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![zuppa-alla-pavese-la-nobilta-della-cucina-povera-lombarda](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Curiosita/SPendiamo%20a%20Pavia%20_%20Banner-4.png)

## [ Zuppa alla Pavese: la nobiltà della cucina povera lombarda ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/zuppa-alla-pavese-la-nobilta-della-cucina-povera-lombarda)

Dalle cascine della Lomellina alla tavola dei re: storia, leggenda e ricetta di un piatto semplice ma ricco di tradizione.

**![zuppapavese.png](https://spendiamo-a-pavia.it/images/zuppapavese.png)Zuppa alla Pavese: un piatto povero dalla storia nobile**

## Un'antica ricetta nata nel cuore della Lombardia

La **Zuppa alla Pavese** è uno di quei piatti che raccontano la storia e la cultura del territorio da cui proviene. Tipica della **Lomellina**, una zona agricola nei dintorni di **Pavia**, questa zuppa è l’emblema della **cucina contadina**, semplice ma ricca di significato, e custodisce una leggenda affascinante che la lega alla figura di **Francesco I di Francia**.

## La leggenda della nascita

Secondo la tradizione, la zuppa alla pavese nacque nel 1525, durante la **battaglia di Pavia**, quando il re di Francia **Francesco I**, sconfitto e affamato, si rifugiò in una cascina della zona. La contadina, con i pochi ingredienti che aveva a disposizione — **pane raffermo, uova e brodo** — preparò una pietanza calda e nutriente. Il re, pare, ne fu talmente colpito che ne parlò a corte, contribuendo a diffondere la ricetta.

## Ingredienti semplici, gusto autentico

La Zuppa alla Pavese è un perfetto esempio di **cucina povera**, in cui nulla viene sprecato. Gli ingredienti principali sono:

- **Fette di pane raffermo**
- **Uova fresche**
- **Burro**
- **Brodo di carne** (preferibilmente di manzo o cappone)
- **Formaggio grattugiato** (come Grana Padano o Parmigiano Reggiano)
- **Sale e pepe**

## La preparazione

La ricetta è facile, ma richiede attenzione ai tempi di cottura:

1. Si tosta il pane nel burro, rendendolo dorato e croccante.
2. Si dispone ogni fetta in una scodella o piatto fondo resistente al calore.
3. Su ciascuna fetta si rompe un uovo, facendo attenzione a non rompere il tuorlo.
4. Si versa lentamente il brodo bollente sopra l’uovo, in modo che si cuocia solo leggermente con il calore del liquido.
5. Si completa con una spolverata di formaggio grattugiato, sale e pepe.

Il risultato è una zuppa calda e sostanziosa, in cui il tuorlo rimane morbido, il pane si ammorbidisce assorbendo il brodo, e il formaggio lega il tutto con una nota saporita.

## Un piatto da riscoprire

Oggi la Zuppa alla Pavese è poco conosciuta al di fuori della Lombardia, ma resta un **simbolo di autenticità e tradizione**. È perfetta per le stagioni fredde, ma anche come comfort food in ogni momento dell’anno.

La sua forza sta nella **poesia della semplicità**: pochi ingredienti, tanta storia, e un sapore che racconta secoli di vita contadina e di ospitalità.

## Curiosità

- Esiste anche una versione con **pane fritto** o **cotto al forno** per renderlo più croccante.
- Alcuni aggiungono un pizzico di **noce moscata** per arricchirne l’aroma.

La Zuppa alla Pavese è un piatto da riscoprire e valorizzare, perfetto per chi ama la cucina tradizionale e i sapori genuini.

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 04 Agosto 2025

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![I covi di Scarenzio e Galleria Manzoni: Pavia la città dormitorio delle BR - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/I_covi_di_Scarenzio_e_Galleria_Manzoni/D80A99AD-4070-4B80-ADA7-E6E95355E5F0%20copy.jpg)

## [ I covi di Scarenzio e Galleria Manzoni: Pavia la città dormitorio delle BR ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/i-covi-di-scarenzio-e-galleria-manzoni-pavia-la-citta-dormitorio-delle-br)

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La prima pista che collega Pavia al terrorismo parte da Roma. Ovvero dal sequestro di Aldo Moro. Nella seconda foto che ritrae il presidente della Democrazia cristiana prigioniero delle Brigate Rosse c’è una copia di Repubblica. Il giornale, si scoprirà poi, è di un abbonato della provincia di Pavia. Ma non è un caso che nelle mani dello statista ,ostaggio nel covo di via Montalcini, ci sia un quotidiano proveniente da Pavia. Ci sono tre nomi che legano infatti la città alle Br: Elfino Mortati, Fabrizio Pelli e soprattutto Renato Longo. E’ l’intuito di Ettore Filippi, capo della squadra mobile di Pavia, a mettere insieme i primi tasselli che lo porteranno all’arresto del capo storico della Brigate Rosse, Marino Moretti. Sarà lo stesso Filippi, il **4 aprile 1981** a tirargli le manette intorno ai polsi a Milano. Ma la sua cattura nasce a Pavia.

Si torna allora in città. Alla stazione, per la precisione. Il primo campanello suona in una famosa giornata di giugno del **1980**. Su segnalazione dell’Antiterrorismo di Roma, Filippi e altri agenti bloccano, appena sceso dal treno , il brigatista Elfinio Mortari, ricercato per l’omicidio di un notaio a Prato. Insieme a lui , una coppia di Roma. Non si sa perché siano proprio a Pavia. Si sa solo che la loro destinazione finale doveva essere Milano. Ma per non ci vuole molto a capire che Pavia potrebbe essere il luogo ideale per non dare nell’occhio. Lo sanno bene i terroristi delle colonne milanesi che , scoprirà più tardi il capo della squadra mobile, scelgono la città in riva al Ticino come base logistica proprio per il basso profilo. Via Scarenzio è quanto di più anonimo ci possa essere in una città. E’ in periferia , a due passi da viale Cremona, direzione sud. Basse palazzine con giardinetto, nulla sopra le righe.

**E’ il posto perfetto per un covo.**

La scoperta, come spesso accade, è casuale. In una villetta, durante le vacanze di Natale 75, si rompe una tubatura. Nell’abitazione vive una coppia di studenti insospettabili. Il fabbro per entrare nell’alloggio deve chiamare la volante e, mentre l’artigiano ripara la tubatura, gli agenti vedono materiale con la stella Br a cinque punte. Subito chiamano il dirigente dell’ufficio politico della questura Michele Cera. Scattano appostamenti e alla vigilia di Natale si arriva alla cattura di Fabrizio Pelli. Perché i brigatisti scelgono Pavia come dormitorio?

*“Gli universitari nelle case in affitto cambiano continuamente. Quattro sconosciuti che vivevano in maniera regolare passavano dunque inosservati. A Pavia, però, certe cose si udivano. I primi discorsi sulla “rivoluzione armata"*, ricorda Filippi in un’intervista del 2007 alla Provincia Pavese – mi dicevano i colleghi dell’ufficio politico della questura, erano stati sentiti nell’ambiente dell'Autonomia.

Indagando sulle circostanze dell’affitto di via Scarenzio, spiega ancora Filippi, viene fuori il meccanismo con cui le Br prendono in affitto gli appartamenti. Da quel momento l’Ufficio politico manda l’ispettore Quassolo a verificare la regolarità della documentazione presso tutte le agenzie immobiliari”.

Spostiamoci ora dall’altra parte della città, sempre in periferia: Galleria Manzoni, a ridosso dell’omonima via. Anche in questo caso portoni anonimi, frammentati da negozi. Gente qualunque , persone tranquille. Nulla di appariscente, tutto normale. Qui viene scoperto il secondo covo. *“Attraverso questi controlli emerge che in Galleria Manzoni, c’è un appartamento con le caratteristiche che servono ai brigatisti, affittato con documentazione fasulla.* – ricorda ancora Filippi – *E’ la prova che conferma Pavia come dormitorio dei brigatisti”.*

Ma la figura chiave grazie alla quale la polizia arriva a Moretti e a Enrico Fenzi *(il primo capo militare e il secondo capo ideologico delle Br)* è Renato Longo. Moretti e Fenzi in questo periodo lavorano alla ricostruzione di una colonna milanese ortodossa delle Br. A Pavia vive sotto falso nome, perché ricercato, l’ ex studente universitario Renato Longo, di Asti.

Il giovane fa il pendolare con Milano per seguire il corso di addestramento per brigatisti tenuto dai due leader. Longo viene riconosciuto per strada dall’ agente Congestrì, che lo porta in questura. Dal suo documento falso la squadra mobile viene a sapere che è già stato controllato in un appartamento di Corso Manzoni. I poliziotti vanno nel suo alloggio e ci trovano il materiale delle Br. *“Allora trattammo con lui la cattura di Moretti e Renzi"*, spiega Filippi.

Il **4 aprile 1981**, a Milano, i due brigatisti vengono arrestati in via Cavalcanti mentre si stanno recando all’appuntamento con altri aspiranti terroristi. Alle Brigate Rosse viene inferto un colpo mortale. Anche Pavia, seppure solo indirettamente, viene macchiata di sangue. Il sangue è quello di Luigi Marangoni, direttore sanitario del policlinico di Milano. Pavese di nascita, Marangoni da anni si è trasferito nel capoluogo lombardo per lavoro.

Bisogna fare un salto indietro di qualche mese, qualche settimana prima della cattura di Moretti. Sono le 8.20 del **17 febbraio 1981**, quando Marangoni esce dalla sua abitazione di via don Gnocchi 4 , a Milano. Come tutte le mattine, è a bordo della sua automobile e sta per recarsi all’ospedale. Ad attenderlo, appostate, ci sono 4 persone armate di mitra e bastoni acuminati. Bloccano la vettura e aprono il fuoco, crivellando di colpi il corpo di Marangoni prima di fuggire a bordo di un’auto. Nelle vicinanze un funzionario di polizia e il suo autista a bordo di un'auto della polizia con targa civile sono richiamati dagli spari e dopo un breve inseguimento ingaggiano uno scontro a fuoco con i brigatisti senza tuttavia riuscire a fermarli. Il medico agonizzante viene trasportato d’urgenza al policlinico di Milano, lo stesso ospedale di cui è direttore sanitario, e dove muore poco dopo. L’omicidio è rivendicato dalle Brigate Rosse, colonna Walter Alasia, con una telefonata al quotidiano La Repubblica.

Si chiude così tragicamente a soli 44 anni , la vita e la brillante carriera di Luigi Marangoni, nato a Pavia nel **1937**, medico e dirigente dell’importante ospedale milanese, che lascia la moglie Vanna Bertelè e due figli, Francesca e Matteo.

La condanna a morte è arrivata dopo le molte minacce ricevute dal dirigente medico a causa della sua intransigenza nel denunciare, con esposti alla magistratura , il clima di tensione all’interno dell’ospedale. Infatti il policlinico negli anni di piombo è considerato un vero e proprio vivaio dei gruppi eversivi, come ha dichiarato molto tempo fa Prospero Gallinari membro del nucleo storico delle Br: *“Un portinaio su due se non era brigatista era vicino all’autonomia operaia”*. Pavia ha intitolato a Marangoni una via, mentre a Milano gli è stata dedicata un’ala dell’ospedale che dirigeva.

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 06 Settembre 2024

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![Quando nei sotterranei del castello si costruì il primo cannone d’Italia- Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Quando_nei_sotterranei_del_castello_si_costrui_il_primo_cannone_dItalia/Illustration.jpg)

## [ Quando nei sotterranei del castello si costruì il primo cannone d’Italia ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/quando-nei-sotterranei-del-castello-si-costrui-il-primo-cannone-ditalia)

![Illustration.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Illustration.jpg)

Il castello Visconteo, dal **1360** in poi *(anno in cui venne edificato da Galeazzo Visconti)*, coincide con la storia di Pavia.

Da qui passano artisti come Leonardo, re, regine, condottieri e poeti. Ancora oggi svetta maestoso e solido, nell’attuale zona nord della città tra viale XI Febbraio, viale Argonne e piazza Castello.

Proprio qui, nel **1317**, Luchino Visconti, fratello di Matteo, viene a risiedere assumendo la potestà di Pavia, Vigevano, e Voghera e tenendola per tre anni. Sceglie, dunque, questa vasta area vicino alle mura, allora quasi alla periferia della città.

Ma è Galeazzo, una cinquantina d’anni più tardi , a far progettare e realizzare il grandioso edificio così come lo vediamo oggi, proprio nei pressi del monastero di San Pietro in Ciel D'oro. Non si tratta, nelle intenzioni, di costruire una vera e propria fortezza militare. L’ambizione, invece, è quella di far sorgere una grandiosa residenza, con un parco da caccia che si estenda per decine e decine di chilometri quadrati, dove poter ricevere i potenti D’Europa. L’ordine del duca di Milano è chiaro: il maniero deve essere pronto in cinque anni, non di più. Non sono tempi proprio tranquilli questi. I primi sessant’anni del’**300** , infatti, sono pieni di guerre e guerricciole che sempre impegnano i signori della Lombardia e non solo. E in aggiunta a queste , le cronache riportano una rovinosa invasione di cavallette , nel **1364**. Le campagne sono devastate, i raccolti distrutti, la popolazione in ginocchio.

Ma non importa , la costruzione del castello va avanti lo stesso.

![GiovAmbrogiodePredisattribGianGaleazzoVisconti.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/GiovAmbrogiodePredisattribGianGaleazzoVisconti.jpg)

E Galeazzo, nel **1365**, ci va ad abitare. Ancora oggi il Castello Visconteo è un vero e proprio gioiello. Non solo il fondatore, ma anche i suoi eredi organizzeranno feste sfarzose e battute di caccia. Ma alle sue grandi e luminose stanze dei piani alti, fanno da contraltare le cupe e orride prigioni dei sotterranei, nelle quali si consumano torture e uccisioni dei nemici di Galeazzo prima, e Giangaleazzo *(il figlio)* poi.

Resta nei libri di storia infatti, la quaresima dei Visconti. Ideata dallo stesso Galeazzo, consiste in una tortura ripetuta e *“calcolata” (nel senso di non far morire prima il prigioniero)* per quaranta giorni di fila. La severità, chiamiamola così, del primo proprietario del castello è nota. In una circostanza il duca fa impiccare nelle segrete più di sessanta mercenari, solo perché sono troppo lenti a eseguire un incombenza affidatagli. Sopra, nelle lussuose stanze,la vita , e che vita, sotto, nelle prigioni, la morte.

![Pisanello_-_Codex_Vallardi_2484.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Pisanello_-_Codex_Vallardi_2484.jpg)

Il **3 maggio del 1424**, quando a capo della dinastia c’è Filippo Maria Visconti, la città si veste a festa. Strada Nuova è un tripudio di colori, la gente si accalca lungo l’antico cardo romano su fino all’attuale viale XI Febbraio. C’è in visita papa Martino V. Naturalmente l’importante ospite non può non passare le sue giornate pavesi nel Castello Visconteo, già splendido di decorazioni, arredi raffinati, tesori di inestimabile valore, una ricchissima biblioteca che ancora oggi esiste.

Ma sotto? Cosa succede nei suoi sotterranei?

Ebbene ci sono solo prigionieri malconci in attesa del supplizio. Proprio qui, in un'ala a parte, l’ingegnere militare Filippino degli Organi studia e realizza varie macchine da guerra. Una zona dell’edificio viene adibita ad arsenale dove ogni giorno lavorano decine e decine di uomini, sotto la supervisione dello stesso Filippino.Si progetta, si prova, si fabbrica e si assembla come in una moderna fabbrica da cui escono pezzi di artiglieria che ben presto vengono richiesti in tutta Italia. Del resto le battaglie non mancano in questo periodo , e non solo nel Nord. Tutta la penisola è scossa da venti di guerra fra i vari signori che cercano di conquistarsi fette sempre maggiori di territorio. All’orizzonte si profila la costituzione di pochi Stati, ma sempre più saldi e ambiziosi: il Ducato di Savoia, le Repubbliche di Firenze e Venezia, lo Stato della Chiesa, il regno di Napoli. Tutti, oltre ad essere ciclicamente in conflitto tra loro, devono sempre poi fare i conti con re e imperatori stranieri che,come sempre, scendono in Italia per ribadire la loro sovranità sulla Penisola.

Filippo Maria Visconti, in questo panorama, prosegue la politica d’espansione di suo padre Giangaleazzo. Intanto , dai sotterranei del Castello Visconteo, escono i primi cannoni e grandi quantità di polvere da sparo, indispensabile per questi moderni tempi bellici.

Oggi, nell’ampio cortile all’interno del maniero, durante l’estate si organizzano concerti estivi e lungo il perimetro del porticato fanno bella mostra, capitelli, lapidi, iscrizioni soprattutto di epoca romana. Ma se si fa un salto indietro alla corte dei Visconti, si vedono uscire dai magazzini decine di bocche di fuoco o tormentum, come vengono ribattezzati in un primo momento i cannoni, detti anche vasi per la loro primitiva forma cilindrica. I primi pezzi sono in ferro battuto.

Gli armaioli pavesi perfezionano i cannoni costruendo in bronzo, Anche i proiettili in pietra vengono poco a poco sostituiti da palle di ferro, più potenti e più precise nella loro traiettoria. La laboriosità di Filippino degli Organi, e dei suoi successori in questo ruolo, procede di qualche secolo la fama dei maestri. Armaioli Italiani , conosciuti e apprezzati in tutto il mondo. Nei sotterranei del Castello si realizzano bocche di fuoco sempre più piccole e leggere: sono gli antenati dei moderni fucili.

Ma questo è anche un periodo di fermento culturale. I Visconti, vecchi padroni della città, e gli Sforza, i nuovi signori, non badano a spese per avere a corte preziosi manoscritti e intellettuali dell’epoca. Uno dei vanti di Pavia, ancora oggi, è la biblioteca dei Musei civici, che ha sede per l’appunto nel Castello.

A dare impulso alla sala dove vengono raccolti i volumi, è l’altro grande signore di Milano (e quindi Pavia) qualche anno più tardi: Ludovico Maria Sforza, detto Il Moro. Sotto di lui il Castello viene ulteriormente abbellito e decorato per essere degno delle feste del bel mondo di allora al quale partecipavano re, ambasciatori, vescovi e nobili. In questo periodo la biblioteca viene arricchita e rimodernata. Oggi, come allora e come tutti i castelli, è ancora visibile il ponte *(una volta levatoio, che tutte le sere veniva tirato su e riportato giù la mattina successiva.)*

C’è un episodio di cronaca nera, legato al passaggio sul fossato. E’ il **settembre 1372**, quando Isabella di Valois, nuora di Galeazzo Sforza, muore nel dare alla luce un figlio. Il funerale dell’infante, morto sette mesi dopo, si celebra il **3 aprile del 1337**.

Il ponte levatoio, sul quale passa il corteo funebre composto da cavalieri milanesi, pavesi, nobildonne, ricchi eredi di casate, cede sotto il peso dei presenti.

Oltre cento persone finiscono nelle acque, profonde per le piogge di quei giorni, e annegate senza poter essere soccorse. Nell’estate del **1398**, le cronache ci riportano un altro racconto di morte che ha come teatro il Castello. Un fedele funzionario di corte, Pasqualino Cappello, oggetto di false accuse, subisce uno dei supplizi più crudeli che la storia della città ricordi: viene imprigionato in una gabbia di legno appesa ad una torre del palazzo, avvolto nella pelle sanguinolenta di un bue appena squarciato e poi murato vivo in una parete , dove morirà soffocato e stritolato. Si dice che ancora oggi il suo corpo si trovi nella parte dell’edificio dove venne giustiziato.

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Scritto da Redazione

Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 05 Settembre 2024

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![Quando un avvocato pavese tenne testa a Napoleone: la storia di Camillo Campari - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Quando_un_avvocato_pavese_tenne_testa_a_Napoleone/banner-min.jpg)

## [ Quando un avvocato pavese tenne testa a Napoleone: la storia di Camillo Campari ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/quando-un-avvocato-pavese-tenne-testa-a-napoleone-la-storia-di-camillo-campari)

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Dall’attuale frazione di fossarmato, a pochi chilometri dal centro storico, o dalle campagne poco oltre Borgo Ticino, centinaia di contadini si mettono in marcia verso le mura. Sono esasperati per le continue requisizioni dei loro già pochi averi. In più, proprietari terrieri fanno spargere ad arte la voce che i francesi sono stati sconfitti sul Mincio dalle truppe austriache e il loro ritorno a Pavia è imminente.

La città prende fuoco.

Uno dei capi della rivolta, Natale Barbieri fa irruzione al Broletto, dove c’è la sede del municipio, si impadronisce assieme ad altri facinorosi di fucili e sciabole. Scendono poi verso il fiume percorrendo Strada Nuova , mentre le file dei rivoltosi si ingrossano Giungono a Porta Ticino. Qui ci sono alcune sentinelle francesi, preoccupate nell’osservare dalle mura l’orda dei contadini che con forconi, roncole , bastoni e zappe arriva dall’altra parte della riva e si incammina sul ponte Coperto per entrare in città.

Barbieri e i suoi seguaci bloccano e disarmano le guardie. I contadini sono animati da Paolo Bianchi e Domenico Cappelli, rispettivamente il parroco e il vice parroco di Samperone *(l’attuale frazione di Certosa di Pavia)* si trovano la porta spalancata, entrano. Tutti insieme ripercorrono Strada Nuova e intravedono piazza del Duomo.

Le vie di Pavia sono alla mercé di bande di straccioni affamati , la maggior parte dei quali saccheggia i negozi per mangiare. Ma tanti altri inneggiano anche all’imperatore , di cui chiedono il ritorno , e urlano *“via le coccarde”* per mettere ben chiaro le loro preferenze.

La fiumana, da qualunque sentimento venga mossa, sradica l’albero della libertà innalzato dai giacobini pavesi e dai soldati francesi solo qualche giorno prima.

Sono soprattutto i contadini i più esagitati. I francesi trovati per le strade vengono circondati aggrediti, malmenati, e disarmati. La guarnigione esce dal Castello per reprimere la rivolta , ma vista la folla immensa, armata di falci e roncole, decide di tornare alla base e tirar su il ponte levatoio.

Allora inizia la caccia ai giacobini.

Chi non riesce a fuggire per tempo, viene preso, picchiato e rinchiuso nel palazzo del Broletto.

I soldati francesi catturati, invece finiscono all’ex seminario generale.

Ora che di nemici per le strade non ce ne sono più, qualcuno comincia a rivolgere uno sguardo torvo verso i palazzi dei repubblicani, o *“giacomini”* come qualche contadino li chiama. Come si è visto , la maggior parte dei nobili ha fatto togliere, giusto in tempo, stemmi e simboli araldici dai muri. Ma questo non basta. O meglio, non basterebbe, se sulla scena non si presentasse uno dei protagonisti più coraggiosi e degni della storia di Pavia: Camillo Campari.

Campari è un avvocato quarantenne , senza alcun incarico ufficiale , di cui poco o nulla si sa fino a quel momento, ma che di certo gode di grande prestigio. Infatti è proprio lui a convincere gli improvvisati capi della rivolta a evitare saccheggi e violenze sui prigionieri.

Intanto da Voghera, proprio in quelle ore, giunge un generale francese a capo di una guarnigione. Alexander Haquin è del tutto ignaro di quanto sta succedendo. Ha solo il tempo di insospettirsi quando non vede le sentinelle alle porte della città. Un attimo dopo è circondato , disarmato insieme ai suoi pochi soldati, e condotto come prigioniero insieme agli altri al palazzo comunale. E’ ancora Campari a intervenire per evitare guai peggiori all’ufficiale. Haquin viene sottratto alla folla e si rifugia, sempre grazie all’aiuto dell’avvocato pavese, in un palazzo privato al sicuro.

Intanto la rivolta per le strade raggiunge il culmine, con i rintocchi delle campane della Torre Civica, la cui porta è stata sfondata proprio per questo motivo. Anche il castello , dove qualche centinaio di soldati è rinserrato, viene circondato.

Forse addirittura viene sparato un colpo di un vecchio cannone, che lo stesso Barbieri ha predato a villa Barbiano da Belgioioso, un piccolo paese a una ventina di chilometri da Pavia. Al tuonar dell’arma , i francesi decidono di arrendersi.

E’ il **25 maggio del 1796** e tutti i soldati repubblicani sono ormai rinchiusi nell'attuale ex convento di Santa Chiara , in Via Langosco. La rivolta di Pavia, quando giunge la notizia ai comandi francesi impegnati in Veneto contro gli austriaci, ha l’effetto di una scossa. Si teme , e non a torto, che dalla città del Ticino possa dilagare una controrivoluzione che raggiunga, cosa ben più pericolosa , Milano.

Ancora una volta l’esercito francese affida l’arduo compito di riportare la calma al suo miglior generale, Napoleone Bonaparte. Egli stesso è convinto che, come avrebbe scritto poi nelle sue memorie, quella di Pavia poteva essere ***“la scintilla di un insurrezione italiana”***.

A tappe forzate , torna dunque verso la Lombardi. Le intenzioni delle truppe transalpine sono ben chiare sin da subito. Partendo da Milano, seguendo l’attuale strada provinciale dei Giovi , un’avanguardia guidata dal generale Jean Lannes giunge a Binasco che, su ordine dello stesso Napoleone, viene messo a ferro e fuoco.

Qualche ora dopo i francesi sono sotto le mura di Pavia. Qui c’è Bonaparte in persona a guidare le operazioni.

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Impossibile, ovviamente, che qualche migliaio di contadini male armati possano resistere di fronte alle truppe addestrate e guidate da uno dei più grandi strateghi che la storia militare ricordi.

I francesi fanno irruzione in città da Porta San Vito *(oggi Porta Milano, in viale XI febbraio)* e Borgaretto *(l’attuale Porta Cavour, in piazza Minerva)*, dopo un breve cannoneggiamento. Gli insorti vengono facilmente messi in fuga,i contadini presi a sciabolate e trucidati dai colpi di baionetta e dalle fucilate.

**Per le strade è una strage.**

Al numero civico 20 di viale Matteotti, sulla facciata di un’elegante palazzina, c’è una lapide che ricorda quei giorni.

Napoleone entra in città poco dopo la strage dei rivoltosi, e si stabilisce a palazzo Caccia, oggi palazzo Cattaneo. E’ in queste stanze che va in scena l’epico incontro.scontro fra il condottiero e il mite, Camillo Campari. Non si sa , racconta Milani, a che titolo si presenti davanti al generale l’avvocato pavese. Di sicuro, comunque, gode di grande prestigio in città.

Napoleone pensa a una punizione esemplare per Pavia. Campari si oppone. Si racconta che volano gli stracci, il generale dell’armata francese in Italia picchia i pugni sul tavolo. Ma Campari non si fa impressionare. Chiede , e ottiene, che Pavia venga risparmiata. Il coraggio e l’atteggiamento tranquillo dell’interlocutore alla fine prevalgono. Unica concessione , una razzia di sole 24 ore.

*“Pavia fu la sola città che abbandonai al saccheggio* – scriverà Napoleone nel memoriale di Sant’Elena – *Avevo promesso ai soldati un giorno di rappresaglia, ma appena ne furono passate tre ore e non potei resistere allo strazio dei cittadini e ordinai che cessasse. Avevo comunque con me 1200 uomini, ma le grida pietose della popolazione giunsero fino a me e vinsero il mio rigore.”*

Qualcosa , comunque, succede. L’ira dei militari colpisce botteghe e dimore di nobiltà e borghesia, vengono depredati gioielli e tutto quanto di prezioso si trova. Ci scappa anche un morto illustre. Padre Severino Capsoni, storico ed erudito pavese, viene raggiunto da una fucilata francese mentre è affacciato alla finestra di casa sua, nella via che oggi porta il suo nome.

Della Pavia in subbuglio di quei giorni , tra sciabolate , spari e duelli, esiste un’incisione di Emile Vernet, ospitata nei musei civici. Di quelle drammatiche ore resta, su tutti, la figura di Camillo Campari,senza il quale la città avrebbe avuto un destino ben più tragico.

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Scritto da Redazione

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Pubblicato: 05 Settembre 2024

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Le teche dei musei civici , che si trovano nella sezione archeologica del Castello Visconteo, conservano ancora numerosi reperti ritrovati in diversi punti della città e possono aiutare a ricostruire momenti di vita domestica della casa patrizia del nostro antenato pavese, intento a discutere di qualche affare o di politica nel foro di piazza della Vittoria.

Egli è fra i pochi fortunati a risiedere lì. A raccontarlo è lo storico e studioso Pierluigi Tozzi. Dall’impianto urbano della Ticinum romana, come emerge dal testo di Tozzi, arriva la consapevolezza che la popolazione del ! secolo a.C. è di circa 13 mila persone e che gran parte di loro *“vivono nelle 60 o 70 grandi insulae quadrate che si sviluppano fra quelle che oggi si chiamano corso Carlo Alberto, Via Amalfi, via Capsoni, e fra piazza Botta e via Corridoni. Oppure poco più in là fra via dei liguri e via Pedotti”*.

E’ una tipica , seppur ricca, dimora romana quella dell’antenato di Ticinum.

Concepita come una sorta di fortino. Non ha finestre, se non piccole e rare, e poste sempre in alto.

Una casa sicuramente signorile , come doveva esserlo quella di **Cornelio Nepote**, ricco rampollo della nobiltà locale, letterato e storico vissuto a Ticinum nel I sec. A.C. Quasi certa è la sua nascita in questa città. Come ricorda Theodor Mommsen, il più grande storico classicista dello scorso secolo.

Assieme a lui Marco Tullio Cicerone annovera anche come originario della futura Pavia il filosofo epicureo Tito Catius.

La città, fuori dalle mura domestiche , è però tutt’altro che sicura . Ecco perché chi può, vive in una specie di fortezza.L’entrata è costruita da un alto portone in legno, con grossi battenti in bronzo. La pianta è classica , come tutti i palazzi delle classi benestanti. Un corridoio porta l’atrio, una sala rettangolare e ampia, colorata con affreschi vivaci e ben riscaldata, in inverno, da grossi bracieri. Al centro del soffitto, al posto di un pezzo di tetto, c’è una grande apertura quadrata. Da qui entrano luce e acqua, raccolta poi nell'impianto che la trasferisce in una cisterna sotterranea. Le pareti sono tutte decorate, con sgargianti colori giallo-ocra, rosso e azzurro. Ai lati della domus del Broletto si affacciano le stanze. Sono cubicula, camere da letto piccole e austere, senza finestre né arredamento, a parte un letto e un braciere. Completano la casa il tablinum, ovvero l’ufficio del padrone di casa dove vengono ricevuti i clienti.

Questa è la parte di rappresentanza.

Più avanti il peristilio, la parte più intima della domus, con il suo giardino circondato da un bellissimo colonnato di marmo. Una vera oasi di pace con fiori, erbe e addirittura alberi disposti in forma geometrica.

Tutti gli ambienti sono impreziositi da statue di bronzo e fontane.

Le antiche domus dei ricchi abitanti di Pavia romana ne dovevano essere piene, viste l’abbondanza di acqua del sottosuolo. E a questo proposito Hudson racconta che gli agrimensori della città romana riescono a sfruttare i due rami del torrente Carona non solo per finalità domestiche , ma anche difensive.

Ma se si torna alla casa del Dominus, ora impegnato nel foro, si possono osservare alcuni dettagli affascinanti. Gli scavi hanno portato alla luce i mosaici dei pavimenti, mostrando così che probabilmente l’area è occupata da complessi monumentali pubblici o da residenze di classi agiate.

Nei vari ambienti domestici, ci sono decine di schiavi, impegnati nelle mansioni più umili: pulizia, vigilanza, cucina. La domina, ovvero la moglie del ricco proprietario, non mette naso nelle vicende di casa.

Alcuni reperti trovati in corso Cavour, dove molto probabilmente sorgeva un’altra Domus , ed esposti ai Musei Civici, mostrano com'è la vita di tutti i giorni.

Coppe in terracotta,d’argento,spille e ciotole sono stati riportati alla luce e sembrano realizzati ieri. Ancora una volta, bisogna ringraziare il numismatico e collezionista Camillo Brambilla se nelle sale possiamo ammirare tanti oggetti quotidiani della vita di Ticinum: statuine di terracotta , brocca con bicchieri, anfore. E ancora, casseruole, pentole di rame usate per cucinare, coltelli e forchette e graticole, come quelle ritrovate nel **1929** a Pieve Porto Morone,paese a 25 chilometri da Pavia.

Cala la sera, sulla casa aristocratica del Broletto. Oggi piazza della Vittoria si riempie di avventori che raggiungono i numerosi bar che si affacciano sull’ampio spazio nel cuore di Pavia. Ma passeggiando per il foro , oltre duemila anni fa, si sarebbero visti i ricchi proprietari delle case patrizie di Ticinum tornare in tempo per prepararsi a ricevere amici e clienti nella propria dimora. La città si svuota, con le tenebre diventa pericoloso inoltrarsi negli stretti vicoli delle insule se non scortati da robusti schiavi armati che però solo i più ricchi possono permettersi.

Alla sera non è infrequente organizzare banchetti sontuosi a cui partecipano gli aristocratici della città. Nelle sale dei Musei civici possono ancora vedere gli oggetti che la Domina di Piazza Vittoria. Se si passeggia per l’attuale via Comi, si sta andando dritti dritti verso un altro luogo fondamentale per la vita degli abitanti di Ticinum.

Da quella che oggi è via Strada Nuova ,e che come si è visto duemila anni fa era il cardo massimo, si scende per via Garibaldi. Stretta e viva, piena di negozi, ristorantini etnici e gente che la percorre in entrambe le direzioni calpestando le grosse pietre grigie e squadrate , si arriva alla prima strada che la incrocia perpendicolarmente, secondo il rigido schema urbanistico latino. E’ un tratto ancora più stretto.

Oggi le auto che la percorrono, sbucano prudentemente per immettersi su Corso Garibaldi. Due millenni fa, un agiato proprietario della domus del Broletto ci sarebbe arrivato su una lettiga, facendosi largo tra la folla. Ad attenderlo,proprio qui, ci sono le terme.

Ancora una volta è la chiesa di San Tommaso a fornire una preziosa testimonianza. Quasi certamente siamo nella zona termale della città antica.Il che potrebbe trovare puntuale conferma se potessimo interpretare come terme a carattere pubblico, l’edificio con grande aula poli absidata venuto alla luce nel **1895** sotto la Chiesa di San Tommaso. Un’ ipotesi avanzata già nei documenti ottocenteschi redatti dai militari che avevano trasformato Palazzo San Tommaso in caserma. La conferma arriva dal professor Maurizio Harari, direttore del museo di archeologia dell’università, secondo cui *“è probabile l’ipotesi che si possa trattare delle terme. La fascia del ritrovamento in san Tommaso è di proporzioni limitate mentre l’area archeologicamente interessante dovrebbe essere sotto il chiostro della Chiesa della Mostiola”*. Nel **2013** , dopo la scoperta dei resti, la Soprintendenza per i beni archeologici della Lombardia ha fermato i lavori in corso per la realizzazione della biblioteca unificata del settore umanistico dell’università per eseguire studi più approfonditi. &lt;pochissimi a dire la verità, i cenni al posizionamento dell’anfiteatro, che pure nella Pavia romana deve esistere. Lo storico inglese Donald Bullough, nel suo ***“Late and early medieval Pavia: topography and social change”***, suggerisce il posto: fra le attuali via Porta e via Volta , la modesta inclinazione del terreno e l’ampiezza dello spazio, lasciano pensare che questo fosse proprio il posto ideale per un anfiteatro.

Ritrovamenti a favore di questa tesi sono emersi nel **1895**

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Pubblicato: 05 Settembre 2024

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La scossa che pervade tutta Italia dopo il **25 luglio 1943** colpisce anche la sonnacchiosa Pavia, che fino ad allora aveva sopportato il duro regime fascista senza grossi sussulti.

La notizia della crisi del partito dopo la caduta di Mussolini si propaga dal suo cuore politico, quella sede di Tre Re che con pugno di ferro ha dominato la città.

Nei confronti di chi al fascismo volta le spalle nel momento di difficoltà, scatta la voglia di vendetta. Si fanno liste, più o meno pubbliche di *“traditori”*. Che sono molti di più di quelli che si pensa in un primo momento. Fra questi c’è Mario Schiapparoli, classe **1897**. Giulio Guderzo, nella sua opera *“L ‘altra guerra”*, lo descrive come squadrista della prima ora e direttore del Consiglio provinciale delle corporazioni. Il mattino del **26 luglio**, di fronte al Demetrio, si toglie il distintivo del partito fascista in maniera plateale lanciandolo a terra.

Questo gesto gli procura una ritorsione ugualmente plateale. Qualche ora dopo, in Corso Vittorio Emanuele *(oggi Strada Nuova)* Edoardo Baldi, fedelissimo delle camicie nere , nauseato del gesto di Schiapparoli, lo schiaffeggia davanti a tutti dopo averlo incontrato casualmente sulla pubblica via.

Ma la situazione peggiora ancora dopo **l’8 settembre**. Le forze militari presenti nelle caserme si sbriciolano.

La città è come sospesa. Qualcuno accenna a festeggiare in Strada Nuova, in piazza della Vittoria e corso Cavour. Ma sono manifestazioni sporadiche. La maggior parte dei cittadini sta con le orecchie incollate alla radio. E la radio dice che la guerra continua.

L’esercito si disgrega. Le caserme vengono abbandonate. Inizia il saccheggio. Tutto quello può essere portato via, prende il volo. L’iniziale gioia per la caduta del duce lascia il posto , ben presto, all’incertezza e alla paura.

I primi a riscuotersi dal torpore, sono, ancora una volta , gli universitari. Il **9 settembre 1943**, in via Menocchio, nella sede del vescovado, si svolge un incontro tra studenti laici e cattolici. L’obiettivo su cosa fare è chiaro sin dall’inizio: scrivere un manifesto in cui si esorti a stringere le fila *“contro l’odiato nemico secolare”*, ossia i nazisti ormai alle porte della città. Viene trascritto a grandi caratteri e appeso presso il portone dell’ateneo. Un pietoso custode, avendo annusato il peggio, provvede a rimuoverlo nella notte.

E, infatti, i tedeschi non tardano ad arrivare. Il **10 settembre**, senza un colpo di fucile, viene firmata la resa da un colonnello e le odiate truppe naziste entrano a Pavia.

Sembra un remake di quasi cent’anni prima, con l’arrivo delle truppe austriache, Strada Nuova è di nuovo invasa dai soldati stranieri.

C’è però, chi tenta una disperata resistenza di fronte alle truppe nemiche. Un gruppo di soldati italiani cerca di fermare i nazisti nell’attuale viale della Resistenza. Ma non si sono accorti che dietro la timida *(in apparenza)* avanguardia germanica c’è la temibile II divisione SS Panzer. Il comando è già saldamente installato fuori città, a Fossarmato, per precauzione. I pochi militari di quello che rimane dell’esercito italiano devono battere in ritirata. Inizia il dramma dei soldati pavesi e non solo . Chi è arruolato sarà presto costretto a prendere una decisione: consegnarsi ai tedeschi, o rispondere ai bandi di chiamata del nuovo esercito della neonata Repubblica sociale italiana, a capo della quale i tedeschi – ormai padroni del Nord Italia – hanno messo Mussolini liberato dalla prigione del Gran Sasso.

Ai primi di ottobre, si forma la Federazione dei fasci repubblicani, la cui sede è al Broletto.

La provincia pavese viene soppressa. Al suo posto, esce il popolo repubblicano. La città di fronte a una nuova terribile minaccia : quella del nazi-fascismo. Non ci sono solo smarrimento e paura, però. Si crea quasi subito un comitato antifascista che raccoglie personalità di varie tendenze e viene costituendosi il primo comitato liberazione, affiancato da un comitato militare.

Una delle sedi è proprio in centro al bar Cerere in piazza della Posta. I primi a farne parte furono Angelo Balconi , Enrico Magenes, Ferruccio Belli, Lorenzo Alberti. Iniziano anche i primi arresti. In seguito ai bandi fascisti di arruolamento, buona parte dei giovani si dà infatti alla macchia. Soprattutto nelle campagne Insieme a loro, si nascondono anche parecchi prigionieri inglesi. Due di loro vengono catturati il 3 Dicembre a Travacò Siccomario , a dieci chilometri da Pavia. Una relazione del comando nazi-fascista precisa che il padrone di casa, Oreste Colombo, *“Aveva fornito loro ricovero, vitto e alloggio”.*

Sempre a pochi chilometri da Pavia, nel Comune di Lardirago, vengono eseguiti altri arresti. Nei locali del panificio di Felice Anfossi vengono catturati sei inglesi. Il proprietario, nell’interrogatorio condotto a Pavia presso il comando delle VII Legione Gnr, alla caserma Menabrea di Pavia, ammette di aver ospitato e sfamato quei soldati per circa otto giorni. La sua posizione è aggravata dal ritrovamento di armi e munizioni destinate ai ribelli. La repressione è sempre più pesante.

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Pubblicato: 31 Agosto 2024

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Crederebbe mai qualcuno ,oggi, che c’è stato un tempo in cui l’attuale Borgo Ticino, con le sue case colorate che si affacciano sul fiume e i suoi campi appena dietro, via Menocchio, con l’austera sede dell’arcivescovado, l’elegante corso Garibaldi, , la trafficata di via del Tribunale, o la caotica piazza della Vittoria, in un periodo dell’anno, si riempissero di simboli fallici appesi ai rami degli alberi a cui tutte le fanciulle – anche di buona famiglia – correvano incontro con delle aste, percuotendo per farli cadere?

Bisogna fare un piccolo salto indietro nel tempo, solo di qualche anno. E’ il **1356**. Galeazzo Visconti, che nei dieci anni successivi costruirà il Castello e riporterà in auge Pavia, cinge d’assedio la città con 40 mila soldati.

La situazione dell’ex capitale dei Longobardi ha toccato il fondo. Dal decennio precedente, è saldamente in mano a una nobile famiglia pavese, quella dei Beccaria. Sotto di loro, Pavia è piena di decadenza. Mantiene, però, un aspetto accogliente e addirittura godereccio, difficile da immaginare oggi. I vicoli sono pieni di prostitute, regine incontrastate del piacere libertino che richiama all’interno delle sue mura giovani *( e non solo)* delle vicine città. A loro si deve , pare, l’invenzione di questa festa vagamente pagana che proprio a Pavia prende piede. I *“frutti”*,cioè i simboli fallici, vengono poi raccolti e, tra lo schiamazzo generale, viene dichiarata vincitrice la donna che riesce a collezionarne il maggior numero. Anche i gentiluomini e le nobildonne non si sottraggono al gioco.

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*Galeazzo Visconti*

E’ in questo clima di rilassatezza dei costumi che Galeazzo Visconti, signore di Milano con mire sulla vicina Pavia, si presenta nella primavera del **1356.**

La campagna attorno alla città è una conquista facile , tanto che lo stesso duca si pone in testa alle truppe. Ma l’antica Ticinum, come spesso nei casi in cui viene cinta d’assedio, si chiude e resiste . Galeazzo , tutt’altro avvezzo a guerre lunghe e faticose , preferendo a queste i lussi della sua corte , se ne torna a Milano dopo 15 giorni di inutili tentativi. I suoi uomini, allora, costruiscono dei fossi e terrapieni nell’attuale fiume Gravellone , corso d’acqua che corre ancora oggi appena fuori Pavia, nella zona di San Lanfranco, e altri di fronte all’attuale Porta Milano.

A guidare i pavesi di fronte all’ennesimo invasore, non sono però i beccaria. E’ un frate agostiniano, Jacopo Bossolaro. E’ nato a Pavia nel **1320**, dopo gli studi ad Alessandria, torna nella sua città natale e insegna nelle scuole annesse al convento di San Pietro in Ciel D’oro.

Già negli anni precedenti, il frate flagella nelle sue prediche i concittadini, troppo dediti ai piaceri della tavola, del vino e della carne. Ma quando la città è in pericolo, non esita a porsi a capo della resistenza. Dal pulpito, ora, non li rimprovera più: li arringa.

Nei lunghi e vibranti sermoni, richiama alla memoria Roma antica, di cui è appassionato studioso. La sua eloquenza trascina i pavesi e in nome della loro antica fierezza, li incita alla difesa delle mura contro l’invasione milanese.

Il mite fraticello si trasforma in un irruente tribuno.

I Visconti, alla fine si ritirano. Jacopo Bossolaro è il nuovo eroe della città. E cosa c’è di meglio di un’ inattesa celebrità e dell’umana tentazione di approfittarne? Così fa.

Bersaglio delle sue invettive, questa volta sono gli stessi potenti signori della città, cioè i Beccaria. Con prediche infuocate , li accusa di sfruttamento e corruzione. Lo storico Mino Milani nota che l’oggetto dei discorsi non è il modo in cui la famiglia di è arricchita. Che i Beccaria abbiano costruito la propria fortuna con ruberie e prevaricazioni non impressiona più di tanto l’uomo pavese. Questo è il metodo usato da tutte le casate, e loro non fanno eccezione.

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Bossolaro non li mette alla gogna per questo.

Da profondo conoscitore dell’animo umano e grande oratore quale , tocca le corde che più sa possono far infuriare il popolo. L’ accusa nei confronti dei Beccaria è infatti quella di aver speculato sul prezzo del grano e aver affamato il popolo che, baccanali a parte, non se la passa granché bene. Almeno la plebe, s’intende.

Infatti sono i ceti più umili che insorgono e cacciano i signori che fino a quel momento hanno retto le sorti di Pavia.

L’ondata di violenza che ne deriva è devastante. La gente inferocita prende d’assalto case e proprietà dei Beccaria. Fiorello Beccaria, ha una dimora nella zona di Porta Laudense. Un suo congiunto, a Porta Palazzo. Ma come tutti i ricchi e potenti che si rispettino, la maggior parte delle residenze si affaccia sull’attuale piazza della Vittoria.

E come consuetudine dei pavesi, già mostrata con la distruzione di Palazzo reale, non una pietra resta in piedi.

I tiranni sono cacciati, annuncia il frate. Che, poco dopo, riforma la magistratura pavese e nomina ventidue centurioni fra i più meritevoli durante la rivolta, nelle diverse contrade, cioè quartieri, in cui ancora oggi è suddivisa la città vecchia. A questi si affiancano addirittura i decurioni con il compito di dirigere la vita cittadina e rappresentare la neonata repubblica.

In pratica, nasce una milizia armata agli ordini di Jacopo Bossolaro.

Non domo, crea tribuni della plebe. Insomma, tutto a immagine e somiglianza dell’antica repubblica romana. Inevitabile il richiamo all’azione, fra l ‘altro quasi contemporaneamente , del tribuno romano Cola di Rienzo.

Lo scrittore Pietro Azario, che vive in questo periodo, e forse conosce di persona il frate pavese, racconta espressamente i continui richiami agli antichi Romani, soprattutto alle virtù della Repubblica. La sua è una lotta anacronistica, contro i costumi rilassati e la mollezza che i suoi concittadini hanno ormai fatto loro da qualche decennio.

Ma i vecchi signori della città meditano vendetta, tentando una rappresaglia. La risposta di Bossolaro è spietata. Chi in città trama per il ritorno dei Beccaria , o li appoggia più o meno apertamente, viene braccato e ucciso. Davanti al palazzo del Broletto già sede del Comune, e che ancora oggi si affaccia in piazza della Vittoria, dodici *“partigiani”* vengono trucidati, tramite decapitazione.

Ma i vecchi signori della città meditano vendetta, tentando una rappresaglia. La risposta di Bossolaro è spietata. Chi in città trama per il ritorno dei Beccaria, o li appoggia più o meno apertamente, viene braccato e ucciso. Davanti al palazzo appoggia più o meno apertamente , viene braccato e ucciso. Davanti al palazzo del Broletto , già sede del Comune, e che ancora oggi si affaccia in piazza della Vittoria, dodici “partigiani” vengono trucidati, tramite decapitazione. Una lezione, molto probabilmente, esemplare che funge anche da ammonimento. Fonti dell’epoca parlano di avvocati e giudici, fra i condannati. Jacopo Bossolaro è il padrone assoluto della città.

Un disegno a penna di Pasquale Massacra, pittore pavese vissuto nell’ **800**, rappresenta il culmine del successo del frate. Nell’opera *( conservata ai Musei Civici )*, alcune donne fanno offerte al nuovo padrone della città.

Ma il potere di Bossolaro è destinato a finire.

A porre fine alla dominazione del frate, sono i visconti, che nel **1359** tornano a Pavia e la cingono in assedio. Questa volta però fanno sul serio. Galeazzo è spietato . Da secoli Pavia non subisce un assedio così duro. Bossolaro riprova il miracolo che già una volta gli è riuscito. Raccoglie fondi per la resistenza , esorta a ogni tipo di sacrificio , percorre infaticabile le vie della città incitando i suoi concittadini a combattere.

Il frate , come sempre, si mostra determinato e spietato.

Quando il cibo è praticamente finito , espelle dalla città donne, vecchi e bambini. O chi non può combattere.Le razioni servono solo a chi può ancora imbracciare un’arma. Ma non basta. Alla fine anche il poco pane rimasto finisce. Si dà allora la caccia ai cani. La loro carne viene venduta a prezzi salatissimi al “mercato nero” nei vicoli della città.

Il **13 novembre del 1359**, alle ore 19, anche l’irriducibile frate deve arrendersi.

Il 15, le truppe milanesi al comando di Protasio dei Caimmi fanno il loro ingresso dall’attuale Porta Milano. E’ la fine della repubblica pavese.

Ma si sbaglia chi si immagina una fine anche per Il Cola di Rienzo nato in riva al Ticino. Galeazzo Visconti, riconoscendo comunque la capacità del frate abbagliato dalla sua personalità, lo risparmia.

Viene comunque arrestato. Passa 14 anni in un carcere di Vercelli, dove esce nel **1373**. Va in esilio Ad Avignone , dove lavora per papa Gregorio XI. Dopo una vita a dir poco avventurosa, muore ad Ischia, dove si era recato negli ultimi anni della sua vita, il 16 agosto del **1380.**

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Pubblicato: 31 Agosto 2024

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Ambrogio Necchi nasce il **2 gennaio 1860**, un anno prima dell’Unità d’Italia.

E prima di altri capisce che i tempi stanno cambiando. Eredità del nonno e del padre un’officina di fonderia e soprattutto la passione per il lavoro. A vent’anni si dedica all’azienda che aveva sedi nei pressi del Collegio Germanico – Ungarico, oggi Cairoli.

La fonderia Necchi lavora la ghisa, e ancora nessuno conosce il suo nome, a parte chi è nel settore. Ambrogio è un tecnico esperto e vigoroso organizzatore , fiuta l’aria che gonfia le vele dell’industria in espansione e si imbarca coraggiosamente nell’impresa di trasformare in qualcosa di più grande l’eredità paterna

Nel **1903** inizia la produzione della cosiddetta ghisa malleabile, molto usata per pezzi di ricambio di macchine, radiatori per riscaldamento, raccordi. L’idea sembra funzionare, la vecchia sede della fabbrica non basta più ad accogliere tutte le macchine e, via via, la manodopera che serve per fa decollare la ditta.

La sua azienda , che a fine Ottocento dà già lavoro a un centinaio di operai, si espande insieme ai confini della città.

Anche Pavia infatti fra la fine del vecchio secolo e l’inizio del nuovo, è in fermento. Il nuovo stabilimento, viene ultimato nel **1907**. E sorge fuori porta Cavour, vicino al ponte di Pietra, strategicamente accostato alla ferrovia, che prende il nome di Riccardo.

La ditta cambia nome e si chiamerà, d’ora in avanti, società anonima fonderie Ambrogio Necchi.

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*Ambrogio Necchi*

Il Comune, in questo periodo favorisce, anzi spinge a investire chi ha inventiva e coraggio.

E il signor Ambrogio non si tira indietro. Così un altro stabilimento è aperto subito dopo nell’attuale viale Trieste, detto Circonvallazione, e ancora oggi ne sopravvive la palazzina direzionale in piazza Dante.

Ambrogio Necchi dimostra l’attaccamento alla sua creatura che cresce, costruendo la casa di famiglia accanto al primo nucleo dell’azienda, in corso Cairoli: è lo stabile, dalle linee di un liberty borghese, oggi occupato dal Collegio Marianum. Dopo il matrimonio con Emilia Carcano, qui crescono i figli Gigina, Nedda, Vittorio.

Lo sguardo è sempre lungimirante, il passo deciso: nel **1911** acquista una enorme area nella zona dell’antica piazza d’Armi, sull’attuale sponda dei Navigli, per espandere e razionalizzare la produzione, ma l’idea resta sospesa momentaneamente a causa della guerra.

Lo sviluppo procederà bipartito. Dal **1925-26**, nelle sue aziende indipendenti Neca *(diretta da Angelo Campiglio, marito di Gigina)* e Necchi Macchine per cucire, fondata da Vittorio.

Intanto i dipendenti passano da **860** a **1150**. La storia dei Necchi resta indissolubilmente legata a quella di Pavia. Nemmeno la grande guerra ferma l’affetto di Ambrogio per la città. Il suo nome è citato spesso accanto a consistenti contributi per le varie iniziative di assistenza che fioriscono nella “città ospedale”.

Pavia è incredula quando, il **18 aprile 1916**, viene dato l’annuncio della morte del primo, vero imprenditore moderno pavese. La presenza ai funerali di altri grandi nomi dell’imprenditoria, come Ercole Marelli ed Edoardo Bianchi, dimostra l’importanza dell’uomo e dell’opera.

Il comando passa in mano al figlio. Vittorio, tornato dal fronte al termine del conflitto. Assume la guida dell’azienda di famiglia e decide di affiancare alla tradizionale attività la produzione di macchine per cucire uso famiglia. Nel **1919** costituisce le Industrie Riunite Italiane con 50 dipendenti, che l’anno successivo arrivano a produrre un totale di duemila macchine, legando per sempre il maschio Necchi a quel prodotto.

Il nome del fondatore, Ambrogio, ha campeggiato fino a pochi anni fa su quello che si poteva considerare il suo vero monumento, la Scuola Professionale. Iniziata dal Comune nel **1917** nella ex Casa di Industria, convento di Santa Maria delle Cacce, nell’attuale via Scopoli, ha una sede moderna e grandiosa progettata dall’architetto Carlo Morandotti, viene costruita ne **1938-40** nella nascente Città giardino. Cioè nel nuovo quartiere di fronte all’istituto di Maria Ausiliatrice.

L’inaugurazione, che avviene nel **1941**, vede come madrina la figlia Nedda, che in quell’occasione rappresenta non solo la memoria del padre ma anche la cospicua partecipazione della famiglia alle spese di costruzione. Ma nel **1994** la scuola , nella quale si sono formati generazioni di ottimi operai specializzati e tecnici, muta quel nome così storicamente significativo, con quello del matematico Luigi Cremona.

Resta, sull’ingresso, l’antica insegna, brunita nel tempo che insieme all’intitolazione di un viale semiperiferico compone un bel piccolo risarcimento alla memoria di un personaggio che ha legato il suo nome a questa città.

Ma Necchi non è l’unico protagonista di questa epopea industriale pavese.

Si ritorna verso Porta Cavour, a ridosso di quella che oggi si chiama piazzale Minerva. Qui apre la fabbrica del ghiaccio artificiale , mentre la Ditta Malgara, rivela il cappellificio artigianale De Silvestri e lo trasforma, grazie all’introduzione di macchinari , in un’azienda per l’epoca all’avanguardia.

L’attuale via Nazario Sauro, fa parte della zona , che agli inizi del novecento è nota come bastione della Villetta. Qui, l’ingegner Pietro Cattaneo, con il fratello Angelo, installa la prima fabbrica di essiccatoi per cereali.

Gli anni Dieci vedono la trasformazione della società pavese da prettamente agricola ad industriale.

Accanto a Necchi, sorgono infatti altre fonderie, come quella dell’ing. Moncalvi &amp; C.

Ci si trova ancora nella zona ovest della città. Ci sono i campi ,come del resto anche oggi , quando la Ditta Moncalvi acquista oltre duemila metri quadrati di terreno per aprire una fabbrica che ripara macchine agricole, motori a scoppio e a vapore.

Questa azienda rappresenta in pieno il cambiamento in atto e la trasformazione da società agricola e industriale , mantenendo la propria attività a cavallo fra le due epoche.

La vecchia città, quella all’interno delle mura spagnole, inizia a perdere la propria centralità.

Nel **1905**, sempre grazie alla spinta delle amministrazioni comunali che offre anche vantaggiose condizioni di offerta, la ditta Pacchetti, una grande società milanese per la manifattura di crine animale, sceglie Pavia per ‘apertura di un nuovo stabilimento. L’area è quella dell’attuale zona nord della città. Appena fuori quella che oggi si chiama Porta Milano.

Si resta sulla direttrice Pavia – Milano. In quella zona che oggi è la trafficatissima ex statale dei Giovi. La ditta Pirola chiede spazio per avviare una fabbrica per la lavorazione della pasta del legno.

La concorrenza c’è, ed è spietata anche allora. Nel giro di pochi anni, la fonderia simbolo della città ingloba le due vicine, Pacchetti e Pirola appunto, per dare vita a un maxi polo industriale di 190 mila metri quadrati.

E’ tra l’attuale viale Indipendenza e la linea ferroviaria Milano- Genova, che nel **1917**, a un anno dopo la morte del fondatore , Ambrogio, prende vita la collocazione della fabbrica destinata a rimanere, con alterne vicende, fino a qualche decennio fa.

Nel frattempo un’altra area viene interessata all’industrializzazione. E’ quella ovest della città, fuori dall’attuale Porta Garibaldi. E’ ben servita da strade , ferrovie, e idrovie, grazie al Naviglio.

Nel **1907** la Società Italiana per la lavorazione della seta artificiale apre un grande stabilimento in località Dossino. La conseguenza è anche abitativa. Nei pressi della chiesa di Santa Teresa, qualche anno più tardi,e cioè nel **1925**, iniziano a sorgere le prime villette per impiegati, poco distante dall’attuale cimitero di San Giovannino. Gli imprenditori prendono letteralmente d’assalto le aree ancora agricole appena fuori città.

Nella grande epopea pavese iscrive il suo nome anche la già citata ditta Moncalvi, seguita dalla Cester, nella zona di Porta Cairoli. In questo periodo apre i battenti anche la Snia Viscosa. Nel **1925** è la prima società italiana con un capitale sociale pari a un miliardo di lire, oltre che la prima ad essere quotata in una borsa estera. *(Londra e New York)*.

I fermenti del decennio fanno registrare cifre da capogiro: la sola Pavia ha **492** imprese industriali che impiegano oltre seimila addetti. Ma non saranno tutte rosa e fiori. Industrializzazione vuol dire manodopera, manovalanza, operai. Vuol dire le prime battaglie per i diritti nelle fabbriche.

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Pubblicato: 30 Agosto 2024

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## [ Via foro Magno e la città divisa in due ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/via-foro-magno-e-la-citta-divisa-in-due)

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Proprio dietro piazza del municipio, sede del palazzo comunale, si nasconde una stradina dal nome oggi altisonante : via Foro Magno. Mai toponomasticamente trasse più inganno. E non parliamo solo di semplici cittadini, o visitatori e turisti, ma in alcuni casi anche di storici.

Secondo qualche interpretazione infatti, proprio in questo tratto avrebbe trovato posto il foro dell’antica Ticinum. Come si è visto , invece, i pochi scavi effettuati hanno dimostrato con quasi assoluta certezza che il *“cuore”* della città romana si trovasse in realtà qualche centinaio di metri spostata più in là, vale a dire nell’attuale Piazza Vittoria.

**Perché allora quel nome?**

A dispetto delle apparenza , l’indicazione deriva da *“Farammannia”*. Tratto dalla tradizione orale tipicamente longobarda. I Longobardi scelgono di sistemarsi nella zona nord-orientale della città. Quella, cioè. Che dall’attuale via Negri prosegue verso piazza Leonardo Da Vinci.

Cuore della porzione di territorio scelta dai nuovi dominatori, è il quadrilatero dove si trova adesso piazza del Collegio Ghislieri, attraversato da via Defendente Sacchi e Corso Cairoli e corso Carlo Alberto.

Non a caso in piazza Leonardo Da Vinci è possibile vedere quello che rimane della chiesa di Sant’Eusebio, cioè la cripta, realizzata fra il V e il VI secolo.

Seduti sulle panchine vicino all’università, il salto indietro nella storia emoziona, osservando spuntare dal terreno quel che resta della cattedrale ariana voluta, si dice, dal re più illustre che questo popolo abbia mai avuto: Rotari.

Ci si trova nella parte più lontana dal Ticino, la cui area rimane invece abbinata dagli antichi discendenti di Roma. E’ appurato che i due popoli , decidano di vivere”separati” in casa. Naturalmente le tracce della civiltà che sceglie Ticinum come propria capitale non si limitano alla zona più settentrionale. Si percorre in senso longitudinale la città,uscendo allora dal *“quartiere latino”*. Si ritorna in via Boezio.

Proprio qui c’è ancora la chiesa dei santi Gervasio e Protasio, ritenute da Peter Hudson i fulcri *“della religione cattolica romana”*, nella zona nord-occidentale di Ticinum.

Saranno molte le chiese che verranno costruite poi dai successori di Alboino, a partire da Agilulfo *(la moglie Teodolinda, peraltro, diventerà cattolica.)* Pur rimanendo ariano, il re longobardo farà erigere le chiese di San Giovanni Battista, di San Pietro in Vincoli *(oggi nella zona di via Volturno),*di San Romano, *(nell’attuale corso Mazzini)* e di Sant’Ambrogio *(nei pressi della più nota Basilica di San Michele).*

Il popolo longobardo non sarà mai nazione, o Stato. Mancherà sempre una unità politica , di intenti e soprattutto la fedeltà incondizionata alla corona.

Dopo la morte di Agilulfo,la pace sociale sarà per sempre un’incognita per le frequenti rivolte o congiure dei vari duchi. Ma un sovrano riuscirà a lasciare il segno dei libri di storia, e in particolare in quella di Ticinum: Rotari.

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Pubblicato: 30 Agosto 2024

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![la nascita degli orfanotrofi e la storia di cesare mori: il “prefetto di ferro” - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/la_nascita_degli_orfanotrofi/Banner.jpg)

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Le continue guerre e soprattutto le frequenti pestilenze del **XVI secolo** lasciano una scia di morte e desolazione in città lungo tutto l’arco della dominazione spagnola.

Ma i tempi duri non impediscono la nascita di alcuni intellettuali pavesi come Bernardo Sacco, diplomatico, latinista e autore del *“Historia Ticinensis”*, Stefano Breventano, anche lui autore di una *“Historia dell’antichità, nobiltà et cose notabili della città di Pavia”*, e Teseo degli albonesi, che firma una traduzione del Vangelo in arabo.

Lo stato di estrema indigenza in cui si trova a vivere la maggior parte della popolazione fa registrare una forte presenza di orfani e bambini abbandonati.

Cerca di provvedere il comune , ma non basta. Nei primi decenni del Cinquecento in soccorso dell’ente pubblico arriva la carità privata.

Nascono due orfanotrofi , uno femminile e uno maschile. Via Del Muto dell’Accia al Collo è una strettissima stradina proprio dietro l’attuale sede del tribunale. Basta percorrere corso Cavour e girare a destra per raggiungerla.

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Non è cambiato nulla , da allora, tranne i palazzi rifatti di recente.

A poche centinaia di metri c’è l’istituto zoologico Spallanzani. Girando per le strade della Pavia spagnola., magari di notte, approfittando del buio e del silenzio, si sarebbe vista una donna che furtivamente abbandona un fagotto davanti alla porta di un edificio che i pavesi di allora conoscevano bene. E’ il monastero di San Gregorio, sede dell’orfanotrofio femminile, chiuso poi nel **1799**. Più noto invece, anche perché attivo fino in epoca moderna , è l’orfanotrofio maschile la colombina. A fondarlo, nel **1534**, è un nobiluomo veneziano, Gerolamo Miani. Miani, promotore degli orfanotrofi nelle città d’Italia, era stato chiamato a Pavia proprio per organizzare la raccolta e l’assistenza di fanciulli senza genitori e con il contributo di nobili concittadini come Angelo Marco e Vincenzo ‘de Conti Gambarana.

Trova la sede della struttura nella chiesa che sorge nella zona attuale fra via Gambini e via Romagnoli, detta dello Spirito Santo, che secondo la tradizione cristiana è rappresentato da una colomba. Da cui il nome dell’orfanotrofio. Ed è per questo che a Pavia gli orfani vengono chiamati *“Colombini”*.

Nel **1810** la Colombina cesserà di essere sede dell’orfanotrofio per diventare l’attuale Palazzo di giustizia. Un filo rosso lega la destinazione attuale dell’edificio alla sua antica funzione di ricovero per neonati senza famiglia. Il più illustre di loro, oltre tre secoli dopo, sarà Cesare Mori, passato alla storia come il ***“prefetto di ferro”.***

Bisogna ora fare un salto in avanti , lasciando per un momento la Pavia della dominazione Spagnola. E’ il primo gennaio del **1872**. E’ da poco passata la mezzanotte. Il primo bambino a venir deposto dentro la ruota del nuovo orfanotrofio della città, ricavato nell’ex monastero di San Felice, soppresso poi nel XVII secolo e attualmente in Via Cavallotti, è destinato a lasciare un segno indelebile nella storia d’Italia. All’orfanello viene dato il nome di Primo Nerbi, secondo quanto annotato scrupolosamente nei registri , dal sorvegliante Mario Perelli, visto appunto che era il primo orfano preso in carico dall’istituto.

Qualche anno più tardi, il *“Colombino”* pavese viene incaricato da Benito Mussolini di combattere la mafia in Sicilia in qualità , appunto, di prefetto. Sarà tra i pochi a riuscire a mettere davvero in ginocchio Cosa Nostra, al punto quasi di scrivere la parola fine alla criminalità organizzata più temuta di sempre. La sua vita non è facile. Primo vive in orfanotrofio fino all’esatto compimento degli otto anni perché il bambino è frutto di un rapporto fuori dal matrimonio . Solo quando i suoi genitori naturali, l'ingegner Felice Mori e la moglie Rachele Pizzamiglio, regolarizzano la loro unione con il matrimonio lo riprendono a casa. E solo allora gli viene cambiato il nome in Cesare.

E’ il maggio del **1924.** Mussolini è appena rientrato da un viaggio di 15 giorni in Sicilia. Giusto il tempo di maturare una convinzione : contro la mafia occorrono misure straordinarie. Prende una decisione : mobilitare l’esercito e inviare qualcuno in grado di dominare la situazione. Chiede un uomo estraneo al contesto, capace, inflessibile, *“esperto di cose siciliane senza essere siciliano”*. Il gerarca Emilio De Bono non ha dubbi: il prefetto Cesare Mori è la persona che ci vuole. Impermeabile a compromessi, indifferente alle lusinghe, inesorabile nel far applicare la legge. In una parola, incorruttibile. Il curriculum del pavese è di prim’ordine, del resto. Vincitore , primo su 107 candidati , di un concorso per *“alunno di 2 classe”* nella pubblica sicurezza – era il **1898**, aveva solo 26 anni – Mori si ritrova a dirigere la prefettura di Bologna nel **1921**,con un sorprendente curriculum di trasferimenti e promozione. Quella in Sicilia è l’ennesima tappa di una carriera costellata di riconoscimenti ma anche di accuse per i suoi metodi che non ammettono mezze misure.

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Mori , soprattutto, non è fascista, al contrario di quanto si crede. Si considera un servitore dello Stato . E in quell’ epoca lo Stato è Mussolini. E’ lo stesso capo del fascismo a sfatare il mito del prefetto nero.

*“Spero che questo Mori sarà altrettanto duro con i mafiosi quanto lo stato è con i miei squadristi a Bologna”*, dice firmando il decreto d’incarico. A ottobre del **1925** il prefetto trasferisce il suo quartier generale a Palermo. In assenza di garanzie costituzionali. Mori cinge d’assedio paesi, taglia acquedotti , affama e asseta gli abitanti per stanare i latitanti.

L’assedio di Gangi – paese delle Madonie sposato alla mafia- svolto con gran schieramento di militari, è la firma indelebile che il prefetto lascia in una Sicilia dove la criminalità è radicata nelle campagne , nei feudi sconfinati nell’entroterra. Capitale agricolo e povertà. Nobiltà e bassa manovalanza. Braccianti e aristocrazia.

Il prefetto di ferro è implacabile con chiunque.

Tutto fila liscio fin quando non comincia a estendere le sue indagini, a colpire più in alto , coerente con la sua fama di duro che non guarda in faccia a niente e nessuno. Il **3 dicembre 1927** la Camera concede l’autorizzazione a procedere contro l’onorevole Alfredo Cucco, accusato di collusione con i capi mafia. E’ l’inizio della fine. Mussolini invita Mori a lasciare le ricerche negli archivi giudiziari. Il prefetto continua invece. Il duce allora lo nomina senatore e lo manda in pensione.

La mafia – afferma Mussolini – è stata debellata. Una bugia , ovviamente. Ma da servitore dello stato quale si sente ed è , il *“Colombino”* Pavese obbedisce agli ordini e lascia l’isola.

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Pubblicato: 30 Agosto 2024

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Si vede ancora oggi, entrando nei cortili delle palazzine gialle fra via Tasso e via Grassi, l’occhio lungimirante dei progettisti che nel **1929** pensano a un’edilizia popolare che non sia un ghetto dove ammassare chi non può permettersi casa all’interno del centro storico.

Sono palazzine basse, all’interno c’è un gradevole giardino con panchine. Nulla a che vedere con le baracche che sempre in questo periodo, si vanno formando nei suburbi urbani delle grandi metropoli di allora. La fine della Prima Guerra Mondiale, il boom delle fabbriche, cambia per sempre il volto di Pavia.

Il primo passo per quella che verrà definita, in seguito, edilizia popolare, ha radici agli inizi del secolo. Come stimolo, anche, all’ iniziativa privata, nel **1906** viene stabilita l’esecuzione dal dazio sui materiali per la costruzione delle abitazioni operaie. E parte la corsa alle richieste all’amministrazione comunale e l’assalto ai terreni, ancora vergini, della periferia nord e sud della città.

A ponte Pietra, Crosione, Borgo Ticino *(Dietro il nucleo storico delle case che si affacciano sul fiume)* i terreni costano poco.

Bisognerà aspettare solo qualche anno più tardi, attorno agli anni Venti, per assistere però al boom, grazie all’arrivo delle società cooperative. Nel **1921** viene fondato anche a Pavia L’ente autonomo per le case popolari al quale il comune cede la proprietà di alcuni terreni per la realizzazione di due case che sorgeranno fra le attuali viale Gorizia e via Luino. In questo modo lo Iacp, come verrà chiamato, può dare attuazione al vecchio progetto di avviare altri lavori in viale Trieste.

Se ci si aggira ancora oggi in questa parte periferica della città, a ridosso del Naviglio si osserva l’impronta urbanistica intatta.

L’istituto pensa a gruppi di grandi edifici, organizzati in quartieri chiusi, autosufficienti, abbelliti da recinzioni e giardinetti interni. Le nuove case vengono decentrate rispetto al nucleo urbano per ovvi motivi di spazio e di costi.

Sorgono anche le case del ceto medio, non solo operaio. Ancora oggi sono visibili i primi due edifici nati con questo scopo, in viale Lodi e in Viale XI Febbraio. Soprattutto quest’ultimo è più ricercato . E un motivo c’ è. La vicinanza con il Castello obbliga una maggiore accortezza urbanistica.

In questo periodo sorge un altro edificio, di grandi dimensioni, fra piazza San Pietro in Ciel D’Oro e il baluardo Villetta *(oggi via Nazario Sauro)*. La storia di queste costruzioni comporta, in alcuni casi, il definitivo abbattimento dell’antico salone visconteo per il gioco della palla. Una decisione che provocherà discussioni e polemiche. Ma l’espansione non si ferma.

In strada nuova, nel **1923**, viene realizzato un primo gruppo di quattro edifici di medie dimensioni a tre piani, dall’aspetto decorativo curato. Ma in altre zone della città, la realizzazione di edilizia economica-popolare è una rarità.

Fra il **1926** e il **1929** l’area compresa fra la Vigentina, l’attuale via Tasso, e lo stabilimento Moncalvi *(Dove attualmente c’è la redazione del quotidiano locale la provincia pavese)* che dà lavoro a centinaia di operai viene interamente coperta dall’edilizia popolare. Oltre agli edifici di viale Lodi, realizzati fra il **’26** e il **’27**, nel **1929** sorge per iniziativa della Iacp un vasto quartiere in cui cuore è proprio via Tasso.

Ancora, nel **1940**, viene realizzato un gruppo sei edifici, abitati ancora oggi, nell’attuale via Libero Grassi. Si danno da fare anche le fabbriche, per accogliere i numerosi operai che lavorano all’interno dei loro capannoni. Sin dal **1906** la ditta Pacchetti costruisce per le sue maestranze alcuni edifici nell’area del complesso industriale. La Snia, vent’anni dopo, fa la stessa cosa costruendo ben 11 edifici in viale Montegrappa.

Viene presentato in questi anni un progetto per erigere un villaggio operaio sugli orti del Collegio Borromeo. Ma dopo polemiche e critiche , è respinto. L’espansione segue la linea del Naviglio, in direzione del Ticino. Si attraversa allora viale Campari e ci si addentra in questa zona di Pavia, ancora uguale al secolo scorso. A fine Ottocento, proprio in questo tratto di strada il padre di Albert Einstein, Hermann, aveva aperto una fabbrica: sono le officine Elettrotecniche Nazionali Einstein-Garrone che daranno lavoro a un centinaio di persone.

Al numero civico 11 di Via Foscolo c’è l’austero palazzo Corlazzoli, sul muro esterno c’è una doppia lapide. Ricorda il soggiorno, proprio in questo edificio, del grande poeta, che qui abitò fra il **1808** e il **1809**, quando insegnò all’università e curiosamente, sempre nella stessa abitazione che ospitò Ugo Foscolo, ma un centinaio di anni dopo, si fermò, ancora studente, anche lo scienziato Albert Einstein. Era il **1895.**

La passeggiata prosegue tra le case ancora immerse nel verde. La zona, infatti, non viene cementificata. La tendenza a creare quartieri residenziali omogenei, destinati a diverse fasce socioeconomiche (non solo operai, ma anche colletti destinati a diverse fasce socioeconomiche *( non solo operai, ma anche colletti bianchi)* che si concretizza in alcune lottizzazioni limitare, sono le caratteristiche della periferia di Pavia.

L’area compresa fra viale Vittorio Emanuele II, viale Cesare Battisti , via Montini si popola di case sin dal **1921**. Stessa sorte per la zona di viale Gorizia, coperta tra il **1923** e il **1926** da villette di edilizia economica ma non prive comunque di un certo stile. Nasce l’area Mettica, ampliata poi nella zona nota oggi come Città Giardino.

Con quest’ultimo intervento, si registrano anche i primi casi di speculazione. La realizzazione del progetto, infatti, si discosta e non di poco da quello originario dando avvio a un fenomeno che nei decenni successivi troverà repliche anche altrove.

L’espansione della città crea anche nuovi bisogni per una popolazione in continua espansione. E’ così che l’antica rete fognaria romana viene adeguata a partire dagli anni Venti.

Negli anni Trenta, invece, c’è da registrare l’apertura del nuovo acquedotto. Ma la struttura urbana, a causa della ridotta dimensione delle strade, non si adatta come altrove allo sviluppo del trasporto urbano. Alla prima forma di collegamento tra l’attuale stazione e piazza del Municipio, avviata nei primi decenni del secolo con carrozze a cavallo gestite da una società privata, si sostituisce nel **1913** la tramvia elettrica per la quale è necessario installare le rotaie e costruire una rimessa che verrà costruita al baluardo della Botanica, sull’attuale viale Gorizia, proprio all’imbocco di via Scopoli che quasi duemila anni prima aveva visto l’ingresso di Ottaviano Augusto.

La linea verrà prolungata fino al Policlinico da un lato e al quartiere San Pietro Verzolo dall’altro. Verrà poi soppressa nel dopoguerra.

Per vedere come Pavia si trasforma e assume l’immagine che ha oggi, bisogna tornare indietro di qualche anno fa. E’ il **1882**. Alla fine dell’Ottocento viene realizzato il salone del mercato Arnaboldi, per dare spazio adeguato al mercato bisettimanale che aveva una sua disordinata sede all’incrocio con i due assi cittadini costituiti dagli antichi cardo e decumano . L’opera comporta l’abbattimento di una serie di stabili nel cuore della città. L’obiettivo di realizzare una sorta di galleria, sulla scorta di quella celebre di Milano.

E ancora oggi ne sono visibili le intenzioni. La soluzione urbanistica prevede di realizzare un raccordo fra la commerciale Strada Nuova e la più defilata piazza del popolo per la quale fra il **1898** e il **1900** si procede al riordino, dopo che nel **1893** si era riformata la caserma del Lino *(L’attuale ex convento di San Tommaso)* e nella prospettiva della collocazione in questo luogo del monumento alla famiglia Cairoli.

A inizio secolo prende la sua attuale fisionomia piazza del Municipio, così come la si vede oggi, con l’abbattimento di alcune case e il rettifilo e l’arretramento all’università in quella che nel **1929** verrà riorganizzata come piazza XXVIII Ottobre *( oggi piazza della Posta).*

Ma la vera novità di questo periodo è il palazzo della Posta *( da cui il nome della via)* dove centinaia di pavesi fanno la fila tutti i giorni agli sportelli. L’anno successivo si realizza infine l’edificio destinato a ospitare la Camera di Commercio, in Via Mentana. L’operazione viene completata sacrificando la chiesa di Sant’ Eusebio e il giardino di piazza del Maino.

E’ sotto il fascismo che, in gran parte, Pavia di ieri diventa la Pavia di oggi.

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Pubblicato: 29 Agosto 2024

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![Dal concerto di Paganini al teatro Fraschini - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Dal_concerto_di_Paganini_al_teatro_Fraschini/Banner.jpg)

## [ Dal concerto di Paganini al teatro Fraschini ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/dal-concerto-di-paganini-al-teatro-fraschini)

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Prima di ammirare la piccola Scala di Pavia , ovvero il Teatro dei *“Quattro cavalieri “*, da tutti conosciuto come il Fraschini, dal nome del famoso tenore pavese, Gaetano Fraschini, serve dare un veloce sguardo all’Europa , come sempre , per seguire e capire quello che succederà a Pavia da qui in avanti.

*![Louis14-1668.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/Louis14-1668.jpg)*

*Trattato di Aquisgrana*

Il trattato di Aquisgrana, firmato il **18 ottobre** del **1748**, mette fine alla guerra di successione austriaca e soprattutto implica il riconoscimento della prammatica sanzione, cioè dell’editto del **1713** che l’imperatore germanico Carlo VI d’asburgo, essendo privo di figli maschi, aveva voluto per garantire la successione a vantaggio della figlia Maria Teresa. Una decisione che era stata alla base dell’ennesimo conflitto nel Vecchio Continente.

La firma della pace sancisce il nuovo equilibrio europeo e sanziona la fine del principato di Pavia, che entra nell’orbita degli Asburgo.

In Strada nuova , nel Settecento, il rumore degli zoccoli rimbomba fra le due ali di edifici che si affacciano sulla via più grande della città. I circa 30 mila abitanti *(censimento del 1753)*, compresa la popolazione dei ***“Corpi Santi”***, vale a dire la periferia fuori mura , non se la passano bene. Val la pena di aprire una piccola parentesi a proposito dei sobborghi, come verrebbero definiti oggi.

Per secoli la zona periferica vive una condizione amministrativa anomala, essendo soggetta alla città ma rappresentata separatamente da una congregazione con un proprio commissario e un cancelliere per il riparto dei carichi fiscali. La riforma amministrativa di stampo illuministico dell’imperatrice Maria Teresa, finalizzata alla standardizzazione del governo locale, risolve l’antica anomalia costituendo i ***“Corpi Santi”*** in comune a pieno titolo, includendo con il capoluogo nella prima delegazione della provincia.

L’invasione francese comporterà invece l’unione del Comune con la città nel **1805**, provvedimento revocato di nuovo dagli austriaci al loro ritorno nel **1816.**

Per farla breve , il colpo d’occhio di campi e cascine che ancora attualmente si vedono fuori città cambia poco rispetto ad allora. Se oggi un antico cittadino ritornasse in vita, riconoscerebbe la propria campagna,salvo sgranare gli occhi davanti a qualche inevitabile ammodernamento dei terreni segnati da tangenziali, strade asfaltate e radi distributori di benzina disseminati qua e là.

Nel **1883**, un decreto regio accorpa tutto alla città e da allora è così.

Ne fa le spese Fossarmato, prima comune autonomo, oggi frazione di Pavia.

Per le strade settecentesche di Pavia decine di uomini chiedono l’elemosina, bambini macilenti giocano nelle piazze, donne malvestite si aggirano fra i banchetti del mercato per acquistare quel poco che possono. Nonostante la povertà della maggior parte dei suoi abitanti, la nobiltà, al contrario davvero molto facoltosa, regala in questo periodo delle perle alla città.

Nel **1773** una società di quattro gentiluomini, Francesco Barbarana Beccaria, Luigi Bellingera Provera, Pio Bellisomi e Giuseppe Giorgi di Vistarino decide che è tempo, per Pavia, di avere un teatro. Lo fanno costruire all’inizio di Strada Nuova, laddove ancora oggi lo possiamo ammirare.

A dire la verità, Pavia ne aveva uno, più piccolo. Lo aveva fatto edificare il patrizio Giacomo Omodei ai primi del Settecento nell’attuale via Paolo Diacono. Ma è modesto e poco funzionale. Soprattutto, narra la leggenda, Omodei è signore e padrone del luogo e come tale si comporta : impone al pubblico i propri gusti e orari, e fa aspettare anche ore per la sua presenza, senza la quale lo spettacolo non può iniziare.

I quattro nobili intendono invece realizzare qualcosa che resti nella memoria. Così affidano il progetto a un archistar dell’epoca : Antonio Bibbiena.

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*Ferdinando D’Austria*

Alla presenza dell’arciduca Ferdinando D’Austria , il teatro viene inaugurato il **24 maggio del 1773** con l’opera Demetrio dell’allora celeberrimo compositore boemo Josef Myslivecek.

Da quel giorno, salvo una chiusura di una decina di anni , dal **1985** al **1994**, il Fraschini, come verrà ribattezzato successivamente, sarà uno dei tanti vanti di Pavia, insieme al Castello, all'Università, al San Matteo.

Il **7 maggio 1805** ospita Napoleone e Giuseppina de Beauharnais, poco prima dell’incoronazione. Ospiti d’onore saranno anche l’imperatore austriaco Francesco I e la moglie, l’imperatrice Maria Luisa. Nel **1814**, per l’astronomica cifra di 600 lire, si esibisce davanti a un pubblico estasiato Niccolò Paganini Passano dal Fraschini , in virtù della sua acustica pressoché perfetta, compositori come Pietro Mascagni e Arturo Toscanini. Dal dopoguerra in poi sul palco anche i grandi divi del teatro classico, come Vittorio Gassman, o della rivista come Carlo Dapporto, Macario, il giovane Dario Fo, Giustino Durano. Il teatro viene chiuso nel **1985**. La riapertura , venerdì **9 Dicembre 1994** vede sul palco Cecilia Gasdia e Katia Ricciarelli.

Si procede la passeggiata , percorrendo solo qualche centinaio di metri. Tanto dista, infatti, il teatro dell’università. I lavori fervono anche qui. In questo caso, è l’imperatrice Maria Teresa in persona a voler mettere mano. E l’austera eleganza che l’ateneo pavese conserva ancora oggi la si deve a lei.

I lavori edilizi, cominciano nel **1771** sotto la supervisione di altri due architetti di grido come Giuseppe Piermarini e Leopoldo Pollack. Viene costruito il grande teatro anatomico, inaugurato nel **1785**, oggi dedicato al medico Antonio Scarpa. Si realizza lo stesso anno la grande biblioteca.

La mano di Maria Teresa rimodella anche altri edifici, come l’Orto botanico. Si creano musei scientifici, come quello di Storia Naturale. Insomma, la cultura rifiorisce. E le sedi della sapienza si riempiono di nomi illustri

Nel settecento, girate per le aule dell’università, vuole dire imbattersi in docenti che passeranno alla storia. Primo fra tutti, Lazzaro Spallanzani. Lo scienziato è qui dal **1769**, chiamato a insegnare Storia Naturale. Ma i suoi studi spaziano. Scopre il succo gastrico, compie esperimenti sulla fecondazione, intuisce l’esistenza degli scambi gassosi respiratori nel sangue. Si occupa anche di zoologia anticipando, insieme allo svizzero Charles Jurine, la teoria dell'eco localizzazione dei pipistrelli scoprendo che questi mammiferi non sono in grado di evitare gli ostacoli durante il volo se le loro orecchie vengono tappate con la cera.

In un’austera aula dell’università si assiste anche a una lezione di Alessandro Volta. Il futuro inventore della pila insegna a Pavia Fisica Sperimentale dal **1778**. Le sue lezioni sono talmente seguite da indurre il successivo imperatore, Giuseppe II, a ordinare la costruzione di un nuovo *“teatro fisico”*, oggi conosciuto come *“aula Volta”*.

Dalla sua cattedra assegnata nel **1783**, rileva ogni particolare funzionamento di organi, ossa e tessuti umani il padre della moderna anatomia, Antonio Scarpa. Le statue di questi giganti del pensiero scientifico ancora oggi guardano severe dai vari cortili dell’ateneo, dove sono posizionate a perenne ricordo della loro attività didattica e scientifica.

Di Scarpa rimane qualcosa di più. Pare che lo scienziato fosse solito, in seguito al decesso di suoi illustri colleghi, utilizzarli come preparati anatomici, su cui effettuare studi. E, a seguito di questa singolare abitudine, alla sua morte gli venne riservato un trattamento simile. L’esposizione della sua testa conservata sotto formalina, è ancora visibile al museo dell’università.

Nel **1777** l’ateneo pavese assurge invece agli onori della cronaca a causa di una perfetta sconosciuta. Si chiama Maria Pellegrini Amoretti, e proprio in quell’anno si laurea in legge. L’aula, alla discussione della tesi, è gremita all’inverosimile. La curiosità è dovuta a un semplice motivo: è la prima donna ad addottorarsi all’università cittadina. Tanto che addirittura Giuseppe Parini, da li a poco, le dedicherà alcuni versi nell’ode *“La Laurea”*, esprimendo meraviglia per il fatto e aggiungendo, femminista ante litteram, come “la tirannia virile frema”.

Ma l’aria in città è destinata a cambiare.

Quello che l’imperatrice Maria Teresa costruisce, il figlio e successore Giuseppe II, distrugge. Il nuovo imperatore infatti non è certamente mosso dalla voglia materna di costruire e restaurare. Semmai il contrario. Anche se i suoi bersagli preferiti a Pavia, quando sale al trono nel **1740** alla morte di Maria Teresa, sono chiese e monasteri. Più di venti se ne contano fra chiusi, demoliti o trasformati in altrettanti edifici civili o pubblici. Ne fanno le spese il convento di Sant’Epifanio di cui oggi rimane solo il nome della via, dove troverà posto l’Orto Botanico, i conventi dei Gesuiti e di San Francesco, trasformati in liceo e collegio Germanico-Ungarico *(oggi collegio Cairoli, nell’omonima piazza)* e l’ex Chiesa di San Tommaso *(attualmente ancora visibile in via Rusconi)* trasformata in Seminario Generale per i chierici di Lombardia nel **1786.**

Ma ben altri stravolgimenti sono alle porte di Pavia.

Tre anni più tardi, a mille chilometri di distanza , i parigini prendono d’assalto la Bastiglia. Scocca l’ora della Rivoluzione Francese che segnerà il destino d’Europa e infiammerà anche Pavia.

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Categoria: [Lo sapevi che?](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che)

Pubblicato: 29 Agosto 2024

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Le prime avvisaglie della fra quelle che sarò la classe operaia e i “padroni” fanno il loro esordio in questo periodo.

Il primo scontro si ha nella palazzina dove oggi ha sede il quotidiano la Provincia Pavese. Qui infatti, all’inizio del secolo, c’è la ditta Moncalvi, azienda leader fino agli anni Ottanta del secolo scorso, nella realizzazione di pompe industriali. Il malcontento per orari lunghi, condizioni di lavoro stressanti, paghe non sempre all’altezza, esaspera gli animi.

Protestare è quasi impensabile, per quei tempi, dove il padrone fa il bello e il cattivo tempo.

I lavoratori decidono comunque di incrociare le braccia, fino a quando le loro richieste non verranno accolte. A nulla valgono le minacce dei proprietari. Gli operai lottano per migliori condizioni di lavoro e salari più alti. Non c’è nessuna trattativa sindacale, come succede oggi, anche perché il sindacato non è ancora nato. La questione si risolve per le spicce. Si chiamano i carabinieri. Nella palazzina sul Naviglio fanno irruzione i militari, con le cattive trascinano fuori i ribelli. E’ la prima protesta collettiva nell’industria pavese.

Per un’astensione dal lavoro di poche ore , gli operai delle officine Moncalvi vengono puniti con la reclusione al Castello Visconteo.

Purtroppo, a parte il nome della fabbrica dove questo avviene, non vengono forniti ulteriori particolari sul giorno, l’anno e il numero di lavoratori coinvolti. Si sa che sono fra gli anni 1910 e il 1915, probabilmente a ridosso del conflitto al Castello Visconteo.

Nel 1911 a trainare il settore è quello metallurgico, con 1173 operai. Da lì a qualche anno , fioccano per come la Moncalvi e la Necchi contratti d’oro per la produzione di granate, spolette e altre parti di armi.

E’ il business della Prima Guerra Mondiale. A tutti , più o meno indistintamente , la congiuntura bellica offre una cornice straordinariamente remunerativa e incentivante, grazie alle numerose commesse che piovono sugli imprenditori pavesi che vedono aumentare i propri profitti. Si ampliano gli impianti di produzione , si recluta nuova manodopera, spesso improvvisata. La maggior parte degli uomini e delle donne che vanno a lavorare nelle fabbriche sono infatti contadini.

Nel giro di pochi anni, la composizione interna della classe operaia pavese, le sue condizioni di vita, variano e peggiorano visibilmente . I ritmi di lavoro si inaspriscono, aumentano gli infortuni, il cottimo è pagato poco e male. A parte il caso della Moncalvi,però, non si registrano forti proteste.

Così l’espansione e l’ammodernamento della città non conoscono sosta.

Nei primi del ‘900 si affaccia un progetto destinato a cambiare per sempre la storia urbanistica della città. Torniamo in Strada Nuova, cuore di Pavia. Qui, accanto all’università, c’è ancora la sede dell’ospedale fondato nel 1449. I tempi sono maturi per un nosocomio moderno che alle motivazioni igienico sanitarie unisca le esigenze di ricerca scientifica.

Ci vuole insomma un complesso che assolva a entrambi i compiti, con vaste cliniche strutturate per il ricovero secondo i criteri moderni e dotate di ambienti attrezzati per il ricovero secondo alcuni criteri moderni di ambienti attrezzati per farlo.

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*Camillo Golgi*

Camillo Golgi, premio Nobel per la Medicina nel 1906, propone l’area dell’ex piazza delle Armi, ma viene scartata. Si pensa anche all’area “Mettica”, in località Torretta, sul terreno di proprietà del Collegio Borromeo, nell’attuale corso Garibaldi e lungo il Ticino. Ma neppure questo va bene. L’attenzione si concentra allora sulle aree Caima e Deserto, a nord-ovest della città, al di là del Navigliaccio. Qui sorgerà il futuro policlinico San Matteo, così come lo conosciamo oggi.

Il progetto è datato 1913, ma verrà aperto solo diciannove anni dopo, nel 1932-

In questi anni viene realizzata un’altra opera storica. Si prende la strada provinciale che porta in oltrepò, in direzione del Comune di Linarolo, a una decina di chilometri da Pavia. Alla confluenza fra il Po e il Ticino ci sono decine, decine e decine di operai con la schiena curva sui piloni di quella che sarà la prima opera pubblica rilevante per l’intera provincia: Il ponte della becca. E’ il 1910. Ma la sua storia parte molto prima.

E’ la necessità di favorire il commercio delle uve prodotte in Oltrepò pavese verso Pavia e il resto della Lombardia, a far nascere l’idea di un punto di trasbordo da una riva all’altra. Il primo tentativo, esattamente dove oggi la struttura in ferro collega le due sponde, è un ponte di barche, a metà dell’ottocento. Ma la soluzione si rivela inadeguata poiché non garantisce il regolare commercio dei prodotti a causa delle piene dei fiumi.

Nel 1881 viene istituito un primo comitato per la realizzazione della Becca di un ponte stabile, sostituito da un secondo nel 1885.Si arriva alla redazione di un progetto, affidato per la realizzazione alle principali imprese che operano nel settore delle costruzioni metalliche del tempo, tra le quali la Società Nazionale settore delle costruzioni metalliche del tempo, tra le quali la Società Nazionale Officine di Savigliano e la ditta Larini Nathan di Milano.

Sono queste le due imprese che, dopo la stesura del progetto definitivo risalente al 1909 e la nascita di un consorzio tra i comuni interessati al progetto, iniziano i lavori iniziano i lavori di costruzione del ponte che terminano nel 1910.

E, mentre la periferia fiorisce di opere, anche in città ci sono grandi cambiamenti. La rivolta degli operai della Moncalvi è solo la punta dell'iceberg. Nella sede della palestra civica, ancora oggi in via Luigi Porta al 13, il giornalista Cesare Battista e il sindacalista Filippo Corridoni incendiano gli animi con i loro discorsi. I due patrioti / intellettuali vengono spesso in città a dar man forte ai giovani pavesi che si infiammano di fronte alla prospettiva di una nuova guerra contro l’Austria, il nemico odiato e mai dimenticato.

Ancora una volta è l’università l’epicentro del nuovo fuoco patrio.

L’aula VI, per la precisione. Qui, risuonano le voci illustri dei docenti , che incitano a completare l’opera iniziata nel Risorgimento . Allo scoppio della guerra, Pavia viene dichiarata “città ospedaliera”, con la requisizione dei collegi universitari e altre strutture. Si arriverà a contare fino a duemila posti letto per i feriti. Nel 1917, dopo la rotta di Caporetto , la città – dove si è proceduto intanto alla demolizione di gran parte delle mura spagnole – viene provata dall’ennesima eccezionale piena che ha invaso Borgo Ticino.

E’ proprio in questo periodo che anche Pavia conosce un breve ma intenso periodo legato al futurismo.

Nei bar del centro storico appare una tavola parolibera dal titolo “Lungo il Ticino”. Si tratta di un tipo di componimento letterario dove il valore estetico della poesia è affidato al rapporto fra la parola e immagine. Gli autori sono due giovani artisti , Angelo Rognoni e Gino Soggetti, fulminati dal movimento artistico nascente di Tommaso Marinetti. E proprio Marinetti in persona , nell’inverno del 1916, è presente al teatro Guidi ( oggi è stato abbattuto), che ha sede in Viale Matteotti, una serata in cui si potrà ascoltare il discorso programmatico del fondatore.

Costruito nel 1865, il teatro Guidi è quello che oggi definiremo un teatro all’avanguardia. Ospita spettacoli di vario genere, da manifestazioni sportive a eventi mondani. Nel 1920 accoglie addirittura un circo, riscuotendo un grande successo di pubblico. Attivissimo fino agli anni Trenta, chiuderà i battenti nel 1935. Chi invece vuole raggiungere i teatri di Milano deve andare in piazza Petrarca. Qui , già alla fine dell’800, è arrivato il “Gamba de legn". La linea ferroviaria, a vapore, a scartamento ridotto, costituita da un solo binario di esercizio, interessa la statale 35 dei Giovi , nella tratta tra Pavia e Milano, funziona dal primo agosto 1880. Chiuderà il 29 febbraio 1936.

Spostandosi di mezzo chilometro, ci si dirige nella zona di Corso Cavour, con le sue scintillanti vetrine. L’inizio della sua ascesa commerciale, ancora oggi sotto gli occhi di cittadini e turisti, si può ricondurre al periodo antecedente la Grande Guerra. Nel primo decennio del 1900, la proprietà di palazzo Bottigella concede che venga utilizzata pubblicamente l’area verde di sua pertinenza che fiancheggia l’immobile. Viene abbattuto il muro sul fronte del corso Cavour e con l’autorizzazione e il vincolo della sovrintendenza dei monumenti, viene realizzato un locale di ristoro appoggiato alla parete occidentale dello stesso edificio. Il completamento del locale avviene nel 1915 quando, con progetto di Ercole Lanfranchi , viene realizzata e applicata una facciata in lamiera e un’insegna che indica : Caffè Kursaal Giardino. All’esterno, nella stagione estiva sono allineati tavolini e sedie : il locale , sia per la strategica posizione di fronte al palazzo del Tribunale, sia per la vicinanza alla stazione ferroviaria, acquista velocemente una posizione di rilievo nel settore di ristoro pavese, facendo presto concorrenza allo storico Demetrio.

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Pubblicato: 29 Agosto 2024

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![L’ autunno caldo dei "Sessantottini" - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/L%20autuno_caldo_dei_Sessantottini/Banner.jpg)

## [ L’ autunno caldo dei "Sessantottini" ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/l-autunno-caldo-dei-sessantottini)

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Pavia inaugura l’autunno caldo della protesta con un anno di anticipo. Gli studenti, fra i primi D’Italia, iniziano a manifestare il loro dissenso e la voglia di ribellione alla fine del **1967.**

E’ il **30 novembre** quando un gruppo di giovani occupa l’aula di Anatomia, alla facoltà di medicina. Fra lo stupore generale, soprattutto del corpo docente. I ragazzi se ne andranno il 5 dicembre. E’ solo una prova. Intanto però gettano le basi per le proteste, quelle vere, che verranno da lì a poco. Cioè nel **1968**. Il **21 febbraio**, infatti, si replica. E’ questione di qualche giorno , poi tocca, il **13 marzo,** alla neonata facoltà di Economia e Commercio. E’ un effetto domino,perché viene anche il turno di scienze politiche. Infine il **23 Marzo** , viene nuovamente occupata la facoltà di lettere. Quel giorno comincia ufficialmente il 68 pavese, con un occupazione che durerà 43 giorni, cioè fino **all’11 maggio**.

Proprio questi ultimi giorni , dall’aprile ai primi giorni del mese seguente, la lotta studentesca, che chiede un’università migliore, più aperta e condivisa,diventa più dura. Il **26 aprile** si svolge una manifestazione per le vie della città. Nell’aula 8 si raccolgono le firme per la liberazione di Guido Viale, leader della rivolta studentesca a Torino *( andranno in seicento a portarla al questore)* e si leggono a voce alta passi degli *“scritti politici”* di Rosa Luxemburg nell’edizione curata da Lelio basso e di “Antropologia funzionale “ di Carlo Tullio Altan.

Sul cancello della facoltà un grande striscione dice ;***” No alla scuola che prepara i padroni di domani”.***

Il rettore Mario Rolla va a parlare ai giovani. Ma viene cacciato. L’**8 maggio**, dopo che il corpo docente ha respinto le loro richieste , i ragazzi si barricano in ateneo , bloccando l’accesso al professor Rolla. La conseguenza è l’incriminazione contro chi guida la protesta: le denunce arrivano a Lanfranco Bolis, Sergio Saviori, Renato Novelli e Giovanna Bellandi, tutti accusati di oltraggio, resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento.

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*Lanfranco Bolis*

E’ proprio Lanfranco Bolis , insegnante pavese, il leader della protesta studentesca. Nato nel settembre del 41, iscritto al Pci a 16 anni, è segretario provinciale dei giovani comunisti a 20 e consigliere comunale a 23.

Nel **’68** siede nel consiglio federale del partito, è un fuoricorso all’università , ha una cattedra in una scuola media, una moglie e una figlia di due anni. Nel maggio del **’68** Bolis e i suoi fondano , in una serie di assemblee al collegio ghislieri, un gruppo e un giornale, potere proletario, direttore responsabile Piergiorgio Bellocchio.

Strada nuova si riempie di cartelli. I muri dell’ università si trasformano in bacheche. Gli studenti urlano la loro voglia di cambiamento, sfidano i docenti. Il rettore Rolla decide di usare le maniere morbide. Non chiama mai la polizia, lascia fare, per quello che può. Gli studenti fanno i turni. I pavesi restano anche di notte, bivaccano nelle aule e nei corridoi. Il periodo più duro dell’occupazione è la Pasqua. Molti vanno via, ma un gruppo di irriducibili, circa una ventina di studenti , resta. Si teme, a questo punto, l'uso delle maniere forti. Ma , ancora una volta, il rettore non vuole forzare la mano.

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All’ordine del giorno anche i temi di politica, a cominciare dal Vietnam.

Il raggio d’azione dei ragazzi non è solo strada nuova, corso cavour, via mazzini, piazza della vittoria. Pavia, in quegli anni, pullula ancora di operai in tute blu, grazie alla Necchi, alla Snia e alle altre tante fabbriche storiche. Gli studenti vanno anche davanti ai cancelli a volantinare. In qualche modo il **68** era iniziato in anticipo, nell’autunno dell’anno prima, ma poi entrò in fase calda in ritardo, ai primi del **1969**. E’ in questo anno che iniziano i veri scontri con la polizia davanti alla prefettura.

Si torna indietro di 40 anni e andiamo in Piazza Guicciardi, a due passi dall’università. I giovani in corte innalzano cartelli e bandiere, la loro voglia di cambiare si trasforma in un ruggito. La tensione è alle stelle e questa volta gli agenti dispensano manganellate senza risparmiarsi. Ma la fiamma è accesa. Anche gli studenti dei licei scendono in campo. Proprio verso la fine dell’anno, le cose cambiano anche per Bolis e per la politica pavese; i rapporti già tesi con il sindacato per i casi dello sciopero degli spazzini e dell’Omino di Ferro, fabbrica di Casorate nella quale lavorano tantissime donne, arrivano quasi alla rottura. Lo spartiacque è il **2 dicembre**, giorno tragico, in cui viene repressa nel sangue la protesta dei braccianti di siracusano *(ad Avola)* contro le gabbie salariali.

A Pavia il movimento studentesco si trasforma in Potere Proletario.

Esce un volantino in cui si chiede uno sciopero di otto ore. Il sindacato propone mezz’ora. Gli operai della Necchi si fermano invece per tutta la giornata. Più tardi, al secondo turno, il Partito comunista di Pavia si presenta in massa e li convince a rientrare. A quel punto lo scontro con il Pci è durissimo e Bolis, insieme ad altri, viene cacciato. Questo episodio segna per lui e per altri la fine del rapporto con il Partito Comunista.

Il **68** registra anche una novità quasi assoluta per Pavia. La prima protesta in chiave ambientalista. E’ il **7 settembre** quando la giunta decide di formare un’isola pedonale nell’area compresa fra corso Cavour , via Frank, via Cardano, via Rezia e piazza Duomo. Immediata , scatta la protesta dei commercianti, che accusano il Comune di compromettere, con questa scelta, la loro attività. A sorpresa si schiera con i negozianti anche Italia Nostra, da poco presente sul territorio. Pur condividendo il fine, gli ambientalisti, a loro volta, contestano la decisione di chiudere parte del centro storico perché la scelta viene fatta senza uno studio funzionale preciso. In altre parole, una scelta casuale che avrebbe portato più costi che benefici. Il sindaco socialista, Giovanni Vaccari, sotto la pressione di Italia Nostra, cede e revoca il provvedimento.

La seconda, grande, battaglia dell’associazione sarà, da lì in avanti, la difesa del Ticino, sempre più inquinato negli anni del boom economico e quasi mai per colpa delle fabbriche pavesi.

C’è una peculiarità del Sessantotto pavese: la protesta non sfocerà mai in episodi di particolare violenza, né di terrorismo. All’Università, epicentro ancora una volta dei venti di rinnovamento, nei licei ma anche nelle fabbriche prevale il dibattito politico. Acceso , spesso, ma senza degenerazioni. Vince insomma la voglia di confronto. Lo testimonia, quattro anni prima della protesta studentesca, la massiccia partecipazione all’apertura del circolo culturale Labriola di via varese *(che chiuderà solo qualche anno dopo)* a cui partecipa anche Pier Paolo Pasolini. Pavia non è Milano, dove ben presto molti giovani prenderanno la strada delle Brigate Rosse , dei Nuclei Armati Proletari o altre formazioni terroristiche. Ma di Pavia partirà la traccia che porterà all’arresto di uno dei capi storici delle Br, Marino Moretti. E questo grazie al fiuto del capo della squadra mobile pavese, Ettore Filippi.

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Pubblicato: 28 Agosto 2024

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![Il terrorismo antiaustriaco: i delitti insoluti di strada nuova e via Mentana - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/Il_terrorismo_antiaustriaco/Banner-min.jpg)

## [ Il terrorismo antiaustriaco: i delitti insoluti di strada nuova e via Mentana ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/il-terrorismo-antiaustriaco-i-delitti-insoluti-di-strada-nuova-e-via-mentana)

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Via Mentana è oggi una lunga strada stretta, di passaggio più che altro, che porta verso piazza del municipio se si prosegue verso la parte orientale della città,verso Strada Nuova se la si percorre in senso inverso. Il centro storico oggi pullula di telecamere di sorveglianza, soprattutto per il controllo del traffico. La tecnologia avrebbe senza dubbio aiutato, quella fredda sera del **16 Dicembre del 1858**, a risolvere il giallo dell’omicidio di Emilio Briccio.

Briccio, di origine trentina, è un docente di veterinaria all’università. Dopo cena, decide di fare una passeggiata in compagnia di un’amica. Proprio all’angolo fra via Mentana e Strada Nuova, un uomo gli si para davanti. Il professore non fa nemmeno in tempo a rendersi conto di ciò che sta accadendo. All’improvviso sente una fitta allo stomaco. Solo quando abbassa gli occhi in direzione del punto da cui è partito quel dolore che gli toglie il fiato, capisce cosa è successo. Nel ventre ha conficcato un stiletto. Ne spunta solo il manico. Il misterioso aggressore si è già dileguato. Ha preferito girare l’angolo in via Mentana, più buia e soprattutto meno battuta dellla via principale di Pavia.

Briccio morirà quattro ore dopo nella sua casa, a pochi metri dalla sede dell’ateneo. A nulla serve il tentativo di salvarlo di un luminare della medicina, il dottor Luigi Porta, suo amico, giunto al suo capezzale. Si dice, ma le prove non verranno mai raccolte, che Briccio sconti la fedeltà al governo austriaco, che solo qualche giorno prima ha difeso in una discussione. Lo riporta Contrado Montini cronista *“da battaglia”* dell’epoca, irriducibile giacobino, futuro garibaldino, e giornalista di grido. A scatenare l’omicida, sarebbe stata una battuta irriverente relativa alle manifestazioni di piazza che in quel periodo si susseguivano. La conferma che alla base di piazza che in quel periodo si susseguivano. La conferma che alla base del gesto ci sia un movente politico, arriva qualche giorno dopo con un biglietto anonimo intercettato agli uffici postali dalla polizia austriaca. Le indagini, però non conducono a nulla.

L’ omicidio rimane irrisolto.

L’unica conseguenza, è l’ulteriore stretta delle autorità su una vita cittadina già duramente provata dalla dominazione austriaca.

Ci si sposta ora di qualche centinaio di metri, all’angolo fra via Mascheroni e via XX settembre Siamo, di nuovo, in una strada poco lontana dal cuore della città. Oggi si possono vedere parecchi studi di avvocati, eleganti portinerie di prestigiosi palazzi. Giuseppe Ripamonti Carcano è appena uscito di casa. E’ il direttore della Gazzetta provinciale di Pavia. E come tale non può non essere filo-austriaco. In passato ha già ricevuto minacce ma non ci ha mai fatto caso, fa parte del lavoro. Ha appena girato l’angolo, quando un uomo gli pianta uno stiletto nella pancia.

E’ la sera del **18 marzo 1859**. L’arma rimane nella ferita. Ripamonti Carcano, come pure il professor Briccio, crolla a terra in un lago di sangue. L’aggressore si dilegua nell’oscurità della città, deserta anche per il coprifuoco ormai perpetuo. Anche in questo caso, l’omicidio rimane irrisolto. Ma la polizia ha pochi dubbi che il delitto sia legato ala sua attività professionale e soprattutto alla sua posizione politica. La mano,però, secondo gli investigatori non è la stessa del delitto Briccio. Ci sono due sospettati. L’autore del primo omicidio sarebbe Enrico Novaria, definito Montini *“cospiratore audace”*. Nel secondo caso, invece, i sospetti cadono su Giuseppe Pedotti,altro not patriota ribelle.

L’ambiente in cui maturano i delitti, è sicuramente quello dei movimenti anti austriaci pavesi. Ma quando i gendarmi bussano alla porta delle loro abitazioni, si sono già dati alla macchia. Cadranno più tardi sui campi di battaglia di San Fermo e Monte Suello, portandosi nella tomba il segreto dei due efferati omicidi. Che restano comunque, episodi isolati.

Qualcosa però sta per accadere.

Che l’Austria abbia i giorni contati a Pavia e in Lombardia, lo percepiscono in tanti. E in tanti si preparano a ingrossare le file dei patrioti pronti a combattere, alla luce del sole, contro l’odiato oppressore. Il punto di espatrio dei giovani che vogliono andare in Piemonte per arruolarsi passa dalla zona Est della città. Ci si dirige lì allora. E si giunge nella zona rivierasca nei pressi della Chiesa di San Lazzaro. Si è vicini alla strada provinciale per Cremona. Qui si trova Cascina Francana. Il proprietario di allora si chiama Luigi Germani. E’ un fervente patriota. Chi vuole fuggire, lo fa con il suo aiuto. Da qui , in poco più di dieci minuti si può raggiungere la riva del fiume. Dove, nascoste dalla folta vegetazione, ci sono delle barche. A guidarle, con fare sicuro, anche nell’oscurità, è un umile popolano, profondo conoscitore delle acque. All’anagrafe è Luigi Razzini, ma tutti lo conoscono come Battifiacca. Fra Ticino e Po trasborda decine di cospiratori, sfuggendo spesso ai gendarmi austriaci. Non verrà mai colto con le mani nel sacco. Morirà nel **1884**, dimenticato da tutti. Milani racconta che al cimitero viene accompagnato solo dal becchino, e, tristemente, la sua tomba non ha alcun epitaffio.

A proposito di fiume. Se si fa una passeggiata sulla riva del Naviglio e si arriva alla confluenza con il Ticino, una lapide ricorda le piene maggiori della storia. La più terribile si verifica proprio in quel periodo. E’ il **1857**, quando il fiume straripa e invade la città. E’ la maggior piena di rigurgito del Po mai osservata a Pavia. Si è formata per una piena che alla Becca raggiunge la portata valutata in circa diecimila metri cubi al secondo. La seconda inondazione più devastante della storia è di qualche anno dopo, solo del Ticino: è il **1868**.

Ma oltre alla lotta con l’ acqua, qui continuano ad essere combattute senza soste le battaglie tra eserciti A ingrossare le fila dell’esercito sabaudo occorrono circa 1500 giovani pavesi. Intanto gli austriaci si preparano all’ennesima guerra. In prossimità del ponte Coperto, allestiscono un ponte di barche per accelerare il passaggio delle truppe. L’idea è quella di portare la guerra in Piemonte. Un primo scontro fra i due eserciti si verifica il **23 aprile** a Zinasco, oggi un piccolo comune di qualche migliaio di anime appena fuori Pavia. Ma gli scontri che passano alla storia sono quelli di Montebello *(in Oltrepò)* e di Palestro *(in Lomellina)* nel **1859**.

Le alleanze, nel frattempo, vedono i francesi *(al comando c’è Napoleone III)* a fianco dei piemontesi *(guidati da Vittorio Emanuele II)*. L’ultimo caposaldo della resistenza austriaca resta Pavia. Qui i feriti di due battaglie vengono trasportati e curati. Si ergono fortificazioni a Porta Milano. I portici di Borgo Calvenzano, dove oggi ci sono pub e pizzerie, vengono chiusi con tavole di legno. In quella che oggi è ribattezzata via Palestro, si allestisce un ospedale militare.

Ma ormai, per gli austriaci, la guerra è persa. La sera del **12 Giugno**, le prime avanguardie francesi rientrano a Pavia. Qualche giorno prima, il **26** e **27** maggio, si erano combattute due furiose battaglie a Varese e San Fermo. Nella prima cade Ernesto Cairoli. I fratelli Luigi, Enrico e Giovanni moriranno poco dopo, intrepidi eroi dei Cacciatori delle Alpi. La famiglia pavese che aveva ospitato Garibaldi dà il contributo di sangue più alto alla causa italiana.

Oltre alla storia, anche l’arte immortala le gesta di questi eroi.

C’è un episodio toccante, in questa vicenda di sangue e sacrificio. Si può ricordarlo, visitando il museo del Risorgimento al Castello. Lì è conservato un quadro, dipinto da Federico Faruffini. A commissionarlo, poco prima della sua morte, è Ernesto Cairoli. Faruffini ha un presentimento e proprio mentre lo dipinge, l’ amico è colpito a morte sul campo di battaglia. I caduti pavesi saranno complessivamente nove: cinque nell’esercito sardo, quattro nei Cacciatori delle Alpi.

C’ è un altro quadro, questa volta a firma di Paolo Barbotti che raffigura la morte di Giuseppe Pedotti, il presunto assassino del professor Briccio. Muore eroicamente a San Fermo. Lo stesso Garibaldi ne racconterà le gesta : *“ Aveva pur pagato il suo tributo alla patria, giacendo cadavere fra i valorosi che avevano assalito il fronte. Egli apparteneva alla eletta schiera dei giovani lombardi delle prime famiglie”*.

C’è una lapide all’ interno dell’ università, che ricorda le gesta dei giovani garibaldini pavesi presenti, qualche anno più tardi, con i Mille: *“ il 15 maggio 1860 vidi allora la nostra bandiera portata al centro della settima, quel centinaio e mezzo di giovani quasi tutti dell’università di Pavia fior dei lombardi e di veneti la compagnia più numerosa e più bella”*.

Ma si torni a quei giorni. Il **18** settembre Vittorio Emanuele II entra fra due ali di folla festante, questa volta sinceramente felice, a Pavia. Gli Austriaci sono stati finalmente cacciati per sempre

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Pubblicato: 27 Agosto 2024

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![la furia dei giacobini pavesi: quando la statua del regisole venne abbattuta - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/la_furia_dei_giacobini/Banner.jpg)

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I simboli, nelle rivoluzioni, sono importanti quanto le armi. Fra piazza del Duomo e l’attuale piazza della Vittoria, si consumano due episodi-chiave che rappresentano il clima che si respira in una città di nuovo sottosopra. La situazione precipita. Gli austriaci sono in fuga. In ordinate colonne, senza dire una parola su quanto sta succedendo, rientrano dalla frontiera del Gravellone, da dove erano entrati trionfanti solo qualche decennio prima, e attraversano il Ticino marciando in silenzio verso il Po. Un ‘altra colonna, invece prende la strada di Bereguardo.

Il **9 maggio** non c’è più neppure una divisa asburgica a Pavia. Insieme all’esercito, fugge anche quella parte della popolazione, per lo più nobili, che si è eccessivamente compromessa con l’amministrazione imperiale. I ricchi patrizi sono preoccupati per la loro incolumità. E’ in questo periodo che molti degli stemmi delle antiche casate spariscono dai muri degli splendidi edifici del centro. I proprietari non vogliono ,all’arrivo dei Giacobini francesi far capire quali sono i loro possedimenti. Pavia piomba in un silenzio quasi irreale. Solo il rumore degli scalpellini rimbomba per le strade.Prima di andarsene però, gli austriaci minano il ponte coperto, ma la bomba non scoppia. Poi più nulla. Ai pavesi non sembra vero di poter approfittare della momentanea anarchia in cui piomba la città. Una folla di saccheggio e libertà si getta su due navi attraccate alla darsena cariche di sale e tabacco abbandonate dai soldati in fuga, e le spogliano di tutto.

Annota Vincenzo Rosa nella sua ***“Insurrezione e il sacco di Pavia avvenuti nel maggio del 1796"***: *"Sembravano tante formiche quando fanno i trasporti, o le api quando depredano un alveare rotto”*. Ma l’ubriacatura dura poco. Da lì a cinque giorni arrivano le prime avanguardie francesi. Giungono dalla strada di Lodi, dove Bonaparte ha combattuto e vinto una dura battaglia.

La Pavia che resiste a qualunque invasore, fiera e protetta dalle sue alte mura, è ormai uno sbiadito ricordo.

Molto più italicamente , uno sparuto drappello di nuovi conquistatori viene accolto da un ossequiente gruppo di rappresentanza formato da autorità civili e religiose , seguiti da una esigua folla. Anche se , nell’animo della maggior parte dei cittadini, il pessimo ricordo della dominazione francese di qualche decennio prima rimane. Non è proprio quella che si direbbe una accoglienza calorosa. Anzi. Quando arriva il grosso dell’esercito il giorno dopo, formato da circa seimila effettivi sotto il comando del generale Pierre Augereau, è la paura a prevalere.

L’aspetto dei soldati francesi è tutt’altro che marziale. Marciano lungo Strada Nuova, proseguono oltrepassando l’attuale piazza Italia per raggiungere viale XI Febbraio , sede del Castello Visconteo e da sempre punto di appoggio degli eserciti stranieri in transito per la città. Il loro aspetto malconcio li fa quasi assomigliare a dei predoni e la diffidenza nei loro confronti sale. Ma, almeno per il momento, i francesi non mostrano alcun interesse per le sorti della città.

Gli amministratori in carica , nominati dagli Asburgo, corrono a omaggiare i nuovi padroni. Al generale Augereau vanno benissimo , purchè collaborino. La promessa è quella di tenere a bada la truppa, sempre che non ci siano provocazioni o violenze. Iniziano ad apparire per le vie della città le prime coccarde bianco, rosso,blu. Ma cominciano anche le prime requisizioni: cavalli, vestiti, armi, cibo. E ancora scarpe, lenzuola , camicie. Si cerca soprattutto panno blu, colore di ordinanza dei soldati francesi.

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*Pierre François Charles Augereau*

Ma se in città si mantiene un minimo di ordine senza cadere negli eccessi, è nel contado che le truppe si sentono più libere di perpetuare prepotenze, quando non violenze. Il malumore sale e avrà delle conseguenze anche per la città da lì a poco. I rappresentanti di nobiltà e clero che non sono fuggiti stanno intanto con il fiato sospeso. Capiscono che tira una brutta aria. Ma non sono preoccupati tanto per l’ennesima occupazione straniera. A renderli inquieti, più che altro, sono i loro concittadini.

E il **16 maggio** il loro timore prende corpo. L’esordio dei giacobini locali non è dei migliori. Il teatro dell’episodio è piazza Grande, l’attuale piazza della Vittoria che abbiamo già visto tante volte protagonista. Come di consuetudine, i francesi piantano nei luoghi simbolo delle città conquistate il cosiddetto albero della pace, emblema della rivoluzione. La municipalità cittadina accetta con fervore il vezzo dei nuovi occupanti, e offre il salotto buono di Pavia per innalzare il simbolo, cioè Piazza Grande, l’attuale Piazza Vittoria. L’ex foro romano viene addobbato a festa. Arriva una folla timorosa a curiosare, tutto sotto la supervisione delle truppe francesi e del loro generale in testa. Arrivano anche i componenti del club di Sant’epifanio, i già citati giacobini da salotto e della prima ora. A guidare padre e figlio Nocetti. Insieme a loro,però, si mischiano quelli che oggi chiameremmo gli *“antagonisti”*, giunti apposta per scatenare disordini. Questi vogliono invece che l’albero sia eretto nella vicina piazza del Duomo. Un’evidente provocazione. Iniziano a volare insulti e spintoni. Il generale Augereau usa la testa anziché le armi, e accondiscende.

Intanto qualcuno ha già iniziato a scavare una profonda buca davanti alla cattedrale.

A questo punto succede qualcosa di imprevisto. Dalla folla un gruppetto inizia a urlare che bisogna distruggere la statua del Regisole, già in precedenza bersaglio di facinorosi. In fondo si dice rappresentanti un imperatore e comunque è l’emblema di un passato autoritario ed elitario. Sembra che uno dei generali chieda alla folla se vuole o no che la statua venga abbattuta.Il popolo risponde di no ma nella confusione i pochi che la pensano diversamente puntano decisi verso la statua equestre.

Un paio di esagitati salgono a cavallo e lo imbrigliano con una fune. Il monumento, tirato da decine di mani, alla fine cede con grande schianto sul sagrato. Finisce così distrutto e per mano degli stessi pavesi , uno dei simboli più antichi della città. La sua distruzione è però evidentemente opera solo di qualche facinoroso, perché alla notizia il popolo si indigna. Le conseguenze più immediate sono la diffidenza, se non l’odio vero e proprio , nei confronti di chi esibisce la coccarda tricolore francese.

Bisogna ora lasciare per un attimo la folla inferocita di Piazza del Duomo e spostarsi di qualche chilometro. Dopo aver attraversato il ponte Coperto, ci si accomoda sulla riva del Ticino, in Borgo,perché qui va in scena il secondo atto della storia. E’ sera e, complice anche qualche bicchiere di troppo , scoppia una rissa fra i cittadini e soldati.

Costantino Panigada, studioso del periodo e autore di “Pavia nel primo anno della dominazione francese dopo la Rivoluzione. **Maggio 1796** – **giugno 1797**” assicura che parecchi militari quella notte sono scesi a dormire il sonno eterno nelle acque del Ticino.

Il giorno seguente, il **17 maggio**, Augereau fa proclamare un bando che, dopo aver stigmatizzato l’accaduto, annuncia la punizione del delitto.

I responsabili non vengono identificati, ma l’annuncio del generale al comando dell’esercito francese suona come una minaccia reale: chiunque , d’ora in avanti, venga sorpreso a fare una qualunque azione provocatoria verrà passato per le armi.

Il nervosismo in città sale alle stelle. Si sparge la voce di un'imminente sacco di Pavia. I comandanti francesi si affrettano a smentirla. Ma è troppo tardi.

Nel frattempo due soldati francesi vengono uccisi, a scopo di rapina, da due contadini affamati. Davanti al castello gli autori del delitto vengono fucilati

L’esecuzione serve, quanto meno, a raffreddare gli animi.

Augereau, il giorno dopo , lascia la città con il grosso dell’esercito, sicuro di aver pacificato Pavia. Resta, in Castello, una guarnigione di 500 uomini.

Nel frattempo il club di Sant'Epifanio, si trasforma in *“Società popolare”* e invita i suoi concittadini a sostenere il governo che, in fondo, si sta comportando in modo equo e corretto. Una provocazione per i più. E le conseguenze non tarderanno ad arrivare.

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Pubblicato: 27 Agosto 2024

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***“Alla ricerca delle vie perse*** , in altra parte della città, verso la periferia. Sono la mia passione. Sono le più selvatiche dove non passano le automobili perché le pietre sono troppo aguzze; e la città è più campagna. Infilo il vicolo San Carlo.Poi alla ventura , via Lotario, via della Darsena. Sassaia. Sterrato.Gramigne. Case di povera gente, ma nei muri sono visibili i segni di massicce arcate lombarde….”

Per le strade del centro storico , all’inizio degli anni Trenta si aggira sognante e persa una giovane signora che raccoglie in versi struggenti le sue impressioni sulle strette vie che portano verso l’attuale Lungo Ticino Sforza, o davanti al Collegio Borromeo. Si chiama Ada Negri e già sul finire degli anni Venti si è fermata numerose volte in città ospite della famiglia Boerchio. E’ , in quest’epoca , la scrittrice più nota d’Italia. Il suo sguardo si sofferma sulle operaie , sulle zingare, sulle donne che incontra per strada o nei cortili.

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*Ada Negri*

Ada Negri diversi mesi dell’anno a Pavia, dove dice di sentirsi più a casa che nella sua dimora milanese. Qui, con la solita inquietudine, è sempre in movimento. Cammina instancabile per strade, piazze e argini, descrivendo muri e alberi della città con i colori di confidenza e di passione, con la finezza e gli eccessi che sono caratteristici di tutta la sua opera. Pavia vermiglia, la definisce la poetessa.

Regala, nei suoi scritti, alcuni scorci sulle chiese, i palazzi e le torri.

Ama molto passeggiare nei dintorni di via Darsena, intorno agli Orti Borromaici e Porta Palacense. Si spinge soprattutto lungo il fiume , sugli argini. E’ la parte della città che digrada verso il Ticino, infatti, quella che preferisce.

Conosce bene ogni angolo di Pavia. Anche perché a partire dal **1888**, insegna nella scuola elementare della vicina Motta Visconti, paese al confine fra la provincia di Milano e Pavia, alternando all’insegnamento l’attività di giornalista e quella di poetessa.

La Pavia di Ada Negri è quella che sta conoscendo anche il massimo sviluppo legato al regime fascista.

Lo stesso Mussolini, fra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, è in città più volte per l’inaugurazione delle tante opere pubbliche varate dal ventennio.

Si fa un giro proprio nei luoghi del fiume che tanto amava la poetessa lodigiana.

Oggi è un eco-mostro , abbandonato e diroccato. Ma quando viene posta la prima pietra, nel **1925**, l’idroscalo ha ben altre ambizioni. E’ di fatto la tappa intermedia per gli idrovolanti sulla tratta Torino-Trieste. I lavori per la costruzione dell’idroscalo pavese iniziano nell’aprile **1925**. Solo un anno dopo, viene inaugurato, dallo stesso Mussolini. E’ il primo Aprile.

L’imponente costruzione , appoggiata su pilastri alti sette metri, rappresenta uno dei primi esempi di architettura razionalista a Pavia.

Siamo davanti al numero 51 del Lungo Ticino Sforza (la targhetta la si può vedere sul muro esterno dal lato della strada). L’itinerario prevede la partenza da Torino ,tappa a Pavia, partenza da Venezia, breve tappa nella città lagunare e quindi arrivo a Trieste. Il giorno successivo il viaggio inverso. Il percorso completo è di quasi 600 chilometri e il costo per passeggero di poco superiore alle 350 lire. La carlinga dei velivoli non è ancora pressurizzata e ai viaggiatori, inclusa nel biglietto, viene offerta una coperta e una borsa dell’acqua calda per difendersi dal freddo e dei batuffoli di ovatta per attutire il rumore del motore posizionato sulle loro teste. La struttura perde la sua importanza negli anni Cinquanta. Oggi versa in condizioni di completo abbandono e in volo non si alzano più gli idrovolanti , ma solo i piccioni che ormai dimorano a centinaia nell’edificio, nonostante le cicliche proposte di recupero ai fini turistici.

![26620840405_24627851ce_z.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/26620840405_24627851ce_z.jpg)

Lungo il fiume si risale per il centro storico, fino ad arrivare in piazza della Minerva , che prende il nome della statua che svetta sulla città.

L’opera, realizzata dallo scultore Francesco Messina nel **1938**, rappresenta nella mitologia greca la dea della sapienza, della saggezza e della guerra. Ancora oggi è uno dei simboli di Pavia. La statua ha una sua particolarità: la punta della lancia è rivolta verso terra. Non esiste una spiegazione ufficiale del perché. Se i più malevoli lo attribuiscono a un banale errore nella fase di montaggio, in realtà pare che il significato voglia indicare l’eccellenza della cultura a discapito delle armi. Anche se, nel pieno del periodo fascista in cui viene eretta, sembra improbabile anche questa seconda tesi.

Qualche anno prima invece viene inaugurata la nuova sede dell’ospedale San Matteo. E’ il **1937**, per la ricorrenza bimillenaria della fondazione dell’Impero di Augusto, viene inaugurato il nuovo Regisole, scultura bronzea alta circa sei metri e sostenuta da un piedistallo di travertino, al cospetto del ministro Bottai e delle alte gerarchie pavesi, sempre a firma di Messina. E’ quella che ancora è visibile sul sagrato.

Ma la città non ha solo il volto ufficiale di inaugurazioni e celebrazioni . Bisogna addentrarsi in una Pavia più discreta e proibita.

Fra gli anni Venti e Trenta, c’è il Boom delle case di tolleranza. Una delle più frequentate è in Piazza San Teodoro, con il portone di accesso proprio all’ingresso della chiesa.

A proposito viene raccontata una storia su questo vecchio *“bordello”.*

Il parroco, infastidito dal viavai dei clienti, si rivolge all’autorità perché il proprietario della casa di tolleranza *(attività, va ricordato, allora lecita)* apra un altro accesso che non sia davanti alla chiesa. Il gestore si oppone. Ne scaturisce un acceso confronto che porta a uno scontro verbale e alla pubblica, e simbolica, scomunica inflitta al tenutario del luogo incriminato. Questi, per ripicca, fa applicare ai lati del portone di ingresso alla sua proprietà due statue in cotto rappresentati rispettivamente un uomo e una donna in posizioni inequivocabili.

Ma questo non è l’unico luogo di piacere della città.

Una terza *“casa del piacere”* è in piazza Berengario, angolo con via Giovanni di Ferrera. Davanti all’uscio di questo edificio , in quegli anni , giovani e meno giovani fanno la fila per appartarsi con le ragazze.

L’ultima casa di cui si ha notizia si trovava invece nei pressi di Porta Nuova.

Ma chi sono i tenutari di questi luoghi d’incontro?

Sono semplicemente dei commercianti che hanno di questa pensioni dove il sesso è a pagamento. Si tratta , come detto, di un’attività lecita a quei tempi. E sono muniti di una regolare licenza statale , conseguita come per una qualsiasi rivendita di sali e tabacchi, e in pratica esercitano per conto dello stato che ne detiene il monopolio, percependo fra l’altro un vantaggio fiscale.

Il pagamento della prestazione è anticipato ed effettuato presso la direttrice della casa e non è assolutamente permesso alcun compenso diretto alle ragazze.

Ci sono regole molto rigide in materia. Le “case chiuse” devono essere distanziate da asili , scuole e chiese (si è visto altrimenti cosa succede), le persiane tenute chiuse e lucchettate ed è severamente proibito fotografare.

Anche le *“case”* pavesi chiuderanno, come in tutta Italia, con l’introduzione della legge Merlin del 1958.

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Pubblicato: 27 Agosto 2024

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## [ La scelta di Rotari, san Michele entra nella storia grazie a un servo in fuga ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/la-scelta-di-rotari-san-michele-entra-nella-storia-grazie-a-un-servo-in-fuga)

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***“Le leggi dei nostri padri non sono scritte”.*** E a questo bisogna porre rimedio, se si vuole che un regno possa trasformarsi in uno stato duraturo. Questa deve essere stata la riflessione, in parte contenuta nelle prime pagine del testo, del re dei Longobardi, Rotari, quando decide di promulgare un editto per cui è famoso.

E’ il novembre del **643**. Purtroppo le fonti non riportano notizie su dove e come la legge scritta viene messa nero su bianco o presentata al popolo. Ma non è azzardato ipotizzare che tutto si sia svolto nel palazzo regio che si estendeva nella parte settentrionale della città, come si è visto, e di cui oggi non c’è più traccia.

Alla superiorità militare barbara si contrappone, ancora una volta, quella culturale latina. Le leggi infatti, vengono scritte proprio in questa lingua, a dimostrazione del piegarsi, alla fine, dei Longobardi alla superiore civiltà romana.

Rotari, in sostanza , redige una sorta di codice civile e penale, sulla scorta della tradizione orale tramandata dalla consuetudine barbarica mai però prima di questo momento precisate. Come la faida, cioè il diritto a vendicarsi, e il guidrigildo, il compenso dovuto all’offeso che per questo rinuncia al diritto di uccidere il rivale. La società longobarda, così come presentata nell’editto, appare rigidamente militare, articolata sulla differenza fra uomini liberi, semi liberi e schiavi.

A lasciare, invece, una traccia tangibile del regno longobardo non è il sovrano più noto, ma uno meno conosciuto, Ariperto. A lui, cristiano, si deve la fondazione della Chiesa di San Pietro in Vincoli, fra quella che oggi è via Volturno e Strada Nuova, di cui però non rimane più traccia.

Alla sua morte, per il regno longobardo si apre un periodo di lunga crisi.

Si succedono re per una notte *(o poco più)*. I luoghi di oggi raccontano però ancora gli avvenimenti di ieri. Allora si riprende il cammino verso la parte più occidentale della città. Si torna in quella che oggi si chiama piazza XXIV Maggio e che abbiamo già ripetutamente incontrato nella storia della città, sin dal primo insediamento preistorico. Si è visto come nella Ticinum romana sia un luogo a ridosso delle mura di cinta. Appena oltre, un po' come adesso, scorre il fiume

Dal punto più alto delle mura, dopo il **660**, fugge Bertarido, re a due riprese del regno ormai in preda alla dissoluzione. E’ notte,quando si cala dal caminetto per sfuggire al rivale Ariperto. Passato a nuoto il Ticino, Bertarido si dilegua nelle campagne del Siccomario. Si salverà, tornando re una seconda volta dal **661** al **668**. Nel punto in cui si era calato, farà erigere un monastero, intitolato Sant’Agata*(forse perché la fuga era stato il giorno dedicato a questa santa, cioè il 15 febbraio)* i cui resti erano visibili fino a non molto tempo fa.

![FLAVIO_BERTARIDO_REY_DE_ITALIA.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/FLAVIO_BERTARIDO_REY_DE_ITALIA.jpg)

Paolo Diacono racconta che nella fuga, si dilegua anche il servo Bertarido, Unulfo.

Non sarebbe mai passato alla storia questo personaggio, se non si fosse nascosto in San Michele Arcangelo, chiesa fondata qualche anno prima proprio dai Longobardi, che qualche secolo più tardi diventerà San Michele Maggiore, capolavoro romanico tra i più noti al mondo.

Ma la città in questo periodo è però l’ ombra di se stessa. Decenni Di dominazioni barbare, assedi, battaglie,hanno trasformato profondamente Ticinum. I vecchi edifici romani sono semidistrutti. I rossi mattoni delle insulae sono stati utilizzati per costruire nuove case o chiese. Le mura sono Sbrecciate.

![PaulusDiaconus_Plut.65.35.jpg](https://spendiamo-a-pavia.it/images/PaulusDiaconus_Plut.65.35.jpg)

*Paolo Diacono*

Si fa una passeggiata di nuovo attraversando il centro, verso l’attuale via scopoli.E’ sempre Paolo Diacono a informarci che Bertarido fa aprire una porta per essere vicino al palazzo. La porta viene detta Palacense, da cui il nome dell’attuale via La lapide , con la scritta divenuta col tempo illeggibile *“Hic erat Porta Palacense"*, non c’è più, ma è stata di recente recuperata e restaurata.

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Pubblicato: 26 Agosto 2024

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![ Una traccia della vegetazione tardi glaciale: il bosco Negri - Spendiamo a Pavia](https://spendiamo-a-pavia.it/images/News/Lo_sapave_che/una_traccia_della_vegetazione_tardiglaciale_il_bosco_negri/Banner-min.jpg)

## [ Una traccia della vegetazione tardi glaciale: il bosco Negri ](https://spendiamo-a-pavia.it/eventi-artistici-pavia-e-provincia/lo-sapevi-che/una-traccia-della-vegetazione-tardi-glaciale-il-bosco-negri)

UNA TRACCIA DELLA VEGETAZIONE TARDIGLACIALE : IL BOSCO NEGRI

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Bisogna gettare lo sguardo per un attimo oltre il fiume. Sulla riva destra del Ticino Si estende un’ampia zona che comprende diversi comuni. E’ il Siccomario. Posto alla confluenza tra il Ticino e Po, su un incrocio di strade assai noto in età romana, l’appellativo Siccomario è di origine complessa : il territorio fu bonificato nel Medioevo e conservò l’appellativo antico di SIcut Mare *( cioè come il mare).* Volgarizzare, appunto, in Siccomario.

Il Siccomario è un’antica testimonianza , suffragata da studi più generali sulla morfologia della Pianura Padana, di come anche qui in un’epoca lontanissima, regnassero incontrastate le acque marine.

E’ il mare padano presente alla fine dell’era Terziaria *( “Climax e Paleoclima della pianura Padano Veneta”, studio di Bertolani . Marchetti).* Se si vuole, grosso modo, capire l’habitat che dal periodo Tardiglaciale (15 mila anni fa) arriva fino ai giorni nostri. Dove, appunto, si trova attualmente il Bosco Siro Negri.

Il proprietario Giuseppe Negri , nel **1967**, dona all’universita di Pavia questi 11 ettari che il botanico Ruggero Tommaselli definisce *“l’area campione dei pochi rettili ancora esistenti di vegetazione originale della valle del Ticino.”*

Per cui, farsi un giro in questo posto immutato nei millenni, vuol dire compiere un salto indietro di migliaia di anni.

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Strada Nuova, corso Cavour, il Lungo Ticino Sforza, il Castello: tutto sparisce. Al loro posto ci sono piante, arbusti, erba. E animali. Per le caratteristiche generali di struttura e composizione, floristica, il bosco viene definito dai botanici come “querceto misto di farnia”. Dopo le glaciazioni quaternarie, la vegetazione cambia pelle diverse volte a causa degli sconvolgimenti climatici che dal Paleolitico superiore, passando attraverso il Mesolitico e il Neolitico, arrivano fino all’età del Bronzo o oltre.

Ecco allora, con il freddo continentale, spuntare cespugli di erbe. A causa dell'oscillazione temperata del periodo successivo, attorno al Ticino sorgono invece boschi di pino che poi si diradano per un peggioramento del clima fra il Tardiglaciale e il Preboreale *(Fra i 15 mila e gli ottomila anni fa).*

I pavesi seduti al tavolino del café Demetrio, davanti ai loro occhi, avrebbero visto alternarsi querce, faggi, olmi, tigli, abeti. Aumenta la temperatura ma le piogge sono scarse. Il bosco dirada, e riprende in parte la vegetazione erbacea. E’ un passaggio molto simile alla tundra.

Nel periodo boreale, che inizia attorno al **6800 A.C.** , la temperatura aumenta ancora.

Per assistere alla prima apparizione dell’uomo bisogna aspettare l’inizio dell’era Quaternaria. Gli abitanti dei villaggi intorno, che sono nati in piazza Municipio, o in piazza XXIV Maggio, in via Boezio o in vicolo San Gregorio,adesso possono raccogliere le nocciole dai rami.E ancora oggi questa pianta è considerata autoctona della zona, anche se ne sono rimasti pochi esemplari. Ed esiste un progetto per recuperare appieno questa coltivazione, richiestissima sul mercato mondiale.

**Ma che animali scorrazzano nel piazzale Minerva?**

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Pubblicato: 26 Agosto 2024

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La mano dell’anonima sequestri sulla città

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E’ la sera del **24 settembre 1981** quando Giuliano Ravizza saluta i suoi amici in piazza della Vittoria. Come sempre è stato in negozio fino a tardi, che si trova proprio a due passi da Strada Nuova. Chiamarlo negozio è ovviamente riduttivo. Giuliano Ravizza è il fondatore del marchio Annabella, un marchio che ha portato a far conoscere Pavia in tutto il mondo. Ravizza ha rilevato i negozi paterni nel **1965** e nel giro di pochi anni ha trasformato l’azienda di famiglia in un impero. Pavia è in quegli anni la capitale della pelliccia. Annabella diventa il primo caso di pret-a-porter nella moda italiana in questo settore, mentre Ravizza con una strategia allora rivoluzionaria, inizia a pubblicizzare sui giornali dell’epoca non solo i capi della sua azienda, ma anche i prezzi. Capisce per primo l’ importanza del marketing e utilizza gli spot pubblicitari con attori del calibro di Alain Delon e Monica Bellucci con la collaborazione dell’amico Mike Bongiorno, che per anni sarà testimonial del marchio Annabella. Il suo volto, il suo nome, fanno il giro del mondo. Ben presto porta anche ai massimi livelli la squadra di Basket locale. E’ l’uomo di successo e non lo nasconde.

Si torna in piazza della Vittoria, quella sera di settembre.

Ravizza sta per raggiungere la sua auto, ma non riesce ad arrivarci. Ad attenderlo, nell’ombra, c’è una banda dell’Anonima sequestri calabrese. L’imprenditore viene rapito in pieno centro città, senza che nessuno veda nulla. E nel nulla si dissolve.

Pavia, città fino ad allora tranquilla, si risveglia il giorno dopo sotto choc. Per tre lunghissimi mesi rimarrà nelle mani dei rapitori. Verrà rilasciato a Natale di quello stesso anno dopo il pagamento di **4,5 miliardi di lire.**

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Pavia ripiomba nello stesso incubo sette anni più tardi. La sera del **18 gennaio 1988**, un lunedì, la città congela sotto uno di quei nebbioni per cui va famosa. Cesare Casella, 18 anni e mezzo, studente all’ultimo anno del Bordoni, ci sfreccia dentro con la sua Citroen bianca nuova di pacca (il papà Luigi è il titolare della concessionaria di Pavia) mentre dal centro città torna a casa per cena. Una sera come tante, una nebbia come tante. Quello che Cesare non può sapere, mentre percorre via Tasso per poi imboccare la Vigentina, è che un’alfa Romeo era già da qualche minuto parcheggiata davanti a casa sua, la villa di famiglia che si trova dietro i capannoni della zona artigianale.

Cesare imbocca la stradina di casa, si trova l’alfa davanti che gli blocca il passaggio, fa marcia indietro e lo sperona. Dal buio spuntano due figure minacciose. Il ragazzo abbassa il finestrino, uno dei due gli chiede *“ Sei Cesare Casella?”*, prima di puntargli la pistola in faccia e di tirarlo fuori a forza. A pochi metri, dietro la siepe, c’è il suo piccolo mondo. La sua camera, i suoi vestiti, i suoi dischi. La sua casa.

Dentro i genitori - mamma Angela e papà Luigi – non si sono ancora preoccupati per il suo ritardo. Lo faranno dieci minuti, un quarto d’ora dopo. Non ci sono cellulari: si deve aspettare e stop. Il figlio non è mai stato puntuale. Però quella sera sta esagerando. E’ pure un po' arrabbiato, stavolta, e pensa a un rimprovero. Ma quando apre il cancello vede la macchina di Cesare, vuota, con i fanali ancora accesi, la portiera spalancata.

Sette anni dopo il rapimento di Giuliano Ravizza, Pavia tornava così in pieno incubo sequestri.

Non è una normale vicenda di cronaca nera, quella iniziata il 18 gennaio 1988. E’, di fatto, il rapimento che cambia la storia e chiude quasi del tutto la terribile stagione di sequestri a scopo di estorsione in Italia, un ventennio segnato da episodi agghiaccianti gestiti con cinismo e in totale sicurezza per la gran parte dei banditi sardi e dalla ‘ndrangheta calabrese.

Un copione che tra il **1979** e il **1990** si è ripetuto per quasi 500 volte. Nel **1977**, l’anno record, vengono rapite 75 persone, una ogni 5 giorni. Notizie che normalmente si guadagnano pochi secondi al telegiornale, a volte nemmeno quelli. Si è già in piena parabola discendente quando viene rapito Casella: in mano alle bande dei rapitori, in quel gennaio **1988**, ci sono meno di dieci persone E quando lo libereranno, i sequestrati sono 4. Quasi 500 rapimenti , di vario genere, con varie dinamiche, ma con una frustrante denominatore comune: uno Stato senza armi, spesso spettatore passivo.A poco è servito raddoppiare le pene per i sequestri a scopo di estorsione. Più efficace, ma non decisiva, è l’arma messa a disposizione dei magistrati che possono bloccare i beni della famiglia del sequestrato. Ma a loro discrezione, non obbligatoriamente.

E’ durante il sequestro Casella che cade un altro velo, quello di un'opinione pubblica spesso indifferente. Il merito è di Angela Casella, mamma di Cesare. E’ il giugno **1989** *( Cesare è in prigionia da 17 mesi , e da 10 la famiglia ha pagato inutilmente il riscatto di un miliardo)* quando Angela scende in Calabria e inizia un pellegrinaggio nei luoghi storici dell’Anonima sequestri : San Luca, Platì, Locri, Bovalino, il santuario di Polsi. Un viaggio che nel giro di un paio di giorni esplode come una bomba. Le immagini della mamma Angela incatenata fanno il giro del mondo. Non servirà a riavere subito Cesare, quel viaggio durato una quindicina di giorni, ma a determinare una svolta. Con una legge del **1991** il blocco dei beni “appartenenti alla persona sequestrata, al coniuge, e ai parenti e affini diventerà obbligatorio”. Verrà anche introdotta la possibilità di creare “nuclei interforze” per dare più efficacia alle indagini. I sequestri di persona, per la malavita organizzata, diventano così troppo rischiosi e troppo poco remunerativi. Cesare Casella verrà liberato a Natile di Careri, il **30 gennaio 1990**, dopo 734 giorni in mano ai rapitori e il pagamento di un miliardo di lire.

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