centinaia di studenti, mentre i docenti lo accolgono nell’Aula Magna. Il corteo papale si sposta poi, nel primo pomeriggio, a San Pietro in Ciel D’Oro, dove Wojtyla si ferma a pregare sulla tomba di Sant’Agostino.

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Dovranno passare **23 anni** perché un altro pontefice decida di tornare a Pavia. E’ la sera del **21 aprile del 2007** quando la città si veste a festa per accogliere Benedetto XVI. Anche lui , come il predecessore, arriva nella zona di viale della Repubblica, ma a bordo di un elicottero che plana proprio al centro del manto verde dello stadio Fortunati. Ad accogliere Ratzinger, questa volta, però c’è la città blindata. Sono cambiati i tempi dalla visita di Wojtyla. L’**11 settembre** ha cambiato per sempre il mondo. Soprattutto se si parla di grandi eventi, come in questo caso. Ad attenderlo ci sono 1.580 uomini delle forze dell’ordine fra polizia, Carabinieri, guardia di finanza e polizia locale. Il vescovado , nell’attuale via Menocchio, viene sorvegliato a vista da oltre 200 agenti, mentre almeno dieci squadre di sicurezza pattugliano nella notte i percorsi della papamobile.

Si segue il corteo per circa due chilometri fino a via Bossolaro. Sono le **20.40** quando i giovani di piazza Duomo esplodono di entusiasmo. Da qui in spunta l’auto del Papa, tra lo sventolio dei fazzoletti gialli, azzurri, verdi e rossi, mentre Ratzinger sale i gradini del Duomo, dove lo attendono le autorità. Le misure di sicurezza sono eccezionali. Lungo il percorso della papamobile , che taglierà in due il centro storico di Pavia transitando in Strada Nuova e Corso Cavour , le finestre dei piani rialzati restano chiuse mentre chi possiede un affaccio (balcone o finestra) sulla via non può ospitare in casa sconosciuti ma solo familiari o parenti stretti. Vengono sigillati addirittura 1.365 tombini e scarichi fognari del centro storico per paura di attentati. E’ una città festosa, ma surreale quella che accoglie Papa Ratzinger la mattina del **22 aprile**. Mentre Benedetto XVI si reca in visita ai malati dell’ospedale San Matteo, Pavia di ferma. Agenti bloccano le strade del centro storico, fino alla messa agli Orti Botanici, dove una fila lunghissima, sin dalle prime ore del mattino, invade il Lungo Ticino in attesa di poter entrare per assistere alla messa. Una Pavia blindata così, i più vecchi, se la ricordano solo in altre due occasioni. Ma per motivi molto diversi.

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Pubblicato: 22 Agosto 2024

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![Un tornado si abbatte sul Ticino - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Il%20Sonno%20Pomeridiano%20Un%20Abbraccio%20di%20Energia%20per%20Corpo%20e%20Mente/pisolino%202.jpg)

## [ Il Sonno Pomeridiano: Un Abbraccio di Energia per Corpo e Mente ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/il-sonno-pomeridiano-un-abbraccio-di-energia-per-corpo-e-mente)

![pisolino_2.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/pisolino_2.jpg)

*Il sonnellino pomeridiano può avere diversi benefici se fatto correttamente. Come indicato, un breve riposo durante il giorno può migliorare la vigilanza, l'attenzione, la memoria e la capacità di pensiero, benefici che sono stati osservati anche nelle persone anziane. Il riposino può anche contribuire a ridurre lo stress e ad abbassare la pressione sanguigna.*

Tuttavia, per ottenere questi benefici senza effetti collaterali, è importante seguire alcune regole. Il pisolino ideale dovrebbe durare circa mezz'ora per evitare l'inerzia del sonno, una condizione in cui ci si sente intontiti dopo un sonno troppo lungo. Inoltre, è meglio fare il sonnellino dopo pranzo, quando la propensione al riposo è maggiore, evitando così di interferire con il sonno notturno.

*È importante anche considerare le esigenze specifiche di diverse età: i bambini piccoli possono beneficiare di sonnellini più lunghi, mentre gli anziani possono fare più di un pisolino al giorno, purché non siano troppo frequenti o prolungati.*

In generale, se rispettate queste semplici regole, il sonnellino pomeridiano può offrire un miglioramento della memoria, della produttività e della concentrazione, oltre a contribuire all'abbassamento della pressione arteriosa. Tuttavia, se il bisogno di fare un pisolino diventa troppo frequente o irrefrenabile, potrebbe essere un segnale di problemi legati alla qualità o alla durata del sonno notturno, e sarebbe opportuno consultare uno specialista.

*Articolo di Antonio Monteleone*

Infermiere in Libera Professione, Assistenza Domiciliare Infermieristica. 
Cellulare Lavoro: 3517365176 
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Pubblicato: 21 Agosto 2024

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![Le bombe sul ponte coperto. Il “ratto” del rettore e il mistero della salma di mussolini alla Certosa - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Le%20bombe%20sul%20ponte%20coperto.%20il%20ratto%20del%20rettore%20e%20il%20mistero%20della%20salma%20di%20mussolini%20alla%20certosa/Banner.jpg)

## [ Le bombe sul ponte coperto. Il “ratto” del rettore e il mistero della salma di mussolini alla Certosa. ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/le-bombe-sul-ponte-coperto-il-ratto-del-rettore-e-il-mistero-della-salma-di-mussolini-alla-certosa)

Le bombe sul ponte coperto. Il “ratto” del rettore e il mistero della salma di mussolini alla Certosa.

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Le strade sono deserte, la tensione è alle stelle. I nazisti installano alla Gil (la Gioventù italiana del littorio) il complesso formato da due edifici posti perpendicolarmente tra loro, con la facciata che dà sul viale che a quel tempo era denominato XVIII Novembre ,già il Belgio, ora viale della Resistenza, attualmente sede del Collegio universitario Cardano).

Qui, si insediano anche i reparti delle SS e della X Mas. Ma il centro del comando nazista è a villa Casati (nell’attuale viale Matteotti) e nella Casa dello studente , oggi collegio Valla (vicino al ponte della Libertà, alllora chiamato dell’impero)

Distaccamenti ci sono anche al Castello Visconteo.

Esclusivamente riservati ai militari tedeschi sono gli ospedali militari creati al Ghislieri e al Forlanini, mentre il Borromeo è a disposizione degli Italiani. Sempre al Ghislieri c’è un secondo comando delle SS.

Un magazzino per il materiale di casermaggio viene aperto nell’area di San Pietro in Ciel d’Oro, con accesso da viale XI Febbraio, mentre alla Necchi si insedia il genio ferrovieri.

Al liceo Taramelli, in via Mascheroni, ha sede operativa un reparto italiano addetto alla ricerca dei renitenti. In piazza della Vittoria, al Broletto, sede del partito fascista repubblicano. Qui si trova anche un ufficio di reclutamento delle SS italiane. Oltre al comando delle Brigate Nere.

Ma anche gli antifascisti si organizzano. E’ nello studio dell’avvocato Giuseppe Sinforiani, in Via Mazzini, che nasce già all’indomani del 25 luglio un vero e proprio comitato di liberazione.

Pavia, però, farà conoscenza diretta degli orrori della guerra, almeno sulla popolazione civile, solo un anno più tardi.

Camminare oggi sui marciapiedi del centro, fra i passanti spensierati e indaffarati negli acquisti, percorrendo la salita di Strada Nuova, può essere piacevole. Così come è normale fermarsi al centro del ponte Coperto e ammirare da sopra la lenta maestosità del Ticino. Ma il 4 settembre del 1944 la situazione è ben diversa. I nazi-fascisti sono nella morsa degli Alleati, da sud a nord. Alla mattina le formazioni delle *“fortezze volanti”* appaiono minacciose sui cieli di Pavia.

**L’obiettivo sono proprio i ponti.**

Le prime bombe cadono su quello della ferrovia, che si disintegra letteralmente. Poi tocca a quello dell’impero, che però subisce danni irrilevanti.

Gli aerei della RAF sono imprecisi. Gli ordigni seminano morte invece in Borgo Ticino, nella zona di Porta Salara e in via della Rocchetta. I morti sono 26. Il giorno dopo, il 5 settembre, c’è il secondo attacco. Viene distrutta la prima arcata del ponte dell’impero ( questa volta parzialmente centrato). L’obiettivo, il ponte Coperto, viene ancora mancato. In compenso, ci sono oltre 45 vittime in Borgo.

Il terzo attacco si ha il **12 settembre**. Le bombe, ancora una volta, sono nettamente fuori bersaglio. Di nuovo morti, distruzione. Sull’attuale via dei Mille e via Acquanegra piovono decine di ordigni. Qui, in una cascina, ci sono nascoste una cinquantina di persone. Non ne sopravvive una.

Martedì, **26 settembre**, a mezzogiorno preciso, un nuovo stormo di bombardieri riprende direttamente il bersaglio del ponte simbolo di Pavia; alle ore 12,10 un sibilo sinistro e una scossa terrificante avvertono tutta la cittadinanza nascosta nei rifugi d’una nuova rovina: l’ultimo grande arco del ponte Coperto . verso il Borgo, centrato in pieno, questa volta crolla. Al tempo stesso, di tutto il Lungo Ticino sino alla basilica di San Teodoro e sin quasi all’altezza di via Cardano, non rimangono macerie.

I tre passaggi sul fiume sono ora tutti irreparabilmente danneggiati. La missione è compiuta. In tutto, sono morte **119** persone.

L’inverno del ’44 sarà quello più duro per la popolazione, chiusa nella morsa dell’offensiva nazi-fascista, dei rastrellamenti da una parte, e delle incursioni partigiane dell’altra. Ma l’avanzata delle armate alleate è inesorabile.

Bisogna tornare davanti all’università, perché ancora una volta da lì arriva la svolta. Il **12 aprile del 1945**, verso sera, alcuni studenti “resistenti” mettono a segno un colpo di teatro che lancerà alla città il segnale della resa dei conti. E’ il “ratto del rettore dell’università”, come lo chiama Guderzo nel suo libro.

Il fascistissimo professor Carlo Vercesi – racconta Guderzo – viene attirato in una trappola. L’operazione prevede che un’esca, costituita da una millantata presenza di un suo conoscente, chieda un urgente colloquio riservato per ragioni di sicurezza.

![Discorso_del_rettore_Carlo_Vercesi_39_40.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Discorso_del_rettore_Carlo_Vercesi_39_40.jpg)

Vercesi all’incontro si trova davanti invece un commando formato da giovanissimi che, pistola in pugno, lo costringono a seguirlo prima a San Lanfranco, alla periferia della città, e quindi in barca oltre il Ticino. Il rettore, sulla canna della bicicletta, viene portato fino a Zavattarello , dove lo attende un commando di partigiani.

L’eco dell’impresa, in città, è enorme. Il giorno dopo, altri studenti, sfuggendo al controllo dei Bidelli e custode si fanno chiudere all’interno dell’università e nella notte fra il **20** e il **21** aprile la tappezzata di manifesti e scritte antifasciste. Per completare l’opera, una bandiera rossa viene innalzata sulla torretta dell’orologio.

Comincia l’inizio della fine per i nazi-fascisti.

Il **27 aprile** entreranno in città le prime formazioni partigiane. I tedeschi si arrendono senza neppure sparare un colpo.

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Ora bisogna spostarsi a 15 chilometri da Pavia e percorrere l’ex statale dei Giovi in direzione della Certosa, perché il tragico periodo legato alla Seconda Guerra Mondiale si chiude qui, un anno dopo la Liberazione. E’ con un giallo. E’ lunedì **12 Agosto 1946** quando la salma di Benito Mussolini viene ritrovata alla Certosa avvolta in due sacchi di tela gommata, chiusa in un baule di legno rinforzato di ferro. Lo stupore è generale, non solo per i pavesi ma per l’Italia intera.

Il trafugamento del cadavere del duce è avvenuto infatti qualche mese prima : uomini del partito democratico fascista, la notte tra il **22** e il **23** aprile. L’hanno dissotterrato di nascosto e portato via dal cimitero Maggiore di Milano, dove era stato sepolto il **5 agosto del 1945**, Da allora più nessuno aveva saputo nulla del corpo. Il ritrovamento scatena subito, come prevedibile, una bufera.

Soprattutto sui frati dell’abbazia : per quanto tempo i resti sono stati nascosti nel complesso monumentale della Certosa? Chi li ha portati? E soprattutto , perché?

In un'intervista rilasciata alla Provincia Pavese, il **14 Agosto 1946**, padre Heldens racconta la sua versione *dei fatti”* Il 12 Agosto , alle 13.30 – ricorda il priore nell’articolo pubblicato 72 anni fa – vengo avvisato che un’ auto sconosciuta è entrata nel monastero della foresteria. Un certo padre Alberto Parini dell’ordine dei frati minori francescani, desidera un colloquio. Appena gli vado incontro mi chiede se sono a conoscenza del furto del cadavere di Mussolini. Rispondo di sì , ma che non mi interesso di ciò che succede fuori dalle mura della Certosa. Allora il francescano mi dice che la salma del duce è sull’automobile parcheggiata all’interno del complesso, mi dice che bisogna darle una sepoltura dignitosa, seppur segreta. Faccio trasportare il baule in una cella del parlatorio, però metto in chiaro che non acconsento a fare del monastero la tomba del dittatore Parini mi assicura che in serata qualcuno preleverà la carcassa portandola alla sua finale sepoltura.”

Alle 19.45, un’altra auto si ferma davanti all’antico monumento : il cadavere è stato scoperto, forse la fidanzata di uno degli uomini della Pdf o Parini medesimo hanno denunciato la sua localizzazione, così il questore di Milano Vincenzo Agnesina, si presenta quella sera stessa alla Certosa, carica il baule con la salma sul veicolo e se ne va.

Poi arriva, inevitabilmente, l’assalto dei giornalisti: vogliono sapere dei monaci, l’itinerario passato del corpo e la sua futura destinazione. Si scatena immediatamente una ridda di domande, congetture, ipotesi sul perché proprio alla Certosa di Pavia arrivi, quel pomeriggio, la salma del dittatore.La verità è ancora avvolta nel mistero.

Andare al mercato sotterraneo diventa un avvenimento, quasi un viaggio turistico. La severa piazza che aveva visto le esecuzioni del Tribunale dell’inquisizione, delle rivolte giacobine e, più di recente, la sede del comando della repubblica sociale fascista, si trasforma nel luogo del moderno commercio dello *“struscio”* cittadino.

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Pubblicato: 21 Agosto 2024

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![I Barbari alle porte della città: Il cavallo di Alboino - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/I%20Barbari%20alle%20porte%20della%20citta%20Il%20cavallo%20di%20Alboino/Banner%201.jpg)

## [ I Barbari alle porte della città: Il cavallo di Alboino ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/i-barbari-alle-porte-della-citta-il-cavallo-di-alboino)

I BARBARI ALLE PORTE DELLA CITTA’: IL CAVALLO DI ALBOINO

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Esattamente **560 anni** dopo l’entrata in città di Augusto dall’attuale via Scopoli, poco lontano un altro sovrano fa il suo ingresso a Ticinum. E’ Alboino, re dei Longobardi. E’ la primavera del **572**. Alboino arriva con la sua scorta davanti a quella che i cittadini conoscono come Porta San Giovanni. Oggi di quell ingresso non c’è quasi più traccia. Il varco pressappoco si trova dove attualmente sorge la Chiesa di San Giovanni in Borgo, nella parte bassa della città vicino al fiume.

Bisogna fare un piccolo passo indietro di quattro anni. E’ la Pasqua del 568 quando una sterminata moltitudine di Barbari, Bruciate le loro tende, si mette in viaggio dalla Germania del nord verso l’Italia.

Si calcola che non siano meno di **200 mila persone** , di cui solo 50mila i guerrieri.

Una migrazione in piena regola, quella dei Longobardi. Così si chiamano uomini,donne e bambini che l’anno successivo si affacciano dal passo di Predil,sulle Alpi Giulie.

A capo dell’orda c’è Alboino. La discesa verso la Val Padana non incontra ostacoli. I cronisti dell’epoca parlano di “marea umana”.

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Tutti fuggono davanti ai guerrieri spietati del re , egli stesso condottiero senza troppi scrupoli. L’esercito bizantino,ormai, è in disfacimento. Una sola città decide di resistere: Ticinum.

L’esercito di Alboino si trova le porte serrate e le mura pronte alla difesa. Il re longobardo è di alta statura e in tutto il suo aspetto sembra creato per fare la guerra. Decide di porre l’assedio.

Secondo i cronisti del tempo, dura almeno tre anni, ma probabilmente meno.

Nella primavera del **572**, stremata dalla fame, Ticinum cade nelle mani dell’ennesimo invasore.Ma Alboino non mostra, almeno nelle intenzioni, di subire il fascino della *“piccola Ravenna”.*

Morirà a Verona qualche anno più tardi su congiura ordita dalla moglie Rosmunda, dopo che la donna era stata costretta a bere vino durante un banchetto dal teschio del padre Cunimondo, re dei Gepidi, sconfitto proprio da Alboino qualche anno prima.

Davanti a Porta San Giovanni, la storia si mischia alla leggenda. E’ Paolo Diacono (autore vissuto nell'VIII secolo) a raccontarvi nei dettagli nel suo celebre “Storia dei Longobardi”. Il condottiero a cavallo oltrepassa la porta. Gli zoccoli del suo destriero in quel tratto di strada che oggi si collega a Corso Garibaldi. Il re, dopo aver giurato di non torcere un capello a chi si arrende, pianifica una strage. Ma il suo possente stallone improvvisamente si accascia sul selciato. Per quanto stimolato dagli sproni e frustato dallo scudiero, la bestia non si rialza. Uno dei Longobardi si rivolge allora al re dicendo: *“Rammenta,sire, il voto che tu hai fatto.Rompi un voto così duro ed entrerai nella fortezza, perché il popolo di questa città è veramente cristiano.”* Alboino ,infatti, aveva fatto voto di far passare a fil di spada tutta la popolazione che avesse rifiutato di arrendersi. Ora, avendo infranto il suo voto e promesso la clemenza ai cittadini,subito il cavallo si rialza.

Diacono prosegue raccontando che , a questo punto, Alboino mantiene il giuramento e non torce un capello alla popolazione, che alla fine si era arresa.Il re longobardo , quindi, viene acclamato dal popolo che nel frattempo si era accalcato attorno al palazzo di Teodorico, la cui parte terminale arriva proprio a ridosso di Porta San Giovanni.

La storia appare un po' edulcorata, se si pensa che i ticinesi sono stremati da almeno un paio d’anni di assedio dove fame, paura e carestie sono oramai consuetudine.

“La storia del medioevo, nei suoi aspetti più bui – come annota Gabriele Pepe,letterato e poeta vissuto fra il **700 e l’800** – comincia dal giorno in cui Alboino conquista Pavia.”

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In città, a ogni modo, Alboino si ferma poco. Finirà ucciso a Verona durante un banchetto, per la congiura della moglie Rosmunda. Ma quel tratto di strada, dove secondo la storia – leggenda , il destriero del re longobardo stramazzò, ancora oggi si chiama via Alboino.

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Pubblicato: 21 Agosto 2024

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UN TORNADO SI ABBATTE SUL TICINO

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Ma ora si ritorna indietro alla Pavia spagnola che ormai volge al termine. Il periodo di dominazione borbonica si chiude fra luci e ombre. Michel de Montaigne , che la visita il **25 ottobre del 1521** , annota sul suo diario di non essere rimasto entusiasta dalla città, giudicando pessima soprattutto la locanda dove si ferma “Il Falcone”, che fino al **1917** era ancora aperta nell’attuale via Sant’Agostino.

Nel **1528**, un tornado che si abbatte sul Ticino distrugge il tetto del ponte e provoca tre vittime.

Due anni dopo, invece, crolla la torre di Boezio, nell’attuale Piazza Petrarca.

Gli storici non dicono perché si chiamasse così, visto che quella in cui fu imprigionato il filosofo si trova, in Borgo Calvenzano. Comunque, Pavia non è più la città di qualche decennio prima.

Bisogna però ora rivolgere di nuovo lo sguardo alla situazione europea, per capire cosa succederà da lì a poco in città. L’egemonia borbonica è alla fine. I franco-piemontesi scatenano una nuova offensiva e cingono d’assedio la città: le truppe spagnole fanno fagotto **il 14 settembre 1655**.

Facendo però di nuovo un balzo in avanti di circa 150 anni, tralasciando il via-vai di truppe straniere che vanno e vengono, nuovi assedi e guerricciole. **Il 28 settembre del 1702** le ultime truppe francesi che avevano ripreso il controllo di Pavia dopo l’uscita di scena (parziale) degli spagnoli si accingono a loro volta ad andarsene dopo che un drappello di cavalleggeri austriaci si fa vedere nei pressi dei bastioni di Porta Giustina (oggi Porta Garibaldi). Un colpo di cannone raggiunge piazza Grande. Un gruppo di donne vocianti irrompe nella sede del municipio chiedendo a gran voce la pace. Solo per miracolo la palla fumante non fa vittime. La milizia urbana è praticamente dissolta, non c’è più lo spirito che qualche anno prima aveva spinto i pavesi a resistere ai ripetuti assedi.

Il **4 ottobre** gli abitanti, e quel che resta delle truppe spagnole e francesi, si arrendono. Strada Nuova si veste a festa (per quanto può), le campane suonano a martello. Si voltano le spalle ai vecchi padroni, per accogliere i nuovi, anche se nel **1745** ci sarà una nuova parentesi franco-spagnola. A lasciare il segno su una città esausta e ormai imbelle sarà, qualche anno più tardi, una donna: Maria Teresa d’Austria. E’ il **1740.**

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Pubblicato: 21 Agosto 2024

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Tutti all’area VUL a ballare, e a fare la spesa

Nel primo centro commerciale d’Italia: la ripresa della vita democratica.

Passati gli orrori della guerra, si guarda avanti. C’è voglia di dimenticare, e soprattutto di divertirsi.

Si attraversa allora il ponte Coperto, restituito alla città dopo i bombardamenti nel 1952 (ma era già stato aperto un paio di anni prima), e si raggiunge a piedi la grande riva che guarda Pavia dalla parte opposta del Ticino. Ci si trova davanti nell’area Vul. La zona di svago dei pavesi nasce proprio qui. Su questa ampia riva del fiume , già nei primi mesi degli anni 50, spunta una balera, con bar,tavolini per i clienti, e palchetto per i cantanti e suonatori. Finalmente la spensieratezza ritorna tra gli animi dei giovani avventori e il luogo ha subito un gran successo. Viene frequentato da moltissima gente , tanto che si decide di creare un circolo con sede al bar San Carlo (laddove oggi c’è un altro locale, il bar Il Ponte). Sul palco si alternano cantanti locali ma anche artisti famosi. Nilla Pizzi,regina della canzone negli anni 50, fa una serata proprio nella balera sul Ticino . L’iniziativa ha successo. I soci mettono una piccola quota annua giusto per mantenere in ordine la struttura. L’ idea di dare alla città uno spazio per il divertimento, nasce proprio al bar San Carlo.

Non è solo tempo di divertimento a Pavia. Il 2 giugno 1946 le elezioni per la Costituente, simultanee al referendum sulla monarchia, confermano la leadership di tre partiti a Pavia: DC, PCI, Psiup. E’ anche l’esordio dell’elettorato femminile, la novità più consistente del ritorno alla vita democratica. Il risultato più vistoso , insieme al massiccio afflusso alle urne che raggiunge quasi il 90 %, è inequivocabile scelta repubblicana, che si attesta intorno al 61,8% rispetto al 54,3% nazionale. Intanto la vittoria del Psiup è nettissima a Pavia.

Quello dei socialisti è il primo partito con oltre 13 mila voti alle politiche.

Fra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta la città è travolta da un processo di trasformazione che ne muta, in un decennio, struttura economica e assetti sociali. Il censimento del 1951 registra 65 mila abitanti. Di questi , 23 mila sono addetti all’industria, nel commercio e nel credito, distribuiti in 2.567 esercizi. Dieci anni dopo la popolazione toccherà quota 74 mila abitanti.

Nel decennio l’espansione produttiva industriale segna una curva ascendente fino alla recessione del biennio 1964/66, raggiungendo il massimo produttivo dal ’58 al ’63. Questa però è solo una faccia della medaglia. L’altra è la disgregazione del mondo contadino, favorito dal ridimensionamento delle colture tradizionali, a partire dalla scultura in provincia. La metamorfosi comporta il riversarsi di centinaia di persone verso la città, alla ricerca di un’occupazione nelle fabbriche che crescono in fatturato e dimensioni. Questo fenomeno provoca una vera e propria invasione di tute blu a Pavia, con il formarsi di un ceto operaio che la città non ha mai conosciuto, neppure all’inizio del secolo e fra le due guerre, quando i primi imprenditori trasformano le aziende ereditate a conduzione familiare e le portano a essere, come nel caso della Necchi, una fabbrica all’avanguardia.

E proprio in questi anni l’impresa simbolo di Pavia iscriverà il proprio nome a caratteri cubitali nella storia dell’industria italiana e non solo. Nel dopoguerra Necchi si avvia a essere un’impresa in grado di produrre più di mille macchine al giorno, con circa 4500 dipendenti, diecimila negozi di vendita e un’ampia rete di assistenza. Circa il 40% delle 120 mila macchine per cucire fabbricate in Italia nel 1947 escono da questi stabilimenti. Nel periodo dagli anni Cinquanta agli anni Settanta la Necchi vede riorganizzato anche il flusso produttivo, dall’ingresso delle materie prime e dei semilavorati fino all’assemblaggio finale, con l’adozione della catena di montaggio.

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La riorganizzazione coinvolge anche il rinnovamento dei macchinari (finanziati dalla proprietà utilizzando anche gli aiuti economici ottenuti nell’ambito del Piano Marshall) e all’inizio degli anni 50 viene ripensata l’intera struttura aziendale e il suo coordinamento. Notevole importanza ricopre lo sviluppo della rete di distribuzione del secondo dopoguerra. Un ruolo predominante viene svolto da Leon Jolson, figlio di un agente Necchi di Varsavia di origini ebraiche rifugiatosi negli Stati Uniti. E’ Leon , alla fine del conflitto, a riprendere l’attività di rappresentanza a New York, contribuendo con la sua fitta rete di agenti alla diffusione delle macchine Necchi sul mercato americano. Il modello di Jolson viene poi esportato dalla Necchi anche in altri Paesi. Nel settore ricerca si procede in modo innovativo , lungo due direttrici: da una parte lo sviluppo e la tecnologica; dall’altra il design inteso,più che come armonia estetica, come sistema per ottimizzare l’ergonomia, la facilità d’uso e la semplicità di apparecchi destinati a impegnare maestranze, sarte di casa, e semplici casalinghe per molte ore. Le nuove macchine da cucire vengono lanciate sul mercato.

Nel 1953 la Necchi Supernova, nel 1955 la Lidia e nel 1956 la Mirella, scaturite dalla matita di Marcello Nizzoli. La Supernova viene considerata il primo prodotto a unire innovazione tecnologica a un disegno evoluto. E per questo viene premiata con il prestigioso Compasso D’Oro, il più autorevole premio per il design. La macchina è un vero gioiello: ha funzioni che la rendono un *“laboratorio automatico”* grazie all’utilizzo di memorie meccaniche che guidano l’esecuzione dei ricami.

Non si tratta solo di strumenti utili, ma di veri e propri capolavori del design.

Nel 1956 con la prima Mirella, la Necchi vince ancora il Compasso D’oro e il gran premio della XI Triennale di Milano. La macchina entra a far parte della collezione permanente del museo Moma, a New York.

La dirigenza viene ampiamente rinnovata, già nell’immediato dopoguerra. Nel 1948 viene assunto in fabbrica Gino Martinoli, che per più di un decennio aveva ricoperto l’incarico di direttore tecnico alla Olivetti di Ivrea, per poi essere assunto nel settore meccanico dell’IRI. La prima decisione del nuovo direttore è quella di accrescere la manodopera: vengono assunte circa 800 nuove unità, quasi tutto personale della zona.

Nella primavera del 1949 la Necchi occupa 2.034 addetti, tra produzione e servizi. A metà degli anni Cinquanta, i lavoratori erano 4500. L’efficienza del sistema raggiunge i suoi massimi livelli e la Necchi ottiene il predominio sul mercato nazionale, di cui detiene circa il 90 % assieme alle società Singer e Vigorelli.

L’impero durerà un decennio. Il declino inizierà solo a metà degli anni Settanta, con la morte del figlio fondatore , Vittorio.

E in tanti, tra cui pavesi che trovano lavoro a Milano, danno avvio a un fenomeno ancora oggi in atto: il pendolarismo. Questo determina una rapida evoluzione del sistema dei trasporti, con un incremento della rete ferroviaria ma soprattutto del traffico. Si calcola, fra gli anni Cinquanta e Sessanta un aumento delle autovetture circolanti da poco più di seimila auto e oltre 34mila. E’ questo il decennio si creano i presupposti degli squilibri sociali, che sfoceranno poi nelle contestazioni del ’68 e il drammatico processo di deindustrializzazione degli anni Settanta e Ottanta.

Ma non precorriamo i tempi e torniamo al periodo del Boom economico. La voglia di novità e di stupire con qualcosa di mai visto prima, ha il suo simbolo in questi anni nel Mercato Ipogeo, o sotterraneo come lo chiamano a Pavia. Alla fine degli anni 50 , piazza della Vittoria, prima piazza Grande, viene completamente sventrata per realizzare nel suo sottosuolo un vasto mercato destinato a sostituire quello all’aperto che esisteva da sempre in superficie. E’ a tutti gli effetti, il primo centro commerciale realizzato in Italia.

Nel 1961, la ditta di carpenteria metallica Zavattarelli, incaricata della realizzazione dei parapetti delle scale di accesso al nuovo mercato sotterraneo, completa la posa in pochi giorni prima della inaugurazione del complesso.Il mercato all’aperto in piazza della Vittoria rimane ben presto solo un ricordo, sostituito da quello in Piazza Petrarca, ancora oggi in attività.

Andare al mercato sotterraneo diventa un avvenimento, quasi un viaggio turistico. La severa piazza che aveva visto le esecuzioni del Tribunale dell’inquisizione, delle rivolte giacobine e, più di recente, la sede del comando della repubblica sociale fascista, si trasforma nel luogo del moderno commercio dello “struscio” cittadino.

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Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 14 Agosto 2024

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![Colpi di pistola sul Ponte Coperto, uccidono Ferruccio Ghinaglia - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Colpi%20di%20pistola%20sul%20Ponte%20Coperto%20uccidono%20%20Ferruccio%20Ghinaglia/Banner.jpg)

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Colpi di pistola sul Ponte Coperto, uccidono Ferruccio Ghinaglia

E’ la sera del 21 aprile 1921 quando Ferruccio Ghinaglia , giovane dirigente del Partito comunista pavese, sta attraversando il ponte Coperto. Ha appena partecipato a una riunione della Lega proletaria mutilati, da lui stesso fondata. Si sta avviando verso Borgo Ticino insieme ad alcuni compagni per presenziare alla riunione dei soci di una cooperativa. Appena alla riunione dei soci di una cooperativa. Appena al di là del ponte, davanti alla Casa Beretta, il gruppo viene investito da numerosi colpi di pistola. Una pallottola centra alla testa Ghinaglia che muore sul colpo .Ha poco più di vent’anni. A sparare sono stati i fascisti , che già da un paio di anni stanno alzando il tiro delle loro intimidazioni. Altre quattro persone restano a terra, ferite in modo grave. Il clima di concordia e tranquillità, che solo tre anni prima si respirava in città per la vittoria nella Grande Guerra ( il tributo di Pavia sarà alla fine di 518 caduti) è già un lontano ricordo.

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La notizia dell’assassinio fa il giro della città in pochi minuti, provocando proteste e indignazione. I funerali sono seguiti da migliaia e migliaia di lavoratori, operai, studenti. Ogni attività è sospesa in segno in segno di lutto. Lo squadrismo fascista, sempre più violento e arrogante, con l’omicidio di Ghinaglia fa il salto di qualità.

Ma è già da circa un anno che le camicie nere seminano distruzione e manganellate. E non solo in città. Quasi un mese prima dell’uccisione del dirigente comunista, il 19 febbraio 1921, appare il primo giornale fascista Il popolo. Poco dopo il Vogherese Augusto Palmarini viene nominato fiduciario dei fasci di combattimento per la provincia di Pavia. Dalle azioni delle squadre sono vittime anche i popolari, considerati nemici alla stessa stregua di comunisti e socialisti.

La reazione della sinistra è incerta ed esitante, come nota Mino Milani.

Sul selciato di piazza XXIV Maggio ci si trova di fronte a una lapide che ricorda un altro antifascista. E’ quella di Umberto Ceva. Ceva era un dirigente industriale che nel 1929 aveva aderito al movimento di Giustizia e Libertà mettendo a disposizione le sue competenze di chimica per la confezione di ordigni esplosivi per eventuali attentati contro i fascisti. La sua partecipazione attiva all’antifascismo dura appena un anno poiché nel 1930 viene arrestato assieme a Ferruccio Parri, e accusato dallo stesso capo della polizia fascista Arturo Bocchini di terrorismo per aver preparato la bomba che il 12 aprile 1928 aveva provocato una strage del passaggio del corteo reale, con una ventina di morti e numerosi feriti.

Il chimico pavese si suicida nella notte di Natale del 1930 nel carcere di Regina Coeli a Roma per non fare i nomi dei suoi compagni.

Il quartier generale dei fascisti è in località Tre Re, appena fuori città. Il punto è strategico, perché facilmente raggiungibile dalla Lomellina e dall’oltrepò. Pavia è presidiata dalle guardie regie , che tuttavia rimangono impassibili di fronte alla violenza delle camicie nere. I tempi sono difficili. La presenza sempre più estesa e radicata del movimento socialista pavese è avvertita come una minaccia dagli agrari, che , in difesa dei propri interessi, armano le squadre fasciste.

Tra il 1921 e il 1922 la provincia di Pavia è tra le più colpite dalla violenza delle camicie nere, che in una prima fase vengono schierate a protezione dei “crumiri” durante gli scioperi bracciantili. Nel ’21 iniziano gli assalti gli assalti e le devastazioni contro le Case del popolo, le sedi delle leghe e delle cooperative , e le aggressioni contro gli oppositori politici.

La situazione precipita l’anno dopo. Sindaco di Pavia è il socialista Alcide Malagugini.

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28 Ottobre 1922, giorno della marcia su Roma, una squadra fascista agli ordini di Angelo Nicolato si presenta nell’ufficio di Malagugini nella sede municipale del Mezzabarba, intimandogli di abbandonare la carica. Il giorno successivo il sindaco, dopo aver convocato il consiglio comunale, indirizza una lettera al prefetto di Pavia per comunicargli le dimissioni proprie, degli assessori e dei consiglieri di maggioranza per “l’impossibilità di svolgere qualsiasi efficace opera amministrativa sotto il nuovo regime che si è di fatto instaurato nel Paese”.

Di fatto, è la fine della democrazia in città. Pavia e Provincia si piegano al nuovo regime. Il ras indiscusso dei fascisti pavesi e regista dell’operazione è Cesare Forni. Lo stesso capo del fascismo gliene è riconoscente. L'anno è il 1921, Forni e mussolini sono amici e strettissimi alleati. Il ras lomellino è uno dei capibastone che serve al futuro duce per terrorizzare i *“sovversivi”*, socialisti, comunisti, dissidenti e normalizzare il nord.

Roberto Lodigiani sulla Provincia Pavese scrive di Forni *“ E’ proprio lui, alla guida delle Berrette Rosse, che di tale hanno solo il colore del copricapo, a guidare le squadre all’assalto dei Comuni e delle cooperative”*. Alla fine dell’Ottobre del ì22, mentre le camicie nere calano su Roma. Forni garantisce che il Settentrione resti saldamente sotto il tallone di mussolini. Dopo la presa del potere, è lui l’uomo forte del fascismo pavese. Davanti al ras sembra schiudersi un futuro radioso, che potrebbe portarlo ai vertici del regime. Ma così non sarà “Forni, che incarna gli interessi degli agrari, è ostile in particolare all’istituto delle corporazioni , nelle quali sarebbero dovuto confluire le rappresentanze paritetiche dei lavoratori e del padronato, ed esercitarsi la mediazione dello Stato – scrive ancora Lodigiani – né dall’altra parte vede di buon occhio la normalizzazione del fascismo e l’ingresso nel movimento di opportunisti dell’ultima ora e di personaggi, per quanto influenti, estranei a esso almeno fino al ’22””.

Il dissenso lo porta presto a scontrarsi con il segretario del partito Francesco Giunta, e la componente pavese a lui fedele, che fa capo ad Angelo Nicolato e al capitano Bisi.

Lo scontro esplode quando Forni commissaria la sezione ribelle di Vigevano e alla loro protesta sospende d’autorità per indisciplina i dirigenti pavesi; da Roma , a quel punto, decidono di mandare in riva al Ticino il vice segretario Attilio Teruzzi, che in sostanza dà ragione ai dimissionari e silura il ras mortarese. Forni Sdegnato lascia il partito e si appella alla base squadrista : con lui si schierano fra l’altro , il vogherese Varni e lo stradellino De Scalzi. In vista delle politiche del ’24, dà poi vita alla lista dei Fasci dissidenti, di cui è l’unico eletto alla Camera, dopo essere sopravvissuto alla selvaggia aggressione subita alla stazione Centrale di Milano a opera della stessa squadraccia (la *“Ceka fascista”*) del toscano Amerigo Dumini che assassinava Giacomo Matteotti.

Forni rimane ai margini durante il ventennio e morirà pochi giorni prima del 25 luglio del ’43.

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Pubblicato: 14 Agosto 2024

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Eroe per una notte, il tenore Fraschini contro gli austriaci

E i primi vagiti del Risorgimento.

Se si esce dal centro storico e ci si procede verso la parte occidentale della città, proprio nei pressi dell’attuale Borgo Calvenzano, incrociamo il Naviglio.

L’ultima parte di questo canale, ancora oggi indispensabile soprattutto per l’agricoltura, iniziato da Galeazzo II Visconti, viene proprio in questi anni portato a compimento dagli austriaci, nonostante l’ormai aperta ostilità di Pavia. Che l’aria sia irrespirabile per loro, lo hanno già capito da un pezzo.

La Restaurazione , dopo la bufera giacobina, lascia la città ancora più frustrata e arrabbiata. Lo dimostra la visita del nuovo imperatore Francesco I. Arriva a Pavia nel febbraio del 1816 e viene accolto con la massima freddezza non solo dei cittadini ma anche dell’autorità. Tra loro c’è Camillo Campari, ancora protagonista sulla scena politica della città. Ma sarà una delle ultime volte, perché Campari morirà di lì a poco.

L’imperatore, come ormai è consuetudine durante le visite illustri, prende dimora a Palazzo Botta. La sua presenza dura nemmeno mezza giornata, segno della reciproca diffidenza.

Ma la nuova dominazione asburgica lascia il segno, almeno sotto il profilo delle opere pubbliche. Una splendida stampa, conservata ai Musei Civici, in un’incisione di San Quirico – Lose, rappresenta perfettamente il giorno dell’inaugurazione dell’ultimo tratto del Naviglio.

Dall’attuale zona dello stadio c’è una lunga passeggiata che costeggia il corso d’acqua e arriva fino alla confluenza con il Ticino. Qui, il 16 agosto 1819, alla presenza dell’arciduca Ranieri, viceré del Lombardo – Veneto, si celebra l’apertura ufficiale. L’avvenimento suscita anche clamore e speranze, soprattutto nei commercianti, che dalla Via dell’Acqua si aspettano grandi cose. L’evento richiama una enorme folla , riscuotendo un po' i pavesi dal torpore in cui erano caduti a seguito del nuovo corso della storia.

Nell’incisione ai Musei Civici si vedono perfettamente le carrozze sulle sponde, le imbarcazioni addobbate, le scalinate, che oggi non ci sono più, a fianco del Naviglio che si getta dal Ticino.

Attorno, una folla festosa : dame con cappelli e ombrelli da sole , nobiluomini con bombetta e bastone, soldati a cavallo. Un’imbarcazione con la bandiera giallo-nera attende alla conca di Porta Stroppa, un’altra è alla conca dell’attuale Porta Garibaldi. Tuona il cannone. E stavolta , per fortuna, è caricato a salve.

Gli austriaci investono parecchio nei progetti fluviali. E’ sempre di questo periodo il tentativo di avviare , anche se con scarso successo, un servizio di vaporetto fra Pavia e Venezia. Ma lo sbocco del Naviglio in Ticino è anche teatro di un fatto di cronaca nera, che avrà risvolti politici.

Si resta ancora qui, in fondo alla confluenza, dove la vegetazione è folta e in alcuni punti impenetrabile, oggi come a quei tempi.

Nei mesi estivi fare un tuffo nelle verdi acque del Ticino è una tentazione. Oggi è vietato, ma nel 1825 è normale che i ragazzi si divertano a fare il bagno in questa zona.

E’ il 23 giugno del 1825, la temperatura estiva invoglia a bagnarsi. Carlo Capsoni è il fittavolo della Cascina del Sale che sorge proprio nell’attuale zona della darsena e che oggi non esiste più. Si reca indispettito dalla polizia asburgica e segnala il fatto che alcuni studenti stanno nuotando nel fiume, correndo poi nudi sui prati di sua proprietà. I gendarmi si recano sul posto e fermano nove giovani, condotti in caserma così come madre natura li ha fatti. La gendarmeria si trova in piazza della Legna, oggi Piazza Italia. La sede della questura è rimasta lì fino a pochi anni fa. Ci si trova, quindi, in pieno centro. Il gruppo passa per Strada Nuova, proprio davanti all’università. E’ un’umiliazione. Interviene anche il rettore, chiedendo la loro immediata liberazione.

Intanto si forma un capannello davanti alla caserma dei gendarmi. A gran voce la gente , soprattutto gli studenti, pretende il rilascio di nove ragazzi. La cosa avviene, in effetti, ma i giovani vengono fatti uscire da una porta di servizio. Prendono un vicolo, oggi cieco, detto Malora, una stradina fra piazza Italia all’attuale piazzetta Ferreri, che si affaccia in Viale Matteotti e si congiunge a Piazza Petrarca mediante un breve tratto. Proprio per questo, però. Nessuno se ne accorge, e la rabbia della folla aumenta. Vola qualche sasso ed è allora che i gendarmi aprono il fuoco per disperdere i manifestanti . Tre giovani vengono uccisi.

Il fatto passa alla storia come la strage degli innocenti. Non scoppierà alcuna rivolta vera e propria, ma l’insofferenza, se non l’odio, nei confronti del regime austriaco non si placherà mai.

Il terreno è ormai fertile perché anche Pavia conosca , seppure non in modo organizzato e tale da lasciare il segno, i primi vagiti della Carboneria. Nel 1832 l’ufficio postale del Gravellone viene setacciato alla ricerca di opuscoli della *“Giovane Italia”*, creata l’anno prima da Giuseppe Mazzini. La polizia austriaca, probabilmente informata da qualche delatore, fa irruzione. Di più. Il vice rettore del collegio Ghislieri, Tommaso Bianchi, viene denunciato e arrestato come sospetto simpatizzante del movimento. La sua morte , in carcere, desta profonda commozione.

“Davvero esiste una legge così immorale e barbara che impone di tradire il segreto confidato in conversazione da un mio giovane discepolo e amico?”, chiede il docente alla polizia che lo sta portando via.

*“Ebbene, anche se l’avessi saputo, non l’avrei mai osservata”*, è la temeraria replica di Ressi.

Solo per questo viene condannato al carcere duro, dove morirà di tisi nel 1822.

Dal 1831, anno della sua creazione, l’associazione guidata da Mazzini fa proseliti anche a Pavia- come sempre, è in ambito universitario che la fiamma del patriottismo si accende. Ma non solo. Vengono ricordati fra i ferventi mazziniani anche i fratelli Emilio e Paolo Marozzi, proprietari terrieri, Antonio Picchioni, ragioniere, Giovanni Danisi, biologo. Sono loro, quasi sicuramente, i primi mazziniani pavesi.

![giuseppe-mazzini-vita.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/giuseppe-mazzini-vita.jpg)

Opuscoli e fascicoli mazziniani circolano in diversi ambienti. Ma questo può costare molto, molto caro. Il rischio minimo che si può correre è l’arresto. E, in caso di condanna, la pena di morte. O lo Spielberg, celeberrimo carcere austriaco, oggi Repubblica Ceca, in cui verranno imprigionati decine di patrioti italiani.

Il più noto è Silvio Pellico, autore delle *“Mie Prigioni”*. Il quale , fra l’altro, è a Pavia qualche anno prima ma per tutt’altro motivo. Insieme a un altro illustre letterato, Vincenzo Monti, si era imbarcato sell’Eridano, un battello a vapore inglese che ha fatto scalo al porto di Pavia diretto a Venezia.

In questi anni il solco tra pavesi e austriaci è sempre più profondo.

Diventa simbolo , suo malgrado, della resistenza anti asburgica anche il grande tenore Gaetano Fraschini. E’ la notte del 23 aprile del 1839,quando il cantante esce dal Teatro dei Quattro Cavalieri di Strada Nuova, che poi verrà chiamato proprio con il suo nome. Fraschini è già noto in città per la sua carriera. E’ il tenore prediletto da Giuseppe Verdi. Dopo la rappresentazione è in compagnia di un paio di amici. I tre vedono ardere un grosso falò in piazza Loreto, oggi Piazza Petrarca. C’è un gruppo di ragazzi che sta bruciando il palco dove, nel pomeriggio, è stato esposto alla gogna un debitore. L’episodio che coinvolge Fraschini pare sia del tutto casuale, perché proprio mentre passa di lì giunge anche una pattuglia di gendarmi che, senza tanti complimenti, lo conduce in caserma insieme ai facinorosi. La notizia fa subito il giro della città, e il giorno dopo scoppia una piccola rivolta.

Fraschini viene rilasciato qualche ora dopo. La sera successiva è di nuovo sul palcoscenico dove, sotto gli occhi delle autorità, viene acclamato come simbolo della lotta anti-austriaca.

Gli Insubri e i loro alleati sono cancellati I legionari conquistano il primo castrum romano in terra pavese.

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Pubblicato: 14 Agosto 2024

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![Un Imperatore al Fraschini - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Un%20Imperatore%20al%20Fraschini/Banner.jpg)

## [ Un Imperatore al Fraschini ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/un-imperatore-al-fraschini)

Un Imperatore al Fraschini

E un cosacco russo sdraiato nel giardino di Palazzo Arnaboldi

Via Cardano, l’università, la Certosa. Da questi tre luoghi, in sintesi, passa la breve dominazione francese, quando anche Pavia entra a far parte della Repubblica Cisalpina nel maggio del 1799, dopo la nuova cacciata degli austriaci.

In via Cardano, proprio in questi convulsi giorni, Camillo Campari e altri notabili, divenuto nel frattempo i nuovi municipalisti, raccolgono le carte in molte antiche chiese soppresse creando il primo nucleo dell’archivio di Stato, che attualmente ha sede nell’ex convento San Maiolo.

Nella nuova amministrazione a tradizione giacobina non entra nessuno dei membri del club della giunta, per quanto l’ultima parola spetti ai francesi.

Mentre Pavia si lecca le ferite, Napoleone visita l’Università, scampata al saccheggio su sua precisa volontà.

Diverso destino, invece, per la Certosa. Il generale dà ordine di togliere dai tetti dell’abbazia il piombo per fonderlo e ricavarne proiettili. Ma non è l’oltraggio più grave che subisce il monumento: Proprio qui inizia quella consuetudine, accentuata negli anni a venire dalle truppe Napoleoniche, di portare vie opere d’arte e oggetti di pregio. Dalla Certosa infatti, spariscono una dozzina di quadri.

Innalzato di nuovo il grande albero della libertà, che questa volta più nessuno si azzarda a tirar giù, per le strade inizia ad apparire la bandiera cisalpina, cioè la nostra, con i colori bianco rosso e verde. E’ lo stesso Bonaparte, il 6 novembre 1797, a consegnarla a Milano alla neonata Legione Lombardia.

E’ sempre in questo periodo, esattamente l’anno successivo, che a Pavia nasce il primo foglio cittadino. Si chiama il Giornale di Pavia, stampato e diffuso dal titolare della centralissima libreria di Strada Nuova, di proprietà di Cappelli, giacobino della primissima ora.

**Ma la pace dura poco.**

Nell’aprile del 1799 gli austriaci riprendono l’avanzata , costringendo alla ritirata le truppe francesi. Che esattamente come pochi anni prima i nemici, abbandonano la città. Una sterminata quantità di carri, soldati, munizioni , cavalli, prende Porta San Vito, oggi Porta Milano, in direzione del capoluogo lombardo.

Il castello viene svuotato delle armi.

Quello che non si riesce a portare via , come la polvere da sparo, viene gettato nell’acqua del fossato.

Il mattino del 30 aprile , rieccoli gli austriaci , attraversare le porte della città al grido di *“evviva l’imperatore”*. A farne le spese è il solito, povero, albero della libertà. Questa volta abbattuto definitivamente.

Per essere sicuri che nessuno riprovi a fissarlo, cosa improbabile, visto l’ennesimo cambio al potere, la pianta viene bruciata fra il giubilo dei presenti.

Intanto il grosso delle truppe imperiali ripassa il Ticino e Gravellone, mettendosi all’inseguimento dei francesi. C’è però un battaglione che i pavesi, da decenni abituati a vedere divise di tutti i colori, non hanno mai visto all’opera: sono i cosacchi russi, giunti al seguito dei loro alleati asburgici.

Nella parte sud della città, molto vicini al Ticino, un dedalo di viuzze strette accoglie palazzi aristocratici, ancora oggi molto ben tenuti. Proprio in questa zona, a poche decine di metri da via Capsoni, la strada dedicata all’erudito pavese ucciso da una palla di fucile francese, c'è palazzo Arnaboldi

Ci si trova nell’attuale via Rocchetta. Il 7 maggio del 1799 vi soggiorna il generale russo Aleksandr Vasil’evic Suvorov. La sua cavalleria è composta da cosacchi e calmucchi, ancora armati di arco e frecce. Questi soldati, che vengono dalle lontane steppe orientali, già a Milano hanno dato prova del loro coraggio e soprattutto brutalità. Uccidono, rubano, stuprano come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Ma per fortuna Pavia cade senza nemmeno sparare un colpo. Quindi non serve la violenza.

Suvorov arriva in città e alloggia proprio nel palazzo di via della Rocchetta. E’ descritto dallo storico Luigi Fenini come un uomo picco, tutto nervi e con il volto rugoso, e i modi spasmodici. La prima cosa che fa, quando scende da cavallo, è abbracciare il primo che capita, cioè *“uno sbigottito carbonaio”*, e dopo aver arringato la scarna folla che si è radunata, inneggiando all’imperatore e allo zar, entra nel palazzo.

Pare che dopo aver cenato, questo rustico generale russo, non scelga il letto per dormire, ma il giardino all’esterno della piazza, dove si sdraia e si addormenta poggiando la testa alla sella.

I russi restano una decina di giorni in città. Del loro fugace passaggio resta una traccia: una tomba comune nel cimitero di San Lanfranco dove sono sepolti i caduti della campagna d’Italia.

Intanto il generale francese Massena sbaraglia gli austriaci e i russi a Zurigo, nemmeno un anno dopo l’arrivo del folkloristico generale cosacco a Pavia.

Il 9 e 10 novembre, in Francia, avviene il colpo di stato di Brumaio. Bonaparte viene nominato Primo Console. Inizia l’epopea napoleonica.

![18_brumaio_upscayl_4x_realesrgan-x4plus.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/18_brumaio_upscayl_4x_realesrgan-x4plus.jpg)

A Pavia si assiste al nuovo cambio della guardia. Il 2 giugno da Porta Ticinosette cavalleggeri, evidentemente conoscitori delle strade, percorrono al galoppo contrade dei Tre Collegi,l’attuale corso Cairoli. Qui, catturano un sottufficiale austriaco, insieme a sei soldati. Il bello è che , formalmente, la città è ancora sotto il controllo asburgico. Ma ancora per poco. L’ardita sortita convince la guarnigione ad affrettare i tempi della ritirata.

Il 4 giugno il generale Lannes entra in città.

Il 9, il primo console Bonaparte per la terza volta torna a Pavia. Questa volta ospite a palazzo Botta. Con la vittoria a Marengo, i francesi cacciano per qualche anno gli austriaci dall’Italia.

Pavia, per volere di Napoleone, si trasforma in una città militare.

Si possono seguire le tracce , allora, di questa decisione attraverso i luoghi. A San Pietro in Ciel D’oro, nel palazzo dei lateranensi, si formano gli artiglieri dell’esercito francese. A porta Milano , accanto all’ingresso in città, si vede una fonderia per la costruzione di cannoni. Passando da Porta Stoppa, si sentono gli spari provenienti dal poligono.

Già imperatore e re d’Italia, Napoleone tornerà a Pavia, per la quarta ed ultima volta, il 6 maggio del 1805, accolto dal rombo dei cannoni, dalle campane a martello e da una folla osannante.

Pavia ha circa 21 mila abitanti. Le sue strade sono ancora sterrate e fangose dopo le piogge e le nevicate. Lo è anche Strada Nuova, che sarà acciottolata solo nel 1810. Il buio, di notte, è pressoché totale. Solo nel 1813 appaiono i primi 20 lampioni. Nelle attuali via Cavallotti, via Ressi, via Mentana, via Teodolinda, via Mascheroni, corso Carlo Alberto ci sono cumuli di immondizia. Una accanto all’altra, convivono palazzi, chiese e casupole. Il Ticino è sempre pronto a far bella mostra della sua potenza. Nel 1802 una piena disastrosa spazza via tutto quello che trova.

Proprio da Borgo Ticino, la zona sempre più colpita , la coppia imperiale entra in città a bordo di una carrozza trainata da otto cavalli. Napoleone e la consorte Giuseppina sono diretti in quella che ancora oggi si chiama piazza Antonio Botta Adorno, a due passi dall’attuale Piazza Minerva. Napoleone pernotta nell’omonimo palazzo, sfarzosamente illuminato per l’occasione. Ancora oggi, con visita guidata, se ne può varcare la soglia e ammirare la stanza dove Napoleone e la consorte dormono durante il loro soggiorno. La sala presenta un arredo diverso, ma affreschi, stucchi e porte sono originali.

I Coniugi vanno al Teatro dei Quattro Cavalieri, cioè il Fraschini, ad assistere alle rappresentazioni che si svolgono in loro onore. L’imperatore dei francesi va anche all’università ad ascoltare alcune lezioni e qui incontra, e riconosce, Camillo Campari che gli aveva tenuto testa qualche anno prima.

Spesso le pagine della storia Europea girano velocemente. E con esse , quelle della città. Lo stesso Teatro Fraschini accoglierà, non più tardi di una decina d’anni dopo, gli ufficiali austriaci, ritornati di nuovo padroni del Lombardo Veneto e quindi anche di Pavia E qualche anno dopo le notti a palazzo Botta, l’ultima dimora di Napoleone sarà Sant’Elena.

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Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 13 Agosto 2024

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## [ Perché in Italia rispondiamo al telefono con “Pronto” ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/perche-in-italia-rispondiamo-al-telefono-con-pronto)

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*In Spagna, per rispondere al telefono, solitamente si utilizza il saluto “Hola”, analogamente a quanto avviene nel Regno Unito con “Hello” e in Germania con “Hallo”, “Ja” o “Guten Abend” (buonasera), a volte accompagnato dal proprio cognome se il numero chiamante non è conosciuto. In Italia, invece, la risposta automatica quando il telefono squilla è quasi sempre “Pronto”, spesso pronunciato con tono interrogativo. Sebbene non sia chiara l’origine precisa di questa abitudine, nel tempo sono state formulate diverse ipotesi, tra cui quella più diffusa, che la lega al funzionamento dei vecchi centralini.*

Oggi, i telefoni fissi con filo e cornetta sembrano strumenti d’altri tempi, ma fino agli anni Settanta, prima dell’introduzione dei prefissi telefonici, era necessario passare attraverso un centralino per effettuare chiamate interurbane o internazionali. Per parlare con una persona in un’altra città, bisognava chiamare un numero al quale rispondeva un addetto (spesso una donna), che prendeva nota del numero da chiamare e si collegava a sua volta a un altro centralino. Solo dopo questo passaggio, chi telefonava poteva parlare liberamente con l’interlocutore.

Questo sistema era simile anche agli albori della storia del telefono, un’invenzione contesa, perfezionata dal tedesco Philipp Reis, dall’italiano Antonio Meucci e dallo scozzese Alexander Graham Bell, che fu il primo a brevettarla nel 1876. In origine, le linee telefoniche collegavano solo due apparecchi, e per parlare con qualcun altro era necessario l’intervento di un centralinista, che smistava manualmente le chiamate collegando cavi a uscite specifiche su appositi pannelli, simili a quelli che si possono vedere in documentari, film o serie TV come “Mad Men”, ambientata a New York negli anni Sessanta.

*Secondo l’ipotesi più accreditata, in Italia l’operatore del centralino, dopo aver collegato i cavi correttamente, diceva “Pronto” per indicare che il collegamento era stato effettuato e che la linea era pronta per permettere la conversazione tra le due persone. Questa ricostruzione è citata anche dall’Accademia della Crusca, che spiega come l’evoluzione etimologica di “Pronto” in una formula di saluto telefonico «deriva dall’avviso che il collegamento era pronto».*

![cq5dam.thumbnail.cropped.750.422.jpeg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/cq5dam.thumbnail.cropped.750.422.jpeg)

È probabile che anche chi riceveva la telefonata abbia iniziato a dire “Pronto”, sia per verificare l’avvenuto collegamento, sia per confermarlo, avviando così la conversazione. In questo contesto, la parola usata per accertarsi che c’era linea è entrata nell’uso comune come risposta abituale, con alcune variazioni, come “Pronti” o “Sì, pronto”. Un’altra ipotesi sostiene che questa abitudine derivi dal fatto che i primi a utilizzare il telefono in Italia furono funzionari pubblici, vigili del fuoco e forze dell’ordine, persone che per necessità dovevano comunicare rapidamente e farsi trovare pronte a ricevere ordini e ad eseguirli. Da qui, l’uso di “pronto”.

L’Italia non è comunque l’unico paese in cui si utilizza questa espressione: in Brasile, la formula più diffusa per rispondere al telefono è “Alô”, ma in alcune zone del sud si può sentire lo stesso “Pronto”, probabilmente a causa dell’immigrazione italiana tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento. In Messico, solitamente si usa “Bueno” per ragioni simili a quelle che hanno diffuso il “Pronto” in Italia, ossia per indicare che il collegamento telefonico è funzionante.

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Pubblicato: 13 Agosto 2024

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![Un giro fuoriporta: La preistoria del pavese - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Un%20giro%20fuoriporta%20La%20preistoria%20del%20pavese/Banner%201.jpg)

## [ Un giro fuoriporta: La preistoria del pavese ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/un-giro-fuoriporta-la-preistoria-del-pavese)

UN GIRO FUORI PORTA : LA PREISTORIA DEL PAVESE

Si prende l’auto per una gita fuori porta. Si percorrono le strade provinciali che portano verso il Pavese prima, e l’Oltrepò poi, significa incontrare soprattutto camion e tir che entrano ed escono dalle decine di logistiche sorte come funghi negli ultimi vent’anni. Oggi corrono bisonti della strada, ma ieri erano i mastodontici animali selvaggi a scorrazzare su e giù per la bassa.

Si giunge ad Arena Po. E si dà un balzo indietro appena dopo il primo periodo Quaternario.

Alla fine di questa era, si sono alternate glaciazioni a clima rigido e interglaciazioni a clima mite, con conseguenti avvicendamenti di flora e fauna Il piccolo borgo medievale, il cui cuore è l’antico castello del XIV secolo, e che dorme placido ai piedi del Po, è abituato da millenni ai capricci del grande fiume , che ogni tanto lo invade. Ogni anziano , seduto ai tavolini del bar della piazza, ha un suo racconto, un suo ricordo ancora oggi legato a quelle acque inquiete e imprevedibili, pronte ad invadere le strade in una sola notte. O pronte a ritirarsi per reti nelle stagioni secche e siccitose.

Ed è proprio che il paese deve le scoperte più importanti in fatto di ritrovamenti di elefanti e di un passato remotissimo legato alla presenza di questi enormi animali.

E’ il 1926 e Plinio Patrini pubblica un articolo sulla rivista italiana di paleontologia. E per capire quanto siano interessanti i suoi studi, basta già il titolo *“I mammiferi di Arena Po”*.

E’ ben nota la ricchezza in fossili di grossi mammiferi dei giacimenti di Arena Po e Portalbera, dove la corrente del Po ha subito, e in parte subisce ancora, un marcato rallentamento di flusso. Ecco allora affiorare in alveo , al di sotto della coltre alluvionale, le rocce marine del substrato, quelle più resistenti all’erosione, che hanno contribuito *“ad arrestare i cadaveri dei grossi mammiferi travolti dalle piene, oppure i resti asportati dalla loro primitiva giacitura”*.

**La scoperta è eccezionale.**

Emergono i resti di 17 specie: quattro sono di elefanti, tra le quali un mammut (risalente al periodo più freddo) e gli elephans antiquus, vissuto invece in un periodo più caldo. E ancora, le sabbie del Po restituiscono fossili di tre specie di cervi diversi, un’alce, un bisonte e un uro ( cioè l’antico antenato del bue) un bue, un ippopotamo e un rinoceronte.

![1497351775-mammut.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/1497351775-mammut.jpg)

Fra i resti, anche un cane e persino ossa umane. Sono risultati invece precedenti al Pleistocene superiore ( fra i tre milioni e i 12 mila anni fa) i reperti di elefanti di specie non precisata trovati nella zona di Portalbera: mammut, uri, rinoceronti.

Resta difficile, come sempre la preistoria di questi luoghi, avere una definizione esatta dell’ordine cronologico e ambientale. Si ritorna allora verso Pavia, ripercorrendo le lunghissime provinciali, che tagliano in due i campi di mais e risaie.

E’ ancora sotto gli occhi dell’osservatore contemporaneo , oggi, con il suo territorio piatto e uniforme , la traccia di quel mare padano risalente a qualche milione di anni fa. Bisogna ignorare le cascine , i trattori, i capannoni,le logistiche. E bisogna immaginare al loro posto piccoli gruppi di uomini e donne, raggruppati in minuscoli villaggi sparsi nella foresta, o nella tundra, a seconda del periodo storico in cui sono vissuti. In epoca recente , i ritrovamenti (sempre casuali purtroppo) portavano alla luce gli strumenti che dovevano essere serviti a quell’epoca ai primi abitanti della zona. A Pieve Porto Morone , a 25 chilometri da Pavia, o Gerenzano a Zerbo, sempre Plinio Patrini ricorda tracce di *“strumenti di pietra lavica"* come asce, da collocare presumibilmente fra il Neolitico e le fasi avanzate dell’età del bronzo.

Gli insediamenti in questa terra ricca di acque , foreste e animali, si moltiplicano

I tempi tumultuosi delle ere preistoriche lasciano il posto a periodi in cui la terra pavese , poco a poco, prende la forma che la caratterizza in seguito.

Inizia la storia dei primi popoli di cui le fonti recano tracce finalmente inconfutabili.

**Inizia la storia di Ticinum.**

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Pubblicato: 12 Agosto 2024

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![Prima di Roma: dalla leggenda alla storia - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Prima%20di%20Roma%20dalla%20leggenda%20alla%20storia/Banner.jpg)

## [ Prima di Roma: dalla leggenda alla storia ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/prima-di-roma-dalla-leggenda-alla-storia)

PRIMA DI ROMA: DALLA LEGGENDA ALLA STORIA

Bisogna fare ancora un piccolo salto indietro nel tempo , prima ancora della Ticinum romana. Si parte non già dalla storia ma dalla leggenda . Opicino de Canistris racconta che il luogo in cui sorge Pavia non viene indicato dall’uomo ma dalla volontà divina.

Precisamente a Santa Sofia dove, effettivamente , sono state scoperte tracce di insediamenti preistorici. Ma poi, scrive ancora Opicino, una colomba volò nel punto in cui il destino effettivamente volle che la città edificasse: cioè dove oggi c’è la chiesa di San Tommaso. Sin qui la leggenda.

Ma a costruire , attorno al 400 a.C. le prime capanne che poi si trasformarono in villaggi, sono due tribù : I Marici e i Levi. Invasori celti i primi, di origini ligure i secondi.

Per capire meglio chi sono, si va a fare una passeggiata in quello che oggi è considerato il polmone verde della città: Il Parco della Vernavola. Ci si trova, qui, molto più a Nord rispetto al Ticino , fuori di qualche centinaio di anni più tardi, sarà il fulcro del MUNICIPIUM.

Ancora oggi questa parte della città si perde nel verde della periferia. Nel parco scorre una roggia, la Vernavola appunto, da cui il suo nome. Il piccolo corso d’acqua , è lungo circa 15 chilometri , da San Genesio arriva a Pavia, e costeggia la zona est, confluisce poi nel Ticino.

Poco più avanti, invece, c’è un altro fiumiciattolo ben conosciuto dai pavesi anche perché oggi costeggiato da piste ciclabili dove poter fare footing e passeggiate: Il Navigliaccio.

Il canale viene fatto costruire nel 1359 da Galeazzo Visconti tra Pavia e Milano con la funzione di canale irrigatore destinato a portare l’acqua al parco delle Vernavola.

Ed è proprio fra questi due corsi d’acqua che viene ricordata la presenza degli originari abitanti di Pavia.

Anche gli storici Plinio e Polibio ne parlano nelle loro opere. Molto probabilmente Marici e Levi si mischiano, ma entrambi mantengono un rapporto di sudditanza nei confronti dei potenti insubri, numerosi e agguerriti, che invece si sono stanziati una quarantina di chilometri più a nord, a Mediolanum, oggi Milano.

A capo dei guerrieri venuti dal freddo, c’è un condottiero che passerà alla storia. E’ Brenno , l’insolente principe che gettando la spada sulla bilancia su cui si stava pesando l’oro per il riscatto di Roma, secondo la leggenda pronuncia la frase *“Vae Victis”*, guai ai vinti. E’ il 27 luglio del 390 a.C.

Più di un secolo dopo, Roma decide di chiudere la partita con i nemici che sono arrivati ad un passo dal cancellarli dalla storia. E lo fanno a loro modo, colpendo gli avversari al cuore. Cioè a casa loro . Levi e Marici , sono a fianco degli Insubri, se non altro per convenienza. La battaglia decisiva si svolse a Clastidium (oggi Casteggio , 25 chilometri a sud di Pavia ) nel 223.

Gli Insubri e i loro alleati sono cancellati I legionari conquistano il primo castrum romano in terra pavese.

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Pubblicato: 12 Agosto 2024

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![Il terrore di Annibale, la difesa di Scipione. Nasce il ponte (S)coperto - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Il%20terrore%20di%20Annibale%20la%20difesa%20di%20Scipione.%20nasce%20il%20ponte%20scoperto/Banner.jpg)

## [ Il terrore di Annibale, la difesa di Scipione. Nasce il ponte (S)coperto ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/il-terrore-di-annibale-la-difesa-di-scipione-nasce-il-ponte-s-coperto)

IL TERRORE DI ANNIBALE, LA DIFESA DI SCIPIONE. NASCE IL PONTE (S)COPERTO

Oggi è facile passare da un lato all’altro della città.

Il ponte coperto , simbolo della Pavia moderna, collega il centro storico con il Borgo Ticino, quartiere caratteristico e pittoresco per le sue case basse e colorate che si affacciano sul fiume. Ma quando Publio Cornelio Scipione , comandante delle legioni che stanno cercando di fermare l’avanzata di Annibale, arriva sulle rive del Ticino nell’estate del 218 a. C. si trova subito di fronte a un problema.

Arriva da Placentia,l’attuale Piacenza, e deve organizzare la difesa contro l’invasore, come racconta lo storico Livio.

L’acqua è alta, la corrente è forte. Il console romano cerca un punto per attraversare il fiume.

Una volta giunto a Ticinum, fa costruire un ponte di barche, con ogni probabilità proprio nel luogo della futura Ticinum. Lo scrive Emilio Gabba, studioso pavese di fama internazionale, nato nel 1927 e morto nel 2013, esperto soprattutto di Storia romana) nel suo lungo excursus nella storia di Pavia,l’età antica dal titolo “Ticinum, dalle origini alla fine del III secolo d.C.” citando lo storico greco Polibio.

Scipione ha vanamente cercato di bloccare sul Rodano la marcia del temibile condottiero cartaginese Asdrubale Barca,fratello di Annibale, sceso nella penisola italica attraversando le Alpi, contro ogni previsione e logica.

Annibale ha già battuto le popolazioni galliche, che sono passate al nemico in un batter d’occhio.

![02.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/02.jpg)

La situazione , quando il padre del futuro Scipione l’Africano arriva in riva al Ticino, è drammatica per Roma. Fatto costruire il ponte, varca il fiume e vi costruisce un castellum,che, secondo Gabba potrebbe essere proprio il più antico nucleo della città.

Poi prosegue la marcia verso la Lomellina.

Ma si lascia per un attimo il passo cadenzato delle legioni stremate e impaurite dalla marcia trionfale di un nemico che sembra imbattibile.

E’ ottobre inoltrato. Si seguono i soldati, partendo con l’auto dalla larga strada del Lungo Ticino Sforza, anticipando le truppe di Scipione che vanno incontro al proprio destino. Si prende la statale 596 e si procede su questa strada lunga e diritta che taglia in due i campi di mais e riso.

Dopo 30 chilometri si giunge a Lomello.E’ proprio in questo piccolo paese di poco più di duemila abitanti oggi, in mezzo alla campagna pavese, che le truppe si Scipione e Annibale si scontrano in quella passata alla storia (impropriamente) come la battaglia del Ticino.

E’ il primo scontro fra i due eserciti. Gli altri saranno, come si impara sui banchi di scuola, sul Trebbia e sul Trasimeno. Con esiti tragici per i Romani. I contingenti celtici al servizio dei Romani fuggono, le popolazioni galliche della zona passano dalla parte di Annibale. Lo stesso Scipione, ferito, è costretto a fuggire. E torna sulle sponde del Ticino.

Le truppe sono decimate e sfiduciate. Indugiano davanti a quello che oggi è il ponte coperto.

Al console romano, e a quello che resta del suo esercito, non rimane che passare dall’altra parte del fiume e distruggere il ponte, tornando verso Piacenza.

E’ proprio questo luogo, dove molto più tardi, verrà costruito un nuovo ponte,a segnare il primo incontro fra gli abitanti del Tevere e quelli del Ticino.

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Pubblicato: 09 Agosto 2024

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TICINUM CAPITALE : LA ZECCA DI AURELIANO

Nel centro storico, esiste un tratto che collega l’attuale piazza della Vittoria con Strada Nuova: è via Zecca il nome non è casuale.

Proprio qui nel 274 d. C., l’imperatore Aureliano decide di battere la moneta dell’Impero.

Come sempre, non esistono, secondo le fonti, tracce archeologiche di questo importante momento storico per la città.

Bisogna fare un passo indietro e andare a 500 chilometri di distanza. A Roma, precisamente. Da Augusto in poi, per circa due secoli, la coniazione della moneta fu assicurata quasi esclusivamente dalla zecca dell’Urbe. Fu sotto Settimio Severo, con le prime avvisaglie di crisi, attorno al 194 d.C., ad affacciarsi la necessità di battere moneta anche nelle province dell’impero, travagliato da guerre esterne e civili, con la necessità di pagare i soldati il prima possibile.

![aureliano.png](https://spendiamo-a-pavia.it/images/aureliano.png)Con il regno di Aureliano (270-275 d.C.) uno di questi centri dove si batte la moneta viene creato a Mediolanum.

Lo storico inglese Michael H. Crawford ritiene così affascinante l’ipotesi da scrivere un libro che si intitola proprio “La zecca di Ticinum”. Rimangono oscure le ragioni per cui, dopo la riforma monetaria,Aureliano decide di trasferire la zecca a Ticinum, scrive Crawford. Ma lo fa.

Il periodo aureo delle monete “made in Ticinum” è fra il 274 e il 285. Vengono coniate per quasi un cinquantennio in un edificio di questa piccola strada nel cuore della città, con continuità: monete di rame e saltuariamente d’oro e d’argento , ma i quantitativi limitati.

Secondo Mino Milani, i Ticinesi riconoscenti gli dedicarono la statua *“del muto dall'acciaio al collo”,* oggi visibile ai Musei Civici.

Val la pena spendere due parole a proposito di quest’opera da cui prende anche nome una strada. Passeggiando per corso Cavour, si incontra la via con questo nome bizzarro. E’ intitolata a una statua celebrativa del I secolo d.C. raffigurante un uomo avvolto in una toga, di cui un lembo forma un panneggio sul petto simile a una matassa (accia). La statua fu fatta inserire da Teodorico all’interno di Porta Marica, l’ingresso occidentale della città. Secondo la leggenda, un giovane pescatore aveva ereditato dal padre una rete fatata che pietrificava tutto ciò che toccava. Il giovane,per non svelare la magia, usciva di notte e dalla barca gettava la rete in Ticino, pietrificando così tutti i pesci che la rete toccava. Una volta colma tornava a riva dove, tolti i pesci dalla riva, si rianimavano. La gente ogni giorno accorreva per vedere l’enorme quantità di pesce pescato e , fra la folla, capitò anche la figlia di un centurione romano. Il giovane pescatore e la ragazza presto si innamorano, purtroppo, contro il volere della matrigna di lei. I giovani cominciarono così a vedersi di nascosto ma la matrigna, sospettosa, un bel giorno, seguì di nascosto la fanciulla. Trovò così i due giovani proprio sulla sponda del Ticino e ,avvicinata, si fece riconoscere. Con una rapida mossa il giovane pescatore lanciò sulla donna la rete magica e di colpo il suo corpo si trasformò in statua, cadendo rovinosamente a terra e rotolando verso l’acqua, attorcigliandosi la rete attorno al collo. I due giovani fuggirono in barca illuminati dalla luna. La leggenda narra sia stato il padre del giovane a trasportare la statua nel centro del fiume, cancellando le sembianze affinchè, anche se trovata, non potesse svelare la propria identità. Temo dopo la statua fu ripescata. Trovata con ancora la rete arrotolata al collo la chiamarono il Muto Dell’accia al collo.

![zecca5.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/zecca5.jpg)

Ma si torni ora alla zecca. In città il conio rimane fino al 327, quando l’imperatore Costantino trasferisce il personale a Costantinopoli, lasciando attiva solo la zecca di Aquileia. Ma non è la fine della zecca di Ticinum. La sua riapertura è da considerarsi certa durante la guerra greo-gotica e precisamente negli anni dal 539 al 553.

L’avvento dei Longobardi in Italia nel 568 e l’insediamento della capitale a Ticinum nel 572 a opera di Alboino, risolleva le sorti dell’antica colonia romana. E’ così che viene aperta una nuova zecca reale, quella del regno Longobardo. Le monete coniate sono di tipo bizantino con al rovescio la Vittoria alata. Sono anonime o coniate col nome dell’imperatore d’oriente.

Con Ariperto I ha inizio la monetizzazione con il nome del re longobardo; con Cuniperto nel rovescio della moneta San Michele prende il posto della Vittoria.

Solo con Desiderio compare il nome della città: Flavia Ticino. Con Carlo Magno e la caduta del regno longobardo nel 774 si passa, gradualmente, dal sistema monetario basato sull’oro a quello carolingio in argento. E’ da questo momento che sulle monete compare il nome della città:Papia, da cui, secondo tradizione, deriva il nome odierno della città.

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Pubblicato: 09 Agosto 2024

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L'Angelo della peste di Via Gatti

Il **680** viene ricordato nella storia come l’anno della terribile pestilenza. Ticinum, già provata da decenni di incursioni barbare, assedi, distruzioni di edifici romani, si trasforma all'improvviso in una città fantasma.

![20180710_194526.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/20180710_194526.jpg)

Il regno Longobardo volge al termine, per quanto ci sarà ancora un grande sovrano capace di ritardare (ma non bloccare) il tramonto di questa civiltà: Liutprando.

Per tre mesi, da luglio a settembre, strade, vicoli e piazze sono deserte. A descrivere l’aspetto apocalittico in cui versa la capitale dei discendenti di Alboino, è. Ancora una volta , Paolo Diacono. *“Tutti i cittadini erano fuggiti, chi sulle cime dei monti, chi altrui luoghi: nelle vie crescono erbacce e cespugli”.*

Si provi ad immaginare come apparire Strada Nuova, Corso Cavour, Via Mazzini, in questi terribili giorni. Negli angoli delle strade ci sono moribondi , con sintomi della *“Morte Nera”*: i loro volti sono sfigurati dalla sofferenza, bubboni e pustole segnano tutto il corpo, scosso da fremiti di febbre. Cadaveri di uomini e animali vengono lasciati lì per giorni, favorendo ancora di più la diffusione dell’epidemia. *“Allora molti videro l’angelo del Bene e quello del Male vagare per la città – racconta ancora Diacono – E quante volte per ordine del primo, il secondo colpisce con il suo grosso spiedo, tanti in quella casa sono destinati, il giorno dopo a morire”.*

Credenze popolari,superstizioni e fede si mischiano insieme , come sempre avviene quando una catastrofe colpisce una comunità. Oggi c’è ancora il simbolo di quei mesi terribili di oltre 1500 anni fa. E non ci si farebbe caso se non si alzasse il naso all’insù, facendo una passeggiata proprio in strada nuova. Bisogna fermarsi in Via Bernardino Gatti. E’ uno stretto budello che porta verso il Duomo..

Sulla casa dell’angolo, si vedrà murata lassù la figura di un angelo. Mai nessuno, però, ha spiegato se si tratta di quello del Bene e di quello del Male.

**Di certo si sa solo che messo in ricordo di quei giorni di morte e paura.**

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Pubblicato: 08 Agosto 2024

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